XVIII.

Il mattino di quella medesima domenica, verso le ore nove, un vecchio contadino aveva aperto l'uscio della bottega di messer Agapito e aveva domandato al signor Martino, che primo gli si era fatto incontro:

—La casa del signor Marone?

—Questa.

—Dove potrei trovarne il proprietario?

—E' non abita qui.

—Lo so bene. Vengo appunto dalla sua dimora, e la serva mi ha detto che l'avrei trovato in questa casa. Ho un biglietto da dargli che preme.

Martino si strinse nelle spalle.

—Non saprei che cosa dirvi. Sarà certo da qualche casigliano a riscuoter l'affitto. Potete andar cercando di lui su per tutti i piani della casa.

Il villano s'avviava per partire, quando messer Agapito, che dal punto in cui quegli era entrato, l'osservava attentamente e con una certa sorpresa, s'alzò ratto, e fece un gesto per arrestarlo.

—Un momento, diss'egli. O io mi sbaglio, o vi conosco, brav'uomo.

—Può darsi: rispose il contadino volgendo la faccia e lo sguardo verso lo speziale.—To', esclamò egli a sua volta, appena ebbe veduto i lineamenti di costui: ella è messer Agapito.

—Bravo! E voi siete l'ortolano Matteo.

—Per l'appunto.

Agapito tese verso il contadino la sua tabacchiera aperta.

—Evviva! Mi fa molto piacere il vedervi. È un secolo che non ci siamo trovati…. E voi come la va? E la vostra famiglia? E dove state? Già siete sempre al paese, non è vero?… Che cosa c'è di nuovo per colà?… E che buon vento vi mena da queste parti?

Matteo, fra tante domande, pensò bene di non rispondere che ad una sola.

—Non sono più al paese. Sono ortolano ad una villa in Valnota.

—In Valnota? che? vi siete traslocato colà?

—Sì signore…. E son già degli anni parecchi.

—È strana. Non avrei creduto mai più che voi vi sareste deciso ad abbandonare il villaggio.

La faccia di Matteo s'imbrunì e curvando la testa fra le spalle in atto di dolorosa rassegnazione, egli rispose:

—Che cosa vuole? Non l'avrei creduto nemmen io un tempo: ma delle sventurate circostanze sopravvenute mi vi obbligarono.

La curiosità dello speziale intravide tutta una storia che fu tosto assai ghiotto di apprendere.

—Ah si? diss'egli con molto interesse: raccontatemi su, da bravo…

—Oh! gli è un affare molto lungo…

—Non importa…

—Io ho fretta…

—Lasciate un po'… Quando si trova dopo tanto tempo un compatriota!… Quella villetta dove ora siete è vostra? l'avete comperata?

Matteo scosse dolorosamente la testa.

—Oibò. Ci sono al servizio del signor Marone.

—Davvero!

—Sicuro. Saranno tre anni a San Martino.

—E vi ci trovate bene? Ci avete dei buoni guadagni?

—Eh là! non mi lamento.

—Una volta mi ricordo che la vi andava molto bene….

—Ah! questi non sono più i tempi d'una volta. Ho avuto ogni fatta disgrazie.

—Poveretto!… Ma via, sedetevi un momento qui presso al braciere, che possiamo discorrerla più comodamente…

—Grazie, non posso.

Il trovare così restio al parlare quel vecchio contadino accrebbe la curiosità dello speziale, che lo spinse fino alla generosità della seguente offerta.

—Voi berete bene un bicchierino di qualche cosa di tonico… di ratafià per esempio.

—Grazie tante. Lei è molto buono; ma sono ancora digiuno: e poi non posso fermarmi. Conviene ch'io trovi il padrone per dargli la lettera del signor Nicolazzo.

—Nicolazzo! chi è costui?

—È i! pigionante della villetta. Questa lettera preme di molto, a quel che mi ha detto, consegnandomela; e mi ha comandato di recargliene la risposta il più presto possibile.

—Alla campagna?

—Già!

—Forse ch'egli abita colà?

—Sicuro.

—A questa stagione?

—Sono due anni ch'ei non se ne move nè state nè inverno.

—Che gusto! È matto?

—Egli no: ma sua moglie pare di sì.

—Ah, ah! c'è anche una moglie?

—Sì signore.

—E vivono colà soli?

—Come i gufi, tutto l'anno, schivando perfino la compagnia nostra, di me e di mia moglie.

—Cospetto!… A proposito; e la vostra famiglia? Non ve ne ho manco ancora domandato. Come va?

Il pover'uomo trasse un sospiro.

—Mia moglie sta bene, povera vecchia!… Grazie!

—E vostro figlio?

La faccia del vecchio mostrò un certo imbarazzo che eccitò grandemente la curiosità di messer Agapito, il quale ci travide un segreto da apprendere.

—Che riuscita ha egli fatto? continuò egli non istaccando i suoi occhietti dal volto sempre più turbato di Matteo. Eh, eh! sono secoli che io non l'ho più visto; da dopo ch'egli era solamente alto così… Ma mi ricordo benissimo che prometteva di farsi un gran talentone, e che tutta la gente vi consigliava di farlo studiare.

L'infelice Matteo trasse un sospiro più profondo del primo:

—Ho dato retta ai consigli della gente, e l'ho fatto studiare.

—Da prete?

—No… da professore.

—Ed ora, dove si trova egli?

—Ma!… Non so bene… Credo sia qui in città.

—Oh bella! Non sapete dove sia vostro figlio? forse che non vi scrive?

—No… cioè… voglio dire raramente.

—E non va a trovarvi qualche volta?

—Egli ha molto da fare; è sempre occupato…

—Vuol dire adunque che ha fatto davvero una buona riuscita?

Il villano tornò a sospirare.

—Oh sì, disse: guadagna di molto. Se la vive da gran signore—lui: soggiunse con amarezza.

—E voi continuate a far la vita faticosa d'un tempo?… Oh, perchè non andate a vivere con lui, riposandovi pur una volta per passare in santa pace quegli anni che vi rimangono?

Matteo si volse in là per nascondere una lagrima, che lo speziale vide pur tuttavia.

—Sentite: riprese Agapito con un calore che pareva cortesia di buon cuore, ed era invece solletico indicibile di curiosità. Il vostro padrone deve senza fallo venir da me questa mattina per esigere il semestre della pigione: il mezzo più sicuro di trovarlo gli è dunque d'aspettarlo in casa mia. Venite su, e perchè il tempo vi sia men lungo diremo due parole davanti un fiasco ed una fetta di salame.

L'ortolano se ne schermì, ma lo speziale ebbe in quella una vera, ispirazione!

—Vostro figlio vive da ricco, ed è professore?… Sta a vedere che gli è quello che abita qui di facciata che si fa dare tanto di cavaliere e si spaccia figliuolo d'un avvocato.

Matteo non potè e non cercò neppure dissimulare l'emozione che lo prese.

—Abita qui di facciata? Lui!…

—Vostro figlio si chiama egli Tommaso?

—Sì.

—È dunque lui, lo scommetto: esclamò Agapito trionfante. Matteo, assolutamente voi avete da far colazione con me: parleremo di codesto e d'altro.

Il contadino che amava pur sempre l'ingrato figliuolo, e che da tanto tempo non ne aveva più avute notizie, desiderosissimo di udire dei fatti di lui, accondiscese all'invito, e fu tratto dallo speziale nel suo alloggio agli ammezzati.

—Anna, Anna: gridò Agapito entrandovi.

La ragazza accorse sollecita.

—Ecco qui un brav'uomo del nostro paese; soggiunse lo zio: vedi un po' se lo riconosci!

—-Compar Matteo! esclamò Anna giungendo le mani e quasi non credendo agli occhi suoi.

—Sì, sì, son io, disse il contadino ancora tutto turbato, e a cui anzi la presenza di quella giovane, rammentandogli il passato, accresceva la passione della sua presente sciagura. Buon giorno Anna; la ti va bene?

Per la povera giovane la vista di quel suo compaesano fu una gran gioia. Le parve ch'egli le portasse un po' dell'aure di quella diletta contrada ch'ella aveva abbandonata sì a malincuore e per essere poi tanto disgraziata in città, un po' di quella libertà ch'ella aveva dovuto scambiare con una sì trista e dolorosa schiavitù. I giorni gai della sua infanzia le sorsero innanzi con tutte le loro care memorie di luoghi, di tempi, di piaceri; dove avesse osato si sarebbe slanciata al collo del vecchio contadino ad abbracciare in lui tutto quel passato così rimpianto; la si rimase a pigliargli con effusione una mano e serrargliela con forza fra le sue, mentre gli occhi le si inumidivano per tenerezza.

La voce burbera dello zio venne a richiamarla brusco al presente.

—Va a prepararci un boccone da colazione: presto!

Durante il pasto, che non fu nè sontuoso nè abbondante, non si parlò d'altro che di Tommaso Salicotto. Il padre era ansioso d'apprenderne ogni cosa; lo speziale era curiosissimo di trarre di bocca a Matteo il segreto delle relazioni che passavano fra lui e il figliuolo. Più nissun dubbio rimaneva in Agapito che il cavaliere, sedicente figliuolo d'un avvocato, non fosse il legittimo ed unico discendente di quel villano, e si prometteva di avere da questo argomento l'occasione d'una infinità di ciarle piacevoli ed interessanti con tutto il vicinato, cogli avventori, coi medici che capitavano a bottega.

Ma nel migliore delle sue suggestive interrogazioni a Matteo, ecco la nipote interromperlo per annunziargli che c'era il signor Marone.

—Venga: disse lo speziale; poi volgendosi al contadino: Eh ve l'ho detto io che l'avreste visto senza fallo, aspettandolo qui.

Marone si stupì molto di trovar lì il suo ortolano, prese la lettera che questi gli porse, la lesse, meditò un poco, poi disse:

—Da qui a mezz'ora passate da me, dove io abito, e vi darò una risposta da portare al signor Nicolazzo.

Poi si volse allo speziale domandandogli la pigione. Matteo comprese che non aveva più nulla da far lì e tolse licenza. Agapito chiamò la nipote, perchè lo scortasse fuori.

Quando furono all'uscio che metteva al pianerottolo, Anna disse sottovoce e tremando a Matteo:

—Ripartite presto?

—Fra un'ora al più tardi.

La ragazza giunse le mani in atto di preghiera e levò gli occhi lagrimosi in volto al villano con espressione così supplichevole che egli se ne sentì commosso:

—Ho bisogno di parlarvi, diss'ella, tanto bisogno! È il cielo che ho pregato così di cuore che vi ha mandato… Prima di partire, venite qui, ve ne scongiuro, e battete un legger colpo colle dita nell'uscio, io sarò dietro il battente ad aspettarvi… Venite per amor di Dio, ve lo domando come una grazia.

—Va bene, rispose Matteo, ci verrò.

—Sicuro?

—Sì, sì, ve lo prometto.

—Dio vi benedica, compare Matteo.

A che cosa il buon villano avrebbe impiegata quella mezz'ora che gli restava prima di andare a prendere la risposta scritta dal suo padrone? Se ne venne nella strada, guardando di qua e di là, come uno sfaccendato. Dallo speziale aveva appreso che nella casa precisamente di facciata abitava suo figlio; e quando egli giunse all'altezza di quel portone una forza superiore lo fece piantarsi là davanti, come se ci avesse da mettere le radici.

Da tanto tempo non aveva più visto quel figlio che in fondo al cuore gli era caro pur sempre! Chi sa che Tommaso non fosse pentito del suo fallo, e una sola parola di lui, il solo vederlo, non glie lo gettasse amoroso di nuovo fra le braccia! Senza un atto ben preciso di sua volontà, Matteo pur tutta via entrò sotto il portone, e come il portinaio che per caso usciva dalla sua loggia lo guardava con aria interrogativa, egli disse, quasi balbettando:

—Il signor Salicotto abita qui?

—Il cavaliere Salicotto, rispose il portinaio, sta al primo piano nobile.

Matteo salì le scale, suonò il campanello ed entrò nella casa del figliuolo con quella emozione che potete immaginarvi.

Il domestico, che lo aveva introdotto in quel salotto in cui abbiamo accompagnato Vanardi, passò nel gabinetto del padrone ad annunziargli che un contadino cercava di lui.

Tommaso, come soleva fare per ogni nuovo visitatore gli capitasse, se ne fece descrivere in digrosso le sembianze e il portamento. Il dubbio che potesse esser suo padre nacque di subito in lui; s'accostò cautamente all'uscio a vetri, e levò un poco una delle tendine per veder nel salotto. Al primo sguardo gettato su quel vecchio di cui l'impacciato contegno e il tremito delle mani che sostenevano il cappello dinotavano la commozione profonda, Tommaso lo riconobbe. Il primo pensiero di quel tristo, dello scellerato figliuolo, fu quello di farnelo rinviare dal servo; poi temette il vecchio rompesse in isdegnose parole che svelassero la verità e ne nascesse uno scandalo, disse adunque al servitore:

—Andate pure ai fatti vostri; farò venir qui fra un momento quell'uomo io stesso.

Quindi il miserabile stette alcuni minuti pensando quale accoglienza gli fosse più utile di fare a suo padre, e si risolvette per una brusca e scortese, affine di togliere al povero vecchio la volontà di tornarci un'altra volta.

Aprì l'uscio del gabinetto e disse al padre in tono burbero:

—Venite.

Il buon vecchio, che ad una sola parola amorevole si sarebbe slanciato verso il figliuolo a braccia aperte, ferito dolorosamente da quell'accento, s'inoltrò esitando, quasi timoroso.

—Ah siete voi, rispose Tommaso; che volete?

Matteo vide svanire di botto tutte le illusioni che s'era fatte venendo. Suo figlio non esisteva più per esso. Fissò ben bene i suoi occhi sul volto scuro di Tommaso, e disse:

—Ero venuto per vedere se qui trovavo ancora mio figlio, vedo ch'io non son più che un estraneo. Ho avuto torto a venire. Da voi non voglio niente.

E si mosse per partire senz'altro.

Il filantropo non si commosse punto. Soltanto, quando il padre aveva già una mano sulla gruccia della serratura, tese la destra verso di lui e disse:

—Le nostre esistenze corrono in due strade affatto diverse: sono quindi le circostanze, e non la mia volontà, che ci separano. Se mi ostinassi a voler camminare accosto a voi, farei danno alla mia fortuna, senz'altro pro. Che volete? Il mondo è così fatto…

Queste frasi spazientirono il vecchio contadino; rialzò egli la testa più risoluto, ed interruppe:

—Va bene. Risparmiate le vostre belle parole ch'io non capisco. Voi non volete aver più nulla di comune colla vostra famiglia, e checchè avvenga di noi ve ne lavate le mani. Che v'importa che vi sieno due poveri vecchi soli al mondo, senza conforto nessuno nella loro età cadente? È giustissimo: avete ragione: l'educazione signorile vi ha forse mostrato di queste belle cose, che noi gente alla buona chiameremmo… Ah! Dio mi perdoni!…

Il pover'uomo cominciava a scaldarsi. Tommaso fraintese affatto il sentimento del vecchio dabbene, e soggiunse col piglio dolcereccio da impostore con cui soleva smaltire le sue filantropiche tiritere:

—Io non ho mai detto di volervi abbandonare nei vostri bisogni. Voi forse siete venuto da me per avere denaro, ed io…

Ma il padre non lo lasciò continuare. Era l'amore del figlio, era la doverosa di lui gratitudine ch'egli era venuto a cercare. Diede sfogo a tutto lo sdegno doloroso che da tanti anni la condotta del figliuolo verso i genitori aveva ammassato nel suo animo. La verità parlò per la bocca di lui coll'accento della più viva rampogna, e la severa condanna paterna cadde, come una maledizione, sull'ingrato figliuolo.

Tommaso incrociò le braccia al petto e si mise a passeggiare pel gabinetto con fredda indifferenza.

—Dopo questa intemerata, pensava egli, ne sarò liberato per sempre.

Ma come l'intemerata durava troppo, ed egli cominciava a stancarsene, il tristo decise di farla finita. E poi, gli pareva che alcuno fosse entrato nel vicino salotto, e troppo temeva che quella scena facesse scandalo. Si piantò innanzi al padre e gli disse in tono risoluto:

—Ora basta. Sono in casa mia ed ho il diritto di farmi rispettare.

Il vecchio volle insistere.

—Basta! gridò più forte il figliuolo. Ho il diritto a chicchessia m'oltraggi di mostrare la porta.

Matteo indietreggiò d'alcuni passi, innanzi al viso fosco del figliuolo.

—Voi mi scacciate! esclamò egli. E sia: ma il cielo…

—Si: interruppe Tommaso con rea ironia; facciamo il cielo giudice fra noi. Ci acconsento, e intanto la sia finita.

Il misero padre uscì dal gabinetto e dalla casa del figliuolo in quella guisa che vi ho narrato nell'altro capitolo. L'angoscia del suo cuore chi la potrebbe esprimere? Ma nel piangere fra le braccia del buon Vanardi che, senza pur conoscerlo, gli aveva mostrato tanta pietà, alcun sollievo n'era disceso all'anima del povero vecchio:

—Via, fatevi animo: dicevagli Antonio; venite meco, appoggiatevi al mio braccio; avete bisogno d'un qualche corroborante. Andiamo lì dallo speziale…

Ma l'idea di ricomparire innanzi ad Agapito in quel momento riuscì assai sgradevole all'ortolano.

—No, diss'egli, piantandosi in mezzo la strada. Non ho bisogno di nulla.

Il nostro pittore era così commosso della sciagura e del dolore del povero vecchio che non l'avrebbe lasciato andare per tutto l'oro del mondo.

—Sì, sì che avete bisogno di qualche cosa: insistette egli, venite dal liquorista a prendere almeno un bicchierino.

E nella foga della sua caritatevole premura il dabbene dimenticava che non aveva allato nemmeno un centesimo.

—Grazie, grazie: rispose Matteo; ma non ho tempo da indugiarmi. Conviene ch'io vada in cerca del mio padrone per riceverne una lettera, e poi tosto che me ne parta.

In quella Giovanni Selva usciva dalla porta da via di Vanardi, vedeva costui e lo accostava sollecito.

—Una novità: gli disse affrettato: una brutta novità…

—Che cosa? domandò con isgomento il pittore avvezzo dall'infelicità della sorte a temer sempre il peggio. O Dio! ci è capitata qualche altra disgrazia?

—Non a te nè ai tuoi, rispose Giovanni. Rassicurati: la disgrazia c'è, ma è piombata addosso al signor Marone.

A questo nome l'ortolano allargò le orecchie.

—Il signor Marone! Che cosa gli è accaduto?

—Egli è costassù in casa tua, sul tuo letto, con una gamba rotta o slogata che sia.

—La vuol dire il proprietario di questa casa? domandò Matteo intromettendosi.

—Precisamente.

—Egli è appunto il mio padrone di cui debbo cercare.

—Ebbene, lo troverete lassù al sesto piano che grida come un dannato.

—Ma come fu? chiese Vanardi.

—È scivolato giù dalla scala. Il piede gli è smucciato sopra un ghiacciolo. Ti racconterò poi meglio la cosa. Ora corro in fretta a far venire una barella per trasportarlo e ad avvisare la serva di lui, perchè prepari l'occorrente.

E scappò via con tutta sollecitudine.

—Non avete di meglio a fare, disse Vanardi a Matteo, che venir su meco a vedere che cosa è capitato, poichè quello è il vostro padrone.

L'ortolano accettò il partito.

Ed ecco in che modo era avvenuta la disgrazia.