XV.

Ad un tratto Vanardi e Borgetti, che aspettavano sempre nel salotto della banca, videro aprirsi con impeto l'uscio del gabinetto del signor Bancone ed entrare sollecito con aria di assai premuroso interesse il signor Gustavo Pannini.

Il pittore si alzò, e indovinando che quello era il giovane aspettato, fece un passo verso di lui nella speranza di dover egli essere il primo a parlargli, poichè di tanto era stato il primo a venire ed a noiarsi nell'attenderlo; ma Gustavo, invece, non fece a lui la menoma attenzione, e quasi non l'avesse manco veduto, si rivolse all'altro che lo aspettava e gli disse vivamente:

—Ebbene? ebbene? come vanno le cose? che hai tu fatto per me stamattina?

Borgetti prima di rispondere, per farlo avvertito che non eran soli, gli additò con un cenno di capo Antonio che tormentava il suo cappellaccio con aria tra d'imbarazzo e tra di cattivo umore.

Gustavo non potè trattenere un atto di contrarietà e si volse al pittore con una certa impazienza, che appena era coperta da un poco di urbanità:

—Lei cerca di me?

—Sì signore, se ella è il signor Pannini.

—Lo sono appunto.

Pannini diede una più attenta guardata alla persona ed agli abiti di chi gli stava innanzi e non parve che codesta vista gli ispirasse molta fiducia.

—Che cosa mi vuole? soggiunse asciuttamente, come per far capire che gli avrebbe fatto piacere sbrigandosi in fretta.

Cotale accoglimento sconcertò un poco il nostro povero pittore.

—Ero venuto per… Credo che le abbiano già parlato di me… Il suo signor suocero, il mio amico Giovanni… Giovanni Selva, lo conosce bene anche lei?… Ed ho qui anzi una lettera per vossignoria.

Il contegno di Gustavo si fece più gentile e benigno.

—Ah! lei è il signor Vanardi?

—Sì signore.

Ed Antonio s'affrettò a trar di tasca la lettera di Selva e porgerla a Pannini; ma in quella Borgetti guardò l'orologio e fece un atto che indicava la sua premura e la sua impazienza.

—Abbia la gentilezza di aspettare ancora un momento, disse Gustavo ad Antonio. Questo signore ha da parlarmi di cose premurose che non ammettono indugio.

E senza attender altro soggiunse parlando all'agente di cambio:

—Vieni di qua Borgetti.

Passò nello studiolo con quest'ultimo: e Vanardi, rassegnandosi alla pazienza, tornò a sedersi presso il fuoco.

Tra il marito di Lisa e l'agente di cambio aveva luogo il seguente dialogo:

—Ebbene? aveva ripreso Gustavo; che hai tu fatto?

—Secondo il tuo desiderio ho comperato di nuovo per fine mese.

—Quanto?

—Dieci mila di rendita: che unite alle già comperate fanno cinquanta mila.

—A quanto?

—Mezzo punto più del corso di ieri.

—La tendenza è all'aumento, non è vero?

—Ah! non voglio ingannarti. La è invece più che mai al ribasso. I principali giuocatori al rialzo si sono voltati e tentano compensarci con vendere… ti consiglerei anche a te a far lo stesso, invece di ostinarti a comprare.

Gustavo stette un momento a riflettere.

—Compensarmi!… Ad ogni modo non potrei mai coprirmi del tutto.

—Ma la perdita sarebbe minore…

—Per esserne sempre allo stesso punto.

—Ma, mio caro, se questo ribasso continua, la differenza sarà tale che non potrai nemmeno far più il riporto… E ancora chi sa se lo si vorrà fare!

—Ebbene vada il tutto pel tutto: disse Pannini con una risoluzione a cui l'eccitamento e i fumi dei vini bevuti non erano estranei. O su o giù una buona volta. Se la mi va bene, sarò ricco… E sento qualche cosa in me che mi avverte che andrà bene. Sono entrato in una fase di fortuna. Sono persuaso che tutto mi riesce; vedrai pronunziarsi l'aumento e la liquidazione farsi a benefizio dei rialzisti

—Così pur sia! E intanto ora quali sono le tue istruzioni? fermarsi non è vero?

