XVI.
Due giorni erano passati; e il povero Antonio, come facilmente vi potete pensare, si trovava nelle distrette più che mai.
Pressato dalla necessità egli dovette calpestare il suo orgoglio e la sua ripugnanza a codesto passo, e si decise di ricorrere alla carità delle persone generose. Fra le due di queste cotali che gli erano state suggerite aveva pensato a lungo a quale rivolgersi di preferenza, se alla vecchia marchesa di Campidoro od al giovane filantropo Salicotto, e l'aveva poi data vinta a quest'ultimo, perchè in fama di molto più accostevole, di molto affabile ed alla mano.
Ricorreva giusto una domenica, e il povero pittore, vestiti i suoi migliori panni—quel certo soprabito color marrone—s'avviava verso le dieci ore del mattino, che quello gli avevano detto essere il tempo opportuno, alla dimora del signor Salicotto, pubblicista umanitario e cavaliere.
E mentre Antonio traversa la strada, entra nella porticina della casa dirimpetto, sale sino al secondo piano ed esita a tirare il cordone del campanello, io di questo signor filantropo vi farò conoscere virtù e miracoli, contandovene la storia.
Abbiamo udito da quel ciarlone di speziale come nel suo paese, che era quello stesso della sua nipote Anna, vi esistesse una famiglia col nome di Salicotto, il capo vivente della quale era un povero ortolano; ma sor Agapito non si pensava mai più che il cavaliere fosse in alcun modo legato a quella povera gente, figliuolo com'ei si diceva d'un avvocato. Ma se Anna si fosse trovata una sola volta faccia a faccia con questo personaggio, benchè tanti anni fossero passati, benchè un sì gran cambiamento si fosse fatto in lui, non avrebbe tuttavia mancato certo di riconoscere nel cavaliere il figliuolo del vecchio Matteo, il vicino di casa, l'antico amicone della sua famiglia. Per fortuna del nostro filantropo democratico, che nascondeva con tanta cura la sua modesta origine, in que' due anni che già era rimasta in città la nipote dello speziale, stando rarissimamente alla finestra ed uscendo anche meno, non aveva ancora veduto mai colui che nell'intenzione dei parenti delle due parti doveva essere suo sposo.
Tommaso Salicotto era nato unico figlio; suo padre era un buon diavolaccio con tanto di cuore, che non sapeva più in là dei cavoli del suo orto e non desiderava altro di meglio che vender bene i suoi erbaggi al mercato, ed avere a tempo opportuno il sole e la piova sui suoi asparagi, sui suoi carciofi, sui susini, sugli albicocchi, e via dicendo. La madre era altresì una eccellente comare che non pensava oltre le poche vicende domestiche, far la cucina, rattoppare i cenci, aiutare tal fiata il su' uomo nei lavori dell'orto. Ebbene—chi può spiegare codesto mistero?—da questi due era nato in Tommaso un ambizioso, uno spirito irrequieto, ghiotto di ricchezze ed invidioso delle fortune altrui.
Già da bambino il nostro eroe guardava con occhio di livore la palazzina bianca che sorgeva di faccia al rustico casolare di suo padre, nella quale veniva ad autunnare ogni anno una famiglia di signori che abitavano la più vicina città di provincia. S'accostava cauto al muro del giardino tutto rifiorito, e pel cancello sbirciava con maligno ed invidioso intendimento le poche e modeste sontuosità di quell'abitazione che a lui inesperto pareva un paradiso di agi e di sfarzo. Quando vedeva i fanciulli dei signori pulitamente e con garbo vestiti di panni bianchi o rosati o d'altri color gai, bene ravviate le chiome, paffutelle le guancie, piene di giocattoli le mani, occupata da sollazzi la giornata, egli già sentiva entro il piccolo petto una gran rabbia che non sapeva pure spiegarsi: e se alcuno di quegli aggraziati bimbi gli accorreva all'incontro, e faceva a parlargli, e lo voleva prendere per mano, e lo invitava a partecipare ai loro giuochi, poco mancava ad ogni volta ch'egli non gli si lanciasse coll'unghie alla faccia a cavargliene gli occhi. Certo il potere, se non altro, sciupargli addosso que' panni sì acconci gli pareva un bel fatto.
