XXV.
Matteo fece la seguente narrazione:
— Era dunque la sera del 20 ottobre 1843... quella appunto, come Lei sa, in cui morì il suo signor padre.
Ernesto Respetti fece silenziosamente un cenno grave e melanconico del capo.
Da più mesi il marchese Leonzio era ridotto immobile sopra una poltrona, e lo si trasportava a braccia qua e colà, specialmente dalla sua camera da letto allo studiolo, dove il pover’uomo si rompeva la testa e si amareggiava l’animo: a cercar modo di mettere ordine a’ suoi affari. Io l’aiutava in codesta difficile impresa...
Il marchese fece una mossa quasi sdegnosa, quasi impaziente, che esprimeva la stima, poco lusinghiera per Matteo, ch’egli faceva di quell’aiuto; ma non disse una parola.
L’altro continuava:
— Quel giorno adunque, il 20 d’ottobre, l’illustrissimo signor marchese Leonzio mi mandò a chiamare e mi disse: «Matteo, ecco qui tutti i miei titoli di possesso, di rendita e di crediti e tutti i miei obblighi e debiti,» — e mi additava un vero monte di carte che aveva davanti sul piano della scrivania a cui era seduto. — Bisogna che da tutto questo voi cerchiate di tirar fuori una somma netta e liquida di cinquanta mila lire di attivo, da potersi aver subito in numerario... Bisogna, avete capito!» insistette con forza: «io è da tempo che mi ci provo e riprovo, ma ahimè non ci riesco». Mi sedetti accanto a lui, esaminai un per uno tutti i documenti, e con suo gran dispiacere ed anche mio, gli dovetti far vedere che il conteggio di tutte quelle partite, non solo non lasciava avanzo attivo di sorta, ma chiudevasi con una non lieve eccedenza di passività.... Del resto, Vossignoria che esaminò poi a sua volta tutte le carte della successione, lo sa meglio di me...
Ernesto Respetti, senza muoversi altrimenti, fece un cenno colla mano a significare che ciò era vero e che il parlatore continuasse.
E Matteo continuò.
— Non le so dire quanto codesto risultato affliggesse il signor marchese; stette un poco accasciato, senza parlare, e un tremito gli agitava il capo chinato dolorosamente sul petto....
— Povero padre mio! — esclamò il Respetti, quasi involontariamente, spinto dalla soverchia emozione; e la mano che gli sosteneva la fronte, discese sugli occhi a coprire e rasciugare le due lagrime che ne velavano le pupille.
Matteo fece una piccola pausa come per rispetto a quella commozione, e poi riprese:
— Verso le otto di sera sopraggiunse il conte-presidente Sangré di Valneve. «Tu m’hai mandato a chiamare, Leonzio,» disse al marchese «ed eccomi qua per tutto quel tempo che vorrai.» Io sorsi in piedi e presi congedo; ma il signor marchese mi ordinò di non partire, di fermarmi nella stanza vicina. «Avrò ancora bisogno di voi», soggiunse, «per aiutarmi, non fosse che col consiglio, a procurarmi quel che voi sapete.» Capii che voleva dire la somma di cui mi aveva mostrato aver tanto a cuore di poter disporre; m’inchinai, rispondendo che sarei sempre stato pronto a servire il signor marchese e che avrei aspettato fin che a lui fosse piaciuto i suoi ordini. I due cugini si chiusero nello studiòlo e stettero lungo tempo, certo più di due ore, quando a un tratto fu suonato con violenza e ripetutamente il campanello per chiamare la servitù e da quel gabinetto io stesso udii la voce del conte-presidente che chiamava disperatamente aiuto. Accorsero il domestico e il cuoco e io pure con essi. Trovammo il marchese il capo abbandonato, un braccio penzoloni, l’altro sul piano della scrivania, tenendo ancora fra le dita contratte una penna con cui vedevasi avere allor’allora scritta la propria firma sopra un foglio che gli stava dinanzi, color di cera nel volto, la bocca storta da una convulsione, privo affatto di sensi. Il povero conte Sangré per l’affanno, per lo sgomento, pareva aver perduta la testa. «Presto,» gridava tutto in lagrime, tutto tremante, «il marchese a un tratto è svenuto.... portiamolo sul suo letto..... correte pel medico.... c’è bene qualche cordiale.... qualche farmaco.... tentiamo di fargliene bere... fate scaldare dei panni.... dell’acqua da spruzzargli la fronte!» E si agitava a sciogliergli i vestiti, a sollevargli il capo che ricadeva, chiamandolo per nome, baciandolo sulla fronte....
— Buon cugino! — esclamò di nuovo il marchese mosso dall’affetto.
— Io dissi al conte, — continuava l’Arpione, — che il più pressante era davvero trasportare sul letto il marchese e correre pel medico: e così fu fatto. I due servitori presero, come solevano fare, la poltrona per trasportare l’infermo, e il conte-presidente li accompagnò, sorreggendo amorosamente il capo cascante dello svenuto. Io rimasi solo un momento in quello studiòlo, innanzi a quella scrivania coperta di carte, sopra le quali eravi il foglio che un solo colpo d’occhio mi aveva fatto vedere scritto di recente dal conte e firmato dal marchese. Una gran curiosità mi pungeva; senza rifletterci, senza proprio pensarci davvero, davvero, presi in mano quel foglio e lo scorsi cogli occhi....
— Ah! — fece il marchese con un gesto di disgusto.
— Mi scusi.... — ripigliò il vecchio umiliandosi, — vede che le dico proprio tutta la verità, che le apro la mia anima, i miei segreti come ad un confessore.... Io conosceva d’altronde tutti gli affari del marchese Leonzio.... fuor quello che dovevo apprendere da questa carta.... non mi pareva neppure indiscrezione la mia.... Del resto queste cose me le dissi dopo, a spiegarmi il fatto, a scusarlo innanzi a me stesso, perchè allora, in quel momento, le ripeto, fu un’azione irriflessiva, subitanea.... Quando gettatovi lo sguardo sopra, vidi le parole «a mio figlio Ernesto....»
Il marchese levò vivamente la testa.
— Come! — esclamò figgendo sul vecchio uno sguardo acuto, penetrante, con un guizzo di fiamma.
Matteo si morse le labbra.
— Voglio dire, — s’affrettò a soggiungere, — che m’accorsi essere diretto a Lei figliuolo del marchese Leonzio, capii che si trattava forse di qualche cosa di particolare che aveva da rimaner segreto....
— E vi affrettaste a impadronirvene: — interruppe il marchese amaramente ironico.
— No: — rispose con forza l’usuraio. — Vero com’è vero che siamo qui tutt’e due, il mio subito pensiero fu di riporre là sopra quella carta, senza neppur leggerla; ma a quel punto udii un passo che tornava indietro, l’uscio che si riapriva, la voce del conte-presidente che mi chiamava. Io era andato per vedere lo scritto fin presso ad una mensola dove ardeva una lampada, mentre quella che stava sulla scrivania era stata presa da un domestico: ero quindi troppo lontano per rimettere il foglio al posto che aveva; non volendo assolutamente che il conte Sangré scoprisse quel mio atto, non ebbi altro scampo che ripiegare in fretta la carta e cacciarmela in tasca. Poi mi volsi e vidi il conte-presidente che mi veniva incontro, ancora più affannato e sgomento di prima. Egli era troppo turbato per accorgersi di nulla, per pensar pure ad altra cosa qualunque che non fosse il malore del cugino che egli amava come un fratello. «Matteo,» mi disse, «correte voi stesso dal medico, e fate di condurcene subito subito uno, a qualunque costo.» Risposi di sì, e mi avviai senz’altro; il conte lasciò cadere lo sguardo su quel disordine di carte che c’era sul piano della scrivania, pensò che non bisognava lasciarlo così al pericolo di essere manomesso fors’anco dalla servitù; corse alla scrivania, senza toccare altrimenti quei fogli, senz’accorgersi, agitato com’era, della mancanza della carta scritta poco prima da lui stesso, abbassò in fretta il coperchio a mezzo cilindro che serrava tutto, ne richiuse la serratura colla chiave che stava nella toppa, ritirò la chiave, se la mise in tasca e corse di nuovo presso al letto dove frattanto era stato deposto il cugino. Io non tardai molto a ritornare col medico, il quale dichiarò che il marchese era morto per un più forte accesso di quel suo mal di cuore, da cui era da parecchi anni travagliato e da molti mesi ridotto a un’assoluta impotenza. Quando a casa mia lessi quella dichiarazione, compresi che l’emozione aveva dovuto in lui affrettare la disgraziata crisi.
Tacque; Ernesto Respetti era tornato a coprirsi colle mani il volto e gli occhi, e per un poco stette immobile e silenzioso; poi si scosse, alzò il capo e domandò con accento severo e pieno d’un intimo dolore:
— E perchè non restituiste mai quella carta? Perchè non ne parlaste mai nè al conte di Valneve nè a me?
— Non osavo palesare quell’azione, che ero certo il conte-presidente m’avrebbe acerbamente rimproverata.
— E come il conte non s’accorse della sparizione di quella carta, o accortosene, non pensò a rintracciarla?
— Il conte, che soffrì immensamente della morte del cugino, non pose più il piede nella casa del marchese Leonzio, e non aprì più quella scrivania che quando V. S. fu tornata, e, se non erro, andò con Lei a esaminare tutte le cose della successione.
— Ah sì, è vero! — esclamò il marchese, cui assalirono in folla i penosi ricordi.
S’alzò, si diede a percorrere lo stanzino a lenti passi, il capo curvo, le sopracciglia aggrottate.
Ora capiva certe cose, certe parole, certi atti che non era riuscito prima a spiegarsi completamente del conte Sangré. Si ricordava che, appena giunto, insieme colle più sincere e affettuose condoglianze, aveva ricevuto dal conte-presidente certi conforti o meglio ammonimenti che suonavano doversi essere generosi di pietà e di perdono verso il defunto, perchè non il malo animo, ma l’imprudenza e la sventura lo avevano indotto a cose ch’egli stesso deplorava col più acerbo pentimento: egli allora aveva attribuito queste parole soltanto alla sconsigliata leggerezza con cui il marchese Leonzio aveva dilapidato il patrimonio, e ora ne scopriva finalmente il vero significato. Si ricordava che quando s’era trattato di aprire quella scrivania, il conte-presidente gli aveva detto di volergli essere compagno per aiutarlo nello spoglio delle carte, per dargliene qualche spiegazione che credeva necessaria. Si ricordava come aprendo la scrivania avessero trovato tutte le carte alla rinfusa, e il conte avesse una gran sollecitudine a pigliarle tutte lui primo una per una, e poi passargliele. Raccolte ed esaminate tutte le carte, il Sangré aveva mostrato un certo stupore come di chi non trova quello che s’aspettava, aveva frugato e rifrugato per tutto, in ogni cassettino, e quando il marchese suo figlioccio gli aveva domandato: che cosa cercasse, se credesse che vi mancasse qualche cosa, aveva risposto di no, ma in modo così impacciato che al giovane aveva fatto impressione.
Di certo, ora pensava, egli non aveva il coraggio di esporre un fatto tanto grave a carico del cugino al figliuolo di costui, tanto più che si trattava di cosa che riguardava il proprio fratello e il proprio nipote; e taciuto allora, aveva creduto dover tacere sempre di poi. Ricordava poscia la morte del conte-presidente. Questi aveva voluto rimaner solo con lui, suo figlioccio, e pareva aver qualche importante segreto da comunicargli; ma si limitava a raccomandargli specialmente il nipote Giulio. Aveva certo in animo di rivelargli tutto; e poi, anche in quel supremo momento, la bontà del suo animo lo aveva trattenuto dal dare al cugino un sì doloroso colpo ed aveva preferito morire portando seco il segreto della colpa del marchese Leonzio. Sentì un nuovo intenerimento, uno slancio di gratitudine verso quell’anima sì squisitamente nobile.
Si fermò improvviso innanzi all’usuraio, e lo interrogò:
— Il conte Sangré non vi domandò mai nulla in proposito?
— Sì signore, — rispose Matteo, — una volta, appunto subito dopo l’arrivo di V. S.; ma come Ella può immaginare, non mi interrogò già esplicitamente: cominciò per chiedermi se quella sera fatale in cui il marchese Leonzio era morto, io mi trovassi davvero in casa di lui e fossi di coloro che accorsero alla sua chiamata quando il marchese cadde in quella sincope fatale; egli, sconvolto così profondamente in quel punto, non aveva più esatta memoria di niente. Io m’aspettava qualche cosa di simile; ben supponevo che il conte-presidente, non trovando più quella carta, qualche cosa avrebbe fatto per rintracciarla e facilmente si sarebbe rivolto a me, quindi m’ero preparato e contegno e risposte. Dissi di sì, che anzi il conte medesimo m’aveva allora mandato a chiamare il medico e io mi ci era subito affrettato. «Non avete osservato,» mi domandò allora il conte, «che qualche carta fosse caduta per terra o si trovasse su qualche mobile abbandonata?» Risposi francamente, semplicemente di non aver visto nulla. Il presidente non me ne parlò più; poco dopo, in grazia dell’opera di Lei, il conte Sangré mi tolse in gran parte quella fiducia che aveva prima in me, cessai di servirlo e non ebbi più che rare volte l’onore di vederlo.
— E come fu che non pensaste vendicarvi di me che avevo scoperto e rivelato al conte le vostre gesta facendo allora quello che venite a fare adesso?
— Finchè visse il conte-presidente non avrei fatto una cosa simile per tutto l’oro del mondo. Ci tenevo a conservarmi quel poco di stima che egli serbava ancora per me... Lui morto, non ci pensai più... E ne avrei taciuto sempre, se non fosse nato ora un caso che mi spinse a servirmene.
Il marchese aprì la bocca per parlare, ma poi tosto se ne astenne; tornò a camminare un poco su e giù, e quindi andò di nuovo a sedersi sul seggiolone.
— Venite qui, Arpione, avvicinatevi e discorriamo un poco di quel documento.
L’usuraio si accostò di mala voglia, sentendosi a crescere nell’animo quel disagio, quella paura che lo avvertivano aver egli posto il piede su terreno molto sdrucciolevole, e che bisognava camminare con molte cautele per non cadere.