XIX.
La lettera che Matteo aveva recata a Marone era del tenore seguente:
«Pregiatissimo sig. Marone,
«Vengo a sollecitarla ancora una volta a proposito di quel tal quadro, di cui ella non mi ha più fatto saper nulla.
«Il mio desiderio di possederlo si è accresciuto a mille doppi, ed io sono disposto a pagarlo qualunque prezzo. Siccome non vorrei a niun modo trovarmi a fronte di quel Vanardi, ho accettato volentieri l'offerta che ella mi ha fatta di agire in questa occorrenza per conto mio; ma sono troppo impaziente per istar tanto tempo ad attendere senza risultato. Abbia dunque la compiacenza di mandarmi scritto qualche cosa intorno a ciò pel medesimo ortolano al suo ritorno qui, e mi creda
«Suo devotissimo
«NICOLÒ NICOLAZZO.»
Marone, in conseguenza di questa lettera, esatti dallo speziale i denari della pigione, si era risoluto ad andare di bel nuovo in casa il pittore, a tentare la prova.
Saputo dalla portinaia che Antonio era uscito, tanto più sollecito e volentieri il padron di casa aveva salite le tante scale che conducevano all'alloggio del pittore, in quanto che sapeva che l'uomo era poco disposto a spogliarsi di quella tela e sperava invece molto più arrendevole la moglie. Rosina infatti trovò una proposta degna di accettazione quella che le venne fatta di dare quel quadro in pagamento dell'affitto dovuto, ma pur tuttavia non osò acconsentire al patto senza prima averne parlato col marito.
Marone adunque doveva partirsene senza aver nulla concluso; e se ne andava per rispondere al signor Nicolazzo: quando in alto di quell'ultima ripidissima branca di scala che metteva nel corridoio delle soffitte si trovò faccia a faccia con Giovanni Selva che saliva. Quest'incontro gli piacque poco; avrebbe desiderato che non si fosse saputo di questa sua venuta, e tanto meno da codesto amico del pittore con cui aveva avuto pochi giorni prima, riguardo a quel ritratto, l'abboccamento che fu narrato. Marone salutò in fretta: si strinse al muro, e fu sua intenzione sgusciar via per discendere sollecito; ma egli non aveva più l'agilità d'un giovinetto, e sugli scalini eravi ghiacciata l'acqua caduta dalle secchie portate su dai casigliani: al povero Marone mancarono di botto i piedi di sotto, ed egli rotolò con tutto il peso della sua grossa persona quasi fino al fondo di quella branca di scala.
Giovanni corse a ricoglierlo su, chè l'altro urlando disperatamente non poteva levarsi da solo. Ma quando si trattò di star sulle gambe e di muovere il passo, non ne fu niente: un piede gli doleva di guisa che non poteva nemmanco appoggiarlo per terra. Marone gridava più forte che mai, e Selva non sapeva che cosa farsene.
Tutte le comari delle soffitte, all'udire il rumore della caduta e le grida, erano corse fuori a vedere che fosse, e fra loro prima la Rosina, che a capo scala mandava esclamazioni, interjezioni e parole ammirative, offrendo però con quel buon cuore, che era sua dote precipua, la sua casa e tutte le sue robe in sollievo del mal capitato.
Selva, il quale si reggeva fra le braccia il non lieve peso del padrone di casa, non vide altro partito migliore che quello di accettare lo offerte di Rosina, ed aiutato da alcuno degli accorsi trasportò Marone che urlava come un indemoniato sino sul letto di Antonio, dove allogatolo, Giovanni discese tosto nella spezieria di messer Agapito, perchè vi corresse a prestare al caduto i soccorsi dell'arte.
La spezieria era piena di gente e ci aveva luogo un'animata conversazione, in cui teneva il campo messer Agapito, che gestiva colla sua presa di tabacco fra le dita.
Si parlava della meravigliosa scoperta fatta quella mattina medesima dallo speziale intorno al famoso cavaliere Salicotto, e se ne facevano i più caritatevoli commenti, e se ne deducevano le più innocenti conseguenze che sappiano la malizia umana, l'invidiosa maldicenza e la malignità pettegola.