—No: rispose colla medesima eccitazione Gustavo. Non ti ho io detto di voler proprio tentare un colpo decisivo? Compra ancora, compra sempre.

—Diavolo! diavolo!

—Esiti?

—Se la ti va male, come farai per pagare?

—Bancone mi ci aiuterà.

Borgetti fece una smorfia molto incredula.

—Lo speri?

—Ne sono sicuro. Mi vuol molto bene; sta per darmi il posto di Padule; a lui lo anticiparmi una cinquantina di mila lire gli è come niente; va là ch'egli non mi lascierà negli imbrogli.

—Tanto meglio. Dunque comprerò ancora?

—Sì, almeno altre diecimila di rendita.

—Va bene. Addio! Corro alla piccola borsa. A rivederci domattina.

L'agente di cambio uscì frettoloso, e Gustavo, rimasto solo nello studiolo, si affondò nelle sue meditazioni, o per meglio dire nelle sue allucinazioni delle chimere che perseguiva colla mente eccitata, sognando già d'essere ricco e di sedere frammezzo ai potenti del giorno alla mensa dei diletti sociali.

Il rialzo di tanto gli avrebbe dato tanto di guadagno; quanto maggiore sarebbe stato quello, tanto più considerevole questo. Esso avrebbe potuto spingersi fino alle sessanta, alle settanta mila lire. Ciò non avrebbe ancora bastato: ma con questo capitale ch'egli avrebbe messo nella banca e col posto di Padule che gli avrebbe dato occasione di farlo meravigliosamente fruttare e gli avrebbe procurati mille altri vistosi proventi, egli poteva dirsi giunto alla conquista della ricchezza. Quanti castelli in aria non faceva di botto il suo povero cervellino eccitato!… E intanto dimenticava compiutamente che nel salotto vicino stava aspettando da due ore per parlargli l'individuo raccomandatogli dal suocero e dalla moglie.

Antonio da parte sua, visto Borgetti uscire dallo studiolo, aveva creduto che o Pannini venisse tosto a dargli udienza, o lo facesse entrare a sua volta nel gabinetto; ma nulla avvenne di codesto; onde, lasciato passare forse un quarto d'ora, l'impazienza gli diede coraggio di aprir pian piano l'uscio socchiuso dello studiolo e gettarvi dentro uno sguardo.

Pannini passeggiava in su e in giù con le braccia incrociate al petto, il capo chino, sorridendo alle liete fantasie che gli danzavano nella mente. A quel lieve rumore che fece l'uscio aprendosi, pur tuttavia si volse, richiamato a sè stesso, vide Vanardi e di subito gli increbbe d'averlo così dimenticato.

—Ah, mi scusi, diss'egli andandogli incontro. Ho qualche cosa per la testa che mi occupa di molto, e raccoglievo, come si suol dire, i pensieri a capitolo… S'avanzi, la prego, ed eccomi tutto per lei.

La gentilezza, la buona grazia e le maniere garbate di quel giovane veramente simpatico, fecero il loro solito eccellente effetto anche sull'animo del pittore; il quale senz'altro ebbe scancellato e dimenticato tutto quel po' d'irritazione che aveva il momento prima per sì lungo attendere.

—Ho letto la lettera del suo amico, ed oso dire anche mio, l'avvocato Selva. Mio suocero d'altronde mi ha già parlato di lei, e me ne ha parlato eziandio mia moglie.

Sorrise colla più franca e piacevole maniera del mondo.

—E questa, soggiunse, è per me la più valida ed autorevole raccomandazione ch'esser possa. Ciò vuol dire che io mi prendo a cuore la sua domanda, signor Vanardi, e farò di contentare i suoi desiderii.

—Oh signore, la mia riconoscenza…

Era destino che il povero Antonio avesse ogni fatta contrasti in quel suo passo di venire a parlare a Pannini. Ora che il colloquio era avviato così bene, ecco aprirsi l'uscio del gabinetto ed una voce ben nota pur troppo al nostro pittore domandare:

—Si può?

Vanardi si volse in sussulto, e si trovò a fronte il suo padron di casa, il signor Marone.

Con pari stupore quest'ultimo si vide innanzi il suo pigionante; ma l'uno e l'altro si limitarono ad esprimere la loro meraviglia con un atto onde accompagnarono il lieve saluto che fu tra loro scambiato.

—C'è il signor Bancone? domandò il nuovo venuto.

—Pel momento no: rispose Pannini; e se posso io servirla in alcuna cosa.

—Desidererei parlare proprio col signor Bancone.

—Allora s'accomodi costì nel salotto, che il signor Bancone non tarderà a discendere in ufficio.

—Grazie tante.

Marone si ritrasse nel vicino salotto, e Gustavo riprese il colloquio con Antonio.

—Vorrei poterle dir subito: la cosa è bella e fatta; ma pur troppo non è così. Pel momento non c'è posto nessuno nella banca; e proporre al signor Bancone di prendere un impiegato di più di quanto strettamente abbisogna è fare una cosa affatto inutile; ma tra qualche tempo è probabile, è sicuro anzi che si farà un posto: il primo commesso ci lascia, ed io ho più che buona speranza di sostituirlo, un altro passerà a mio luogo, e così via via: si farà un posticino da poter introdurre un nuovo… Io la terrò in memoria e farò di tutto perchè questo nuovo sia lei.

In quella fece il suo ingresso la persona imponente del signor
Bancone, disceso dai suoi appartamenti.

Vanardi si ricantucciò in un angolo tutto umile innanzi a quel milione incarnato.

—Pantani, disse il banchiere, è venuto qualcheduno a cercarmi?

—C'è di là il signor Marone che desidera parlarle.

—Lo faccia entrare.

Vanardi fece un profondo inchino al banchiere che non gli badò, e seguì Pannini, il quale passò nel salotto.

—Il signor Bancone c'è: disse Gustavo a Marone. Entri pure.

Marone s'affretto a penetrare nello studiolo.

—E quando potrò sapere alcuna cosa di ciò che mi riguarda? chiese
Antonio.

—Non potrei precisarle il momento: rispose Pannini; ma spero che fra una settimana o poco più… Torni fra quindici giorni, ecco, e son certo di poterle dire qualche cosa di positivo; che se mai avrò prima di quel tempo alcun che da comunicarle, glielo farò sapere per mezzo di Selva.

Antonio sentì come se un secchio d'acqua gli fosse versato giù della schiena. Quindici giorni da aspettare! E come vivere intanto?

Mentre cercava di balbettare una risposta che non sapeva nemmen egli quale avesse da essere, la voce di Bancone risuonò dal gabinetto vicino chiamando Gustavo.

—Vengo, rispose questi, e sbrigatosi sollecito di Antonio con un saluto, s'affrettò ad accorrere dal principale, mentre il misero pittore se ne partiva poco più racconsolato di quel che fosse quando era penetrato colà dentro.

Bancone giaceva mezzo sdrajato in una larga poltrona, Marone gli stava dinanzi seduto sopra una seggiola il suo cappello frusto in mezzo alle ginocchia.

—Venite un po' qua, Pannini, disse il banchiere col suo accento di superiorità e di protezione. Ecco qua il signor Marone che vuole…

—Scusi, interruppe quest'ultimo: ma gli è a lei solo che desidererei…

—Questi è il mio segretario: rispose brusco il banchiere; e l'ho chiamato appunto perchè non è di troppo.

E volto al giovane che già s'avviava verso la porta, disse con tono di comando:

—Fermatevi Gustavo.

Questi tornò presso al suo principale.

—Il signor Marone ha dei fondi nella banca?

—Signor sì, rispose Pannini: novanta mila lire….

—E gl'interessi da pagarsi adesso allo scader del semestre, soggiunse vivamente Marone.

Il banchiere fece un gesto che significava…

—Peuh! tutto ciò è una miseria.

—Ed ella, soggiunse forte, vorrebbe riaver quel denaro?

—Signor sì… Ecco: ho fatto un acquisto considerevole…. un'occasione vantaggiosissima che mi si è presentata…. Mi allargo ed arritondo per bene quel po' di possessi che ho già in Valnota….

Il banchiere l'interruppe con certo piglio di alterigia.

—Insomma vuol ritirar subito quella somma?

—Subito, subito, no… ma se me la potesse dar presto… non mi farebbe dispiacere.

E Bancone rivoltosi di nuovo al segretario:

—Quel denaro è pagabile a semplice richiesta?

Il padrone di casa d'Antonio cominciò egli una risposta: ma il banchiere, senza nemmanco guardarlo, gli fece segno di lasciar parlare Pannini.

Questi andò ad aprire certi cassettini ripieni di carte, ci rovistò per entro, n'esaminò parecchie, e finì per rispondere:

—Sì signore.

—Va bene, disse Bancone: fatemi venire il cassiere.

Gustavo andò alla scrivania, vicino alla quale, nella parete, ad arrivo di mano di chi ci fosse seduto vi erano parecchi bottoncini di metallo dorato; ma prima che ci arrivasse, Marone disse con vivacità:

—Scusi… Una delle cose che più mi secchino è d'esser tenuto per ricco dalla gente… Non lo sono diffatti… Ho qualche ben di Dio, gli è vero, ma ci ho tante passività, tanti imbarazzi!… Eppure ci sono già certi animali che vanno susurrando ch'io ho dei tesori… Se si venisse ancora a sapere ch'io riscuoto da lei novantamila lire.

—Che cosa ne vuole conchiudere? dimandò con impazienza Bancone.

—Che meno sarebbero le persone che conoscessero questo fatto e più l'avrei caro.

—Il mio cassiere non è un ciarlone, disse asciutto il banchiere; e fece segno a Pannini chiamasse senz'altro chi gli aveva detto.

Gustavo premette uno di quei bottoncini di metallo, e un campanello risuonò sopra la testa del cassiere.

Di lì a un minuto s'udì nella stanza vicina il passo lento e pesante d'un uomo, o poi la porta s'aprì e comparve la faccia stupida ma onesta del signor Busca.

—Venite qua, Bernardo, disse il banchiere. Potreste oggi stesso, o domani, pagare la somma di novantamila lire?

Il cassiere allargo i suoi occhi di vetro e rispose colla sua voce monotona:

—Nè oggi nè domani. Ella sa che abbiamo da fare quei certi pagamenti…

—Lo so, lo so: ma questo non ci ha da importare.

—Ci ha da importare, sì signore, perchè la cassa non potrà snocciolare insieme con tutto il resto altre novantamila lire.

—E allora, quando credete di poterle pagare?

Il signor Busca si serrò il mento colla mano destra, e coll'indice si pose a battere sul labbro inferiore, mentre la sua fronte stretta e piana si corrugava leggermente per effetto della meditazione. Dopo un poco alzò in faccia al principale i suoi occhi chiari ed a fior di capo.

—Fra tre o quattro giorni, disse.

Bancone si volse al suo creditore.

—Ha udito? Tre o quattro giorni sono forse troppi?

—Oh no! s'affrettò a rispondere Marone. Gli è giusto quel che mi torna.

—Ebbene, oggi è giovedì… Lunedì sera ella avrà il suo denaro. Bernardo, lunedì terrete in pronto novantamila lire… Le vuole in oro? chiese a Marone.

—Come le aggrada. Parte in oro e parte in polizze di banca, se le accomoda.

—Avete inteso, Bernardo? Quella somma la consegnerete al segretario che ve ne darà scarico. Ora andatevene pure.

Il cassiere fece un inchino e partì.

Bancone proseguiva:

—Ella, signor Marone, si darà la pena di venir qua lunedì sera, e riceverà la somma da Pannini, col quale farà tutti gli opportuni incombenti. Così le va?

—Perfettamente. Non mi resta più che ringraziarla e salutarla.

S'alzò da sedere e si curvò in un profondo inchino.

—Buon giorno: disse il banchiere senza neppure fare un saluto col capo: quindi cessando subito dal badare a Marone che se ne partiva, soggiunse parlando a Pannini: sedetevi costì, mio caro, che ho da farvi scrivere alcune lettere.