Aveva ingegno pronto e svegliato: il povero maestro elementare che, per alcuni fastelli di legna l'inverno e per un po' di legumi la state, gli aveva mostrato a leggere e scrivere tutto s'era stupito ed aveva gridato al miracolo vedendo che in sì poco di tempo il fanciullo era arrivato a saperne più di lui. A far conti aveva imparato quasi da sè, e nessuno nel villaggio era capace di farsi un'addizione od una moltiplica così rapidamente e con tanta sicura esattezza come quel fanciullo di otto anni, poco pulito, meno leggiadro e molto spettinato. Per la lettura manifestava una vera passione; ogni libro che gli capitasse tra mano egli divorava con ardore instancabile, e lo riandava finchè lo avesse capito del tutto, passando e di molto la comprensività comune dei coetanei.
In breve, egli era diventato il fanciullo prodigio del villaggio: i buoni terrazzani lo citavano come una preziosa rarità del loro paese; il padre quasi lo rispettava, la madre, s'intende, lo amava più che la pupilla degli occhi suoi di quell'amor cieco onde amano le madri. E intorno ai genitori tutta la gente s'era posta d'accordo a far gli elogi del talentone del piccolo Tommaso. Aveva incominciato quel poveraccio ignorantone d'un maestro elementare, il quale gli aveva posto in mano la penna e l'abbicì.
—Voi avete in casa vostra un tesoro, aveva detto a Matteo; e se lo lasciate sciuparsi ne avrete da rendere ragione alla società ed a Dio.
—Che cosa ho da fare? domandava il dabben uomo rimminchionito.
—Fatelo studiare, per bacco! esclamava il maestro. Volete lasciar perdersi quel bell'ingegno fra le bietole e le rape?… Fatelo studiare e diventerà qualche cosa di grosso.
E il parroco che era incantato del modo con cui Tommaso sapeva il catechismo ed aveva imparato a servir la messa:
—Conviene far studiare vostro figlio, Matteo. Egli è un genio. C'è un mondo in quella testa grossa: e chi sa che cosa ne potrà venir fuori!… Mandatelo alle scuole, fategli vestir la cotta da cherico, mettetelo poi in seminario, e un giorno o l'altro voi vedrete vostro figlio… fors'anche vescovo.
Il buon villano allargava tanto d'occhi, tentennava sì un poco il capo, ma finiva per tornare a casa fantasticando di veder suo figlio ancora qualche cosa di più che vescovo.
—Il vostro Tommaso farà la fortuna di tutta la famiglia, gli diceva un'altra volta il giudice: fatelo studiare, compare Matteo, ci avete lì la stoffa d'un avvocato, e un buon avvocato, ai nostri dì, può arrivare a tutto: certo a guadagnare denari e di molto.
E il maestro di latinità, sotto cui Tommaso incominciava a declinare: haec musa, la musa:
—Matteo, diceva con enfasi ciceroniana all'ortolano, e' conviene fargli studiare le belle lettere. Vi guarentisco io ch'ei diverrà un professorone di calibro da illustrare sè stesso e la patria.
Con tante e sì importanti sollecitazioni, come resistere a quello che era pure il massimo desiderio del dilettissimo Tommaso? Dai proventi del suo orto, Matteo ricavava tanto che bastava da poter ogni anno mettere in disparte una sommetta ad aumentare il gruzzolo dei risparmi: e benchè a quel suo poco di tesoruccio ci tenesse di molto con quell'amore taccagno che è proprio dei villici, pure si decise a sminuirlo d'alquanto per mettere a studiare suo figlio. Certo il pensiero che questi sarebbe diventato un pezzo grosso e con guadagni vistosi avrebbe compensato di poi a mille doppi il sacrifizio presente; questa speranza, dico, giovò non poco di sicuro a decidere Matteo, ma la sua parte, e non da meno, l'ebbe altresì la tenerezza e quasi direi l'osservanza che egli, e sua moglie ancora più, avevano pel figliuolo.