Tra questi accusatori insieme e condannatori, il più gentilmente maligno e severo si mostrava l'elegante dottor Lombrichi, il quale ravviandosi con un pettinino di tartaruga i peli dei suoi baffetti e del suo pizzo, guardandosi con ingenua compiacenza nello specchiettino che stava sul manico custodia del piccol pettine, facendo vedere in un grazioso sorriso i suoi denti bianchissimi, provava chiaro come il sole, che il filantropo, nuotando nell'oro, lasciava morire di fame suo padre, la qual cosa era l'azione più scellerata che uomo potesse commettere.
Tutti approvavano con entusiasmo siffatte conclusioni, ed era cosa certa che di quella mattina medesima, per opera di quella brava gente raccolta nella farmacia, la notizia dell'essere e della condotta di Salicotto si sarebbe sparsa per tutto il quartiere, il che non avrebbe però impedito menomamente che quegli stessi valentuomini, trovando per caso il signor cavaliere, non l'inchinassero con tutta riverenza.
Fece diversione al discorso Giovanni Selva entrando ad annunziare la disgrazia di Marone.
—Come! Il mio buon amico Marone, esclamò con interesse il dottor Lombrichi, mettendo in fretta il suo pettinino richiuso nel taschino del panciotto; poi si alzò da sedere, s'abbottonò il pastrano e con gesto che non sarebbe stato disacconcio ad un eroe che partisse pel campo di battaglia, soggiunse:
—Andiamo un poco a vedere; messer Agapito, veniteci anche voi con qualche vostro cordiale.
Ad Agapito non tornava gran che il rimettere la punta del naso nell'alloggio della Rosina, e se ne sarebbe volentieri astenuto, dove la sua benedetta curiosità non lo avesse spinto ad andare sollecitamente a vedere coi proprii occhi ciò che era capitato. Diede dunque di piglio ad alcuna delle sue boccette di spezieria, e seguì Giovanni ed il dottore su per le scale.
Rosina si affaccendava con tutto zelo intorno al signor Marone, il quale non cessava di lamentarsi come un uomo alla tortura, e la non mostrò neppure d'aver visto lo speziale che era entrato chetamente in coda agli altri.
Il giacente, appena scorse il medico, tese verso di lui le braccia ed esclamò quasi piangendo:
—Ah, mio caro dottore, mi salvi lei… Sono un uomo rovinato… Oimè! oimè! Sono tutto fracassato.
Lombrichi aveva incontrato nella visuale de' suoi occhi il piccolo specchio che a Rosina serviva di teletta e vi si era dato un sorriso; di poi fece scorrere questo sorriso e il suo sguardo verso il malato, e rispose:
—Su via coraggio, mio bravo signor Marone… vogliamo sperare che non sarà nulla.
—Sì, speriamo che non sia niente: disse a sua volta lo speziale.
—Niente! niente! gridò Marone. Se sapessero come mi duole… Ahi! ahi! Lo provasse lei messer Agapito… Ohi! ohi!…
Lombrichi si curvò sul giacente.
—Oh! bisogna guarir presto, mio caro; c'è gran bisogno ch'ella sia in gambe.
E soggiunse piano che nessun altro potesse udire:
—Ci abbiamo un mezzo sicuro da rovinare affatto Salicotto nello spirito della marchesa di Campidoro.
Non ostante i dolori del suo piede, queste parole ebbero forza di scuotere Marone.
—Davvero! esclamò egli facendo un movimento come per alzarsi. In che modo?
—Le dirò tutto poi a miglior occasione. Per ora stia tranquillo, ed esaminiamo un poco questa gamba. Dov'è che le duole?
Tastato ben bene di qua e di là, in mezzo agli omei del paziente, il signor dottore si dirizzò sulla persona con piglio d'importanza, guardò intorno a sè con aria trionfale, e sentenziò gravemente che quella gamba doveva dolere, perchè la si era fatta male.
—È rotta? dimandò Marone tremante.
Lombrichi si lisciava la barba guardandosi di nuovo nello specchio.
—No, rispose, frattura non c'è, ma lussazione completa.
Soggiunse che da solo non avrebbe potuto rimettere l'osso a posto, ma che ci sarebbe occorso un chirurgo; e siccome l'operazione non sarebbe tanto facile, e poteva anche essere penosa, stimava fosse meglio che Marone venisse trasportato nella sua abitazione, il che secondo lui, si poteva fare senza inconvenienti, purchè coi dovuti riguardi. Selva si offrì di andare a provvedere al bisognevole, e la sua offerta venne accettata.
Agapito, che in quel luogo ci stava con non poco disagio, propose di far discendere frattanto l'infermo sino al suo alloggio agli ammezzati, che là avrebbe potuto esser meglio coricato per attendere la barella, e tutte quelle scale già discese sarebbero un tanto di fatto, quando poi questa fosse giunta. Il medico non dissentì, e tosto si accinsero a trasportarlo i garzoni dello speziale, che erano venuti su ancor essi ed alcuni uomini fra i vicini accorsi.
In quella sopraggiunsero Vanardi e l'ortolano Matteo.
—Ah! siete qui voi? disse a quest'ultimo Marone, il quale stava per essere sollevato a braccia dal giaciglio. Vedete in quale stato io sono ridotto… Ahi, ahi!… fate piano per carità!… Ditelo a chi vi ha mandato… e che per un poco non posso occuparmi nè di lui nè del quadro che gli preme…
Ma queste ultime parole gli erano appena sfuggite ch'egli, vedendo lì accosto anche Vanardi, si morse le labbra. Per Antonio queste parole non erano passate inavvertite.
Quando Marone fu portato fuori, e dietro di lui furono usciti lo speziale, il medico ed i curiosi, il pittore arrestò Matteo che voleva partirsi ancor esso.
—Una parola se vi aggrada, gli disse.
—Parli, parli pure: rispose il contadino con tutta premura.
—Scusate se v'interrogo, ma si tratta di cosa che mi preme assai. Voi siete stato mandato al vostro padrone da qualcheduno per cagione d'un quadro?
—Non so per che cosa sia. Il signore che appigiona la villa mi ha dato una lettera pel padrone e mi ha detto venissi giù a portargliela e ne aspettassi la risposta.
—Chi è questo signore?
—Il signor Nicolazzo.
Rosina, che era lì ad ascoltare, interruppe vivamente.
—Nicolazzo!… Tò, tò… non mi sbaglio, questo è il nome che il padrone di casa dava a quel brutto signore che è venuto qui pochi giorni sono, e che rimase incantato innanzi a questo ritratto.
L'attenzione e lo sguardo di Matteo dall'atto di Rosina furono chiamati sopra il quadro che ben sappiamo; appena l'ebbe osservato, l'ortolano fece un gesto di sorpresa.
—Oh bella! esclamò. Loro li conoscono dunque i signori Nicolazzo?
—No… Perchè mi chiedete ciò?
—Se qui ci hanno il ritratto della signora.
—Della signora Nicolazzo?
—Sicuro. La è tutto dessa, se non che qui in questa pittura la sta bene, e laggiù poveretta, pare a due dita dalla fossa.
Vanardi si sentì tutto commuovere.
In quella si aprì l'uscio ed entrò Selva che tornava dall'aver adempito l'assuntosi incarico.
Antonio si slanciò verso di lui, esclamando vivamente:
—Mio caro, finalmente la povera Gina è trovata!
Giovanni domandò spiegazione delle pronunziate parole a Vanardi, il quale gli disse in breve ciò che testè era intravvenuto con Matteo: Selva si volse a quest'ultimo.
—Da quanto tempo, gli chiese, codestoro sono in quella villa?
—Da due anni e più… sì, saran due anni all'autunno scorso.
—E' converrebbe, brav'uomo, che voi ci raccontaste per filo e per segno tutto quello che riguarda codesta gente, dal dì che li conoscete. Non e vana curiosità la nostra, ma ci sono in giuoco dei tremendi interessi, e voi, parlando, ci aiutate forse a compire un'opera buona.
Matteo non si fece pregare; e, recatosi alquanto sopra sè, fece di poi il racconto seguente:
—Questi signori arrivarono a Valnota una sera di tardo autunno, che le foglie erano già quasi tutte cadute. Il padrone era venuto pochi giorni prima a far mettere in ordine il casino, e non ci aveva detto altro se non che dall'oggi al domani sarebbero capitati dei pigionanti ai quali egli stesso avrebbe rimesso le chiavi… Quando giunsero, ventava forte e cominciava far piacere lo stare presso al fuoco. C'eravamo appunto mia moglie ed io e Gaspare, un bardotto di garzoncello che mi tengo per aiutarmi nei lavori più grossi. Sento la trottata di due cavalli… che da noi la notte è tanto quieta da sentire il soffio della grisa, che è la nostra cavalla, ad un centinaio di passi lontano… Sento adunque il trotto di due cavalli e il rotolare d'una carrozza che si ferma all'altezza della palazzina civile. Pan, pan, pan: si picchia forte al portone… Convien sapere che il casolare che noi abitiamo è in fondo al cortile; il palazzotto è verso la strada, e il suo portone ci mette; il giardino è da una parte e l'orto dall'altra della palazzina; noi, dal nostro casolare, abbiamo anche un'uscita di dietro che dà sopra una viuzza per cui si va ai campi.
«—Sono i forestieri che il padrone ci ha annunziati: dico subito alla moglie.
«—Può darsi, risponde essa.
«—Accendi un lume; le dico: io e Gaspare andiamo ad aprire.
«La moglie accende una lucernetta che dà in mano al garzone, io do mano ad un randello ch'è sempre dietro l'uscio, perchè in quel luogo solitario, con tanta gente senza timor di Dio, non si sa mai, e ci avviamo verso il portone. Traversavamo il cortile ed ecco il picchio ripetersi più forte.
«—Buono! dico a Gaspare, pare che la pazienza non sia la virtù di questa gente—Chi è? dimando giunto alla porta.
«—Siamo i pigionanti, mi risponde una voce cupa e rauca. M'affretto ad aprire, prendo il lumicino dal bardotto, metto la palma della mano dietro la fiammella per veder bene, e mi si presenta innanzi una faccia così poco da cristiano ch'io fui ad un pelo da ribattergli lo sportello sul muso e tornarmene senza altro al mio fuoco.
«Sulla strada era ferma la carrozza: l'usciòlo n'era aperto e dentro ci si vedeva un inviluppo che pareva un fardello di stoffe buttato là. Il signor Nicolazzo, che era quel brutto che mi si era presentato, mi disse imperiosamente con quella sua voce cavernosa:
«—Aprite tutto il portone, che la carrozza possa entrare sotto l'atrio.
«In un momento fu fatto. Allora la carrozza entrò e si fermò in faccia la scala. Il signor Nicolazzo mi disse:—Al primo piano c'è una stanza da letto che guarda nel giardino.
«—Signor sì, risposi.
«Ed egli:—Mandate tosto ad accendervi un buon fuoco e prepararvi il letto.
«—Il letto è bello e pronto: dissi; e il fuoco in due minuti è acceso.
«Ci mandai Gaspare: il signore riprese vivamente:
«—Ci avete bene la moglie?
«—Sì signore: dissi.
«—Mandatela lei colà, disse, e che aspetti in quella stanza, e quel giovinetto, disse, venga ad avvertirci quando tutto sia pronto.
«Fu fatto a suo senno. Teresa, che è mia moglie, andò su, e mentre s'aspettava il tornare di Gaspare, io aiutai il cocchiere a levare dalla carrozza i bauli. Nella carrozza nulla non si mosse mai, come se non vi fosse anima viva: quel mucchio di panni era sempre immobile. Quando Gaspare venne a dirci che si era in ordine, il signore pose il capo nell'interno della vettura e chiamò:—Gina!… Gina!…
—Ah! interruppe Vanardi con emozione, l'odi tu Giovanni? Non c'è più dubbio. Poscia, volgendosi a Matteo;—Era la moglie a cui dava questo nome?
—Sì signore: e la moglie era quel certo fascio di robe che ho detto. Nello stesso tempo che il marito la chiamava per nome, io avanzava il lucernino a fare un po' di lume. Al suono di quella voce, oppure a quel subito chiarore, la signora diede in un improvviso scossone e mandò un picciol grido, come spaventata. Vidi drizzarsi della persona una donna macilenta, pallida, con sembianze di sofferente, che girava intorno degli occhioni larghi, ardenti, come li vidi già a taluno che aveva le febbri nella testa e spauriti come quelli di uno spiritato.
—Poveretta! esclamò Antonio.
—Guardò essa il marito, mandò un altro grido e si ricacciò indietro rincantucciandosi, tremando, sclamando con voce rotta dallo spavento:—«No, no, lasciatemi.»—Il signor Nicolazzo se la prese con me—«Che fate voi qui? disse, niquitoso come un basilisco. Le avete scaraventato sulla faccia il vostro lume, disse, che l'avete fatta destarsi in soprassalto. Traetevi in là, disse, e non vi accostate più ch'io non vi chiami.» Ubbidii. E' si mise con mezzo il corpo nella carrozza e parlò tanto piano che non ne udii sillaba. Dopo un poco si drizzò e si rivolse verso di me e del garzone che stavamo chiotti chiotti, in un angolo:—«Venite qua, disse; bisogna levarla di là pian pianino, com'ella è, e trasportarla sul letto. La è svenuta, disse. È malata da lungo tempo, e la fatica del viaggio, disse, l'ha indebolita troppo più che non credessi.» Diedi il lume a Gaspare e la presi pianamente dov'ella era: la poverina non pesava guari più che un cuscino di piume; la portai su delle scale e il marito dietromi, fino alla stanza preparatale, dove Teresa stava aspettando.
«Ed ecco in che modo arrivarono. La carrozza se ne partì per donde ella era venuta, ed essi non si mossero mai più, senza che noi ne sapessimo altro…. Ah! soltanto pochi giorni sono, il signor Nicolazzo s'allontanò dalla villa e stette fuori un giorno: è la prima volta che ciò gli avvenne. Il padrone era venuto a riscuotere l'affitto, come fa ad ogni semestre; chè sono le sole occasioni in cui egli ci mette il piede; ed egli è la sola persona che ci venga. Adunque egli era venuto, e quando fu per ripartirne, il signor Nicolazzo venne da me e mi disse che si sarebbe allontanato per alcune ore—e se n'andò via diffatti col padrone—badassi bene alla casa ed a sua moglie, e le mandassi presso a custodirla la mia Teresa, perchè quella poverina avendo perso il ben dell'intelletto….
Antonio e Giovanni mandarono un'esclamazione.
—Sicuro! riprese Matteo. E dapprincipio conveniva sempre esserle a' panni, perchè la voleva scappare ad ogni modo e da ogni finestra voleva buttarsi. La mia buona moglie le ha fatto un'assistenza!… Perchè il signor Nicolazzo non vuole servitù per la casa, e, tolta una meschinella fante che non esce fuori della sua cucina, siamo noi che facciamo tutto. E la prima cosa che il signor Nicolazzo disse a mia moglie mettendola presso alla sua, si fu questa:… «Badate bene, disse, che di quanto possiate udire da quest'infelice, voi non avete da tener memoria nè ripeter verbo con persona al mondo, chè altrimenti, disse, mal per voi!…» Teresa promise e tenne così bene la parola che nemmanco meco non si lasciò sfuggire mai pure una sillaba. Del resto, poverina!… la sua pazzia è la più innocua che esser possa, e la non sarebbe capace di far male nè anche ad un moscherino. Certi giorni non fa che piangere, piangere; certi altri, ma sono i meno, ride e canterella come un bambino ancora nell'innocenza. Delle intiere notti sta in piedi, e va e viene per la sua stanzuccia che pare una fantasima; e il marito allora veglia ancor esso, ma nella camera vicina, che la non lo soffrirebbe nella sua per nissun patto, e parecchie volte ch'egli le si accosta essa da in convulsioni tremendissime che sono una pietà e uno spavento a vederla. A poco a poco però la si è avvezzata a que' luoghi, non ha più cercato di scappare, ed ora anzi la ci si piace…. Ma, forse io faccio male a raccontar loro tutte queste cose.
—No, brav'uomo: disse Giovanni, voi fate invece un'opera buona, perchè ci aiuterete a levar dalle mani d'un mostro una povera innocente ch'egli tormenta.
—In vero che la mi par così anche a me, se ho da dire proprio ciò che penso; quel signor Nicolazzo io non lo posso soffrire… E poi lei signore (ed accennò a Vanardi) è stato così buono per me, che io mi sono sentito di botto una gran confidenza a suo riguardo…. Ma intanto il tempo se ne va, e non vorrei perdere il vapore. Mia moglie mi aspetta e manderà il garzone colla carrettella alla stazione della ferrata, e se poi la non mi vedesse arrivare, la buona vecchia non se ne darebbe pace.
Tolse commiato, che fu da tutte due le parti affettuoso come fra gente che si conosce da un pezzo, e discese le scale più affrettate che ei poteva. Ma giunto Matteo al pianerottolo degli ammezzati, ecco un altro intoppo ad arrestarlo.
L'uscio dell'alloggio d'Agapito s'aprì di botto e comparve Anna colla sua pezzuola da villanella in testa ed un fardelletto sotto il braccio.
—Eccomi qui, diss'ella vivamente. Lo zio per fortuna non è in casa, andiamo, andiamo presto, che mi par mill'anni di esser lontana di qui.
—Ma dove abbiamo da andare? chiese Matteo.
—Ve lo dirò quando saremo per istrada.
E, senz'aspettar altro, Anna si chiuse l'uscio dietro di sè, e preso il contadino per un braccio, lo trasse seco giù della scala.
Camminarono un poco per la strada senza parlare. La giovane andava di buon passo e con sembianza irrequieta, come se temesse di essere seguitata e raggiunta. Matteo l'arrestò.
—Mia cara, le disse, io vorrei sapere dove andiamo: non ho tempo affatto da indugiarmi se non voglio perdere il vapore.
—Noi ci andiamo appunto al vapore, rispose la ragazza guardandosi attorno timorosa; venite, venite… Io partirò con voi, e voi mi farete la carità d'accompagnarmi.
Matteo allargò tanto d'occhi.
—Partire!… E lo zio lo sa?
—No. Egli non mi lascerebbe andare, ed io ne ho bisogno. Non posso più durarla così, non posso più viver qui.
—Volete dunque abbandonare la casa dello zio?
—Sì.
—Ma, mia cara: cominciò il vecchio con accento di rampogna.
—Ah! non mi farete cambiar pensiero, Matteo: interruppe Anna. Da lungo tempo meditavo di far così.
—Lo zio vi tratta dunque ben male?
—No, no: rispose la giovane impacciata. Ma io sono avvezza alla vita del paese, ho bisogno di quell'aria, qui in città soffoco.
—Eh! c'è un altro guaio, disse Matteo: gli è che io non istò più al paese.
Anna impallidì, giunse le mani, e con tanta passione che il vecchio ne fu tocco, esclamò:
—Oh mio Dio!
—Io sto a Valnota….
La faccia della giovane tornò ad illuminarsi d'un raggio di speranza.
—Oh non importa. È sempre dalle nostre parti; non è lontano dal paese che dieci miglia. Ci andrò bene di colà al villaggio da me sola.
—Ma che cosa volete farvi al villaggio?
—Lavorerò, mi metterò da serva presso qualcheduno, andrò da manovale in giornata, farò di tutto, purchè me ne viva colà.
—Voi siete dunque ben infelice qui? disse il vecchio commosso.
—Oh tanto! oh tanto! esclamò la poveretta; poscia, prendendo una mano del contadino e serrandola: per amor di Dio non mi abbandonate!…
Matteo fu vinto.
—Ebbene, venite, disse bruscamente; siete una buona e brava giovane, me lo ricordo, che il lavoro non ispaventa. In un modo o nell'altro si troverà bene dove allogarvi e forse, forse… Basta, non sarà mai Matteo che lascierà mancare d'aiuto una sua compaesana.