Di vestir la cotta e farsi prete, che sarebbe stato mezzo assai più economico di far gli studi, Tommaso non volle saperne malgrado le belle parole e le sollecitazioni del parroco; innanzi alla mente del giovinetto stavano gli sbarbagli del mondo, i vantaggi della ricchezza, la leccornia degli agi signorili, e lo stato chericale era una rinuncia a tutto, od a gran parte, e la più attraente, di codesta roba. E nemmeno il padre aveva molta propensione a vedere suo figlio tonsurato. Era unico della famiglia, ed anche ad un villano è pensiero increscioso che non gli sopravvivano eredi, i quali sieno in grado di continuare il suo lignaggio. Fin dai primi anni della vita di Tommaso, col vicino padre di Anna si era detto sul più sodo che i loro figli si sarebbero sposati, e quella poca nuova ambizione entrata nell'animo di Matteo non era tale da fargli dimenticare e cessare d'aver caro quel progetto nè da persuaderlo di non mantenere altrimenti la scambiata promessa.
Tommaso fu posto in città a dozzina da un maestro, e per compensare la maggiore spesa dell'assegno mensile che conveniva pagare pel figliuolo, i genitori sminuirono a sè la pietanza e persino il pane quotidiano. L'unico che non avesse approvato questa determinazione era il padre di Anna, il quale, vero profeta, andava predicendo a Matteo che così avrebbe fatto allevare un ingrato ai tanti sacrifizi che faceva per lui. Ma l'ortolano, che in ogni altra cosa teneva in molto conto il parere del vicino, in codesta non voleva sentire osservazioni e tanto meno appunti, di tal maniera che codesta fu ragione per cui i due vecchi amici quasi si guastassero insieme, e sminuisse quella domestichezza poco meno di parentevole, che dapprima aveva luogo fra loro.
Tommaso frattanto si distingueva assai. In ogni cosa a cui bastasse la volontà e l'applicazione egli andava senza fallo il primo, non così là, dove ci occorresse ispirazione, retta percezione, vivacità d'immaginativa e fecondità di pensiero. Fra i compagni, i quali, nel portar giudizio gli uni degli altri, non si sbagliano mai o di rado, fu egli conosciuto tosto per uno sgobbone, per uno di quel gran semenzaio di pedanti e d'impostori che è la schiera di quelle mediocri intelligenze piene d'orgoglio coi compagni e di ostinazione indefessa nello studio e di piacenteria verso i superiori, le quali si guadagnarono sempre la benevolenza degli insegnanti e l'antipatia dei colleghi.
Diffatti la nota caratteristica dell'ingegno come dell'essere morale di Tommaso Salicotto era quest'essa: pedantismo ed impostura; come il movente ultimo, la susta cardinale dei suoi sforzi e delle sue azioni, erano la vanità e la voglia del denaro. Colla sua ipocrisia, aveva egli saputo ingannare tutte le persone cui s'era accostato, fin da quando era ancora bambino. Egli la sua tenacità e la sua ambizione aveva saputo fare scambiare per effetti di un'elevata intelligenza costretta dalle misere circostanze della sua condizione; egli aveva saputo comparire agli occhi altrui come un genio travelato, un diamante nella rozza sua ganga, a cui lo studio e la vita cittadina non avrebbero mancato di procurare lo sprigionarsi dall'involucro, e il raggiare di tutta la sua luce.
Forse dapprima egli neppure non conosceva bene sè stesso, e quell'inganno che produceva in altrui provava egli medesimo sul suo conto. Ma quando finite le scuole inferiori, passato il corso liceale, Tommaso ebbe intrapreso il corso, ch'egli aveva scelto, di belle lettere, allora e' fu chiaro del tutto che cosa fossero il suo ingegno e le forze della sua anima, del suo cuore e della sua natura; capì quello che valeva e che voleva, e si pentì affatto e della strada per cui s'era messo e del cammino che già aveva corso e della meta che si mirava dinanzi. Conobbe che nelle lettere non sarebbe riuscito che alla meschinità d'un rettorico; nelle lettere, in cui anche ad esser sommi, sono tanto scarsi i guadagni ed è sì poco soddisfatta l'ambizione. S'accorse che il commercio e la politica tengono il campo della fortuna e degli onori: che ad arricchire è mezzo più spiccio di tutti il primo, che a diventare uomo influente non c'è altra strada che la seconda. Se si fosse posto in qualche banca! se avesse domandato ai facili studii della legale la laurea d'avvocato! Egli avrebbe potuto conseguire in poco tempo, con non disagevol arte, il soddisfacimento de' suoi desiderii. Ora era troppo tardi. La sua mente non si prestava a quelle rapide evoluzioni per cui si può mutare indirizzo, occupazioni, abitudini. Era più saggio continuare per la strada intrapresa, e tentare d'averne ogni possibil vantaggio.
Era giovane fatto ed aveva l'inutile e fastoso titolo di professore. Vivacchiava dando lezioni che erano pagate poco e valevan meno; ma imparava ogni giorno più a conoscere il mondo, e sapeva da qual parte conviene di meglio circonvenire gli uomini per irretirli. Comprese la forza e il meccanismo, per così dire, di quella sfacciata ipocrisia moderna che si chiama ciarlatanismo, ed apprezzò tutta la potenza della leva che muove il mondo morale dell'oggi, la pubblica stampa. Domandò a questa in unione con quello la celebrità al suo nome e gli agognati guadagni alla sua povertà. Fondò un giornale, e parendogli essere nella schiera del giornalismo allora esistente un posto vuoto ancora da occupare, in cui facile il farsi discernere dalla comune e far chiasso, il suo periodico fu, meglio che politico, economico-umanitario-socialista. Non ci voleva troppa scienza: paroloni sonanti ed uno stile fragoroso bastavano: e del resto le raccolte dei giornali socialisti di Francia d'un tempo erano lì, miniera inesauribile da pigliarvi per entro articoli e declamazioni.
Le vicende non cominciarono col volgergli prospere. Dapprima non si fece molta attenzione alle sue vesciche rettoriche; ma egli non si perdette d'animo. Più d'una volta lo stampatore minacciò di far morire il giornale, rifiutandosi di metterlo in torchio se non veniva pagato almeno in parte di quanto gli era dovuto; ma Salicotto seppe sempre industriarsi così bene, che di qua o di là ottenne pur sempre qualche bocconcino da gettare nelle fauci del tipografo e tirare innanzi. Lottò con una pertinacia di che soltanto poteva esser capace la sua natura testarda di villano. Per lo meno ora egli aveva uno sfogo al suo segreto agognare ed alla rabbia della sua impotente ambizione.
Patrocinando la causa di chi non possiede, egli lusingava le proprie invidie, esprimeva i proprii tormenti. Alcune fiate, minacciando ed imprecando ai ricchi, nei limiti che gli concedeva la legge, essendo egli troppo accorto per cadere nella ragna d'un processo, Tommaso consolavasi e temperava le sue smanie di ambizioso ancora deluse. Se non la sua fame di guadagni, almeno già avevano un qualche ripago il suo livore e la sua vanità.
Intanto si cominciava a discorrere per la città del suo giornale, alcun rumore cominciava a farsi intorno al suo nome; le teorie e gli spropositi sociali, ch'egli accattava dagli stranieri per annacquarli e divulgarli nel suo stile pretenzioso e stentato, la sua politica rabbiosa avevano destata l'attenzione della gente. Capì allora il furbo l'efficacia di due mezzi che appo noi non erano ancora introdotti: la moltiplicità, la bizzarria, la impudenza dell'annunzio e l'attacco personale. Fece tappezzare tutte le cantonate di cartelloni immensi in cui spiccavano in caratteri cubitali il titolo del giornale e il nome del direttore, volse la punta d'una satira che non era ingegnosa ma insolente, non contro i vizi, gli errori, i torti, ma contro le individualità, e di queste le più spiccate e le più note. Ad ogni numero c'era qualche botta contro una di codeste, tanto se benevise quanto se in uggia al pubblico. Aveva l'accortezza di designar la persona così bene, che non vi potesse cadere sbaglio, e tuttavia non dirne il nome mai: ogni lettore ce lo metteva di per sè, trovandoci appagamento alla naturale malignità che pur troppo è comune a tutti gli uomini. Si limitò dapprima alla capitale: ma poi, visto lo spediente dar buoni frutti, lo estese anche alle provincie. Si fece una quantità di nemici, ma si acquistò una immensità di lettori: i suoi fogli il pubblico, sempre ghiotto di scandali, se li strappava di mano: si vendevano a diecine di migliaia, e Salicotto dalla soffitta che abitava dapprima era passato ad un comodo quartieretto al terzo piano.
Fu odiato da molti, fu ammirato da' più, fu temuto da tutti. Quando un uomo, nella nostra società vigliacca innanzi al si dice, è giunto a far temere la sua lingua o la sua penna, è diventato una potenza con cui le autorità medesime hanno da fare i conti. Salicotto fu accarezzato dal potere municipale, fu accarezzato dal ministero, fu adulato dai ricchi, fu adorato dai poveri che lo salutavano loro campione. Egli apparteneva oramai a tutte le commissioni di beneficenza, a tulle le amministrazioni d'opere pie, non si distribuiva un sussidio senza che il cavaliere Salicotto (la sua filantropia era stata ricompensata da una croce) non fosse chiamato a curarne l'erogazione; non succedeva un infortunio, non si lamentava una miseria senza che egli nel suo giornale aprisse una sottoscrizione per venire in soccorso ai disgraziati. I denari piovevano; e i maligni dicevano sotto voce che il filantropo sapeva molto bene trafficarli in suo vantaggio prima di farli colare là dov'erano destinati.
Con ciò il suo giornale prosperava sempre più. In pochi anni Tommaso Salicotto, il figliuolo dell'ortolano, ebbe un suntuoso quartiere per sua abitazione: quello in cui andremo or ora a trovarlo; ebbe delle buone rendite in cartelle del debito pubblico; ebbe una ben avviata stamperia ch'egli aveva stabilita pel suo giornale, e cui la sua influenza procacciava molti guadagni; ebbe la bagattella d'un'entrata annua di cinquanta mila lire.
E colla sua famiglia quest'avventurato filantropico pubblicista come s'era egli regolato?
Il buon villano, per dirla con un'espressione volgare, s'era aperte le quattro vene, affine di mantenere alla capitale il figliuolo a studiare ed a farvi buona figura. Tommaso aveva capito fin da principio che le apparenze sono tutto nel mondo, e che per farsi strada conveniva vestire e spendere come uomo che ha del superfluo. Il tesoretto delle economie di Matteo sminuiva con una rapidità spaventosa, a dispetto delle privazioni che s'imponevano i due genitori; e il buon uomo se ne desolava seco stesso, non sapendo porvi, non dico un termine, ma neppure un freno. Il figliuolo aveva acquistato sempre più sopra la sua famiglia un imperioso ascendente che di poco si scostava dall'assoluto comando. Le maniere cittadinesche e le vesti signorili di lui imponevano a quella buona gente; e quando Tommaso andava a passare alcun tempo col padre e colla madre vi era trattato come un principe che onori l'abitazione d'un suo suddito. Ed egli stava appunto in tale contegno da affermare il paragone: sussiegoso, altiero, parlando poco e con aria di degnazione, era insopportabile a chi lo vedesse, fuorchè agli acciecati suoi parenti.
Coll'andar del tempo, come gli erano rincresciuti i panni della sua nativa condizione, gliene rincrebbe forte che in faccia al mondo apparisse la rozzezza e la bassezza della sua famiglia. Di quando in quando il padre e la madre capitavano a Torino per vederlo, ed egli si vergognava troppo della pezzuola di panno cotone in testa e della vesticciuola corta di bambagia che portava la madre, e della grossolana carniera e del cappellaccio a larga tesa del padre. Li accoglieva freddamente, di mala voglia, talvolta con brusca impazienza. Le donne sono sempre più fini osservatrici che gli uomini; e la madre si accorse presto del dispiacere che le loro visite facevano a Tommaso; ne disse al marito, ma questi non volle credere.
—Eh via: rispos'egli, sei matta. Masino studia, ha sempre il capo farcito di non so quante cose e ciò lo rende distratto, ma nel cuore, l'ho per certo, e' prova, nel vederci, quel gran gusto che noi a venire.
Continuarono a visitarlo; e meno male se si fossero rimasti a passare con esso lui nel suo alloggio una giornata! Ma il padre, felice e superbo d'un tanto figliuolo, voleva uscire a braccetto con lui e farsene accompagnare di qua e di là, e la madre gli occhi larghi, con esclamazione d'ignorante stupore sulle labbra ad ogni passo, gli veniva, facendosi trascinare al braccio, dall'altra parte. Codeste passeggiate erano per Tommaso un supplizio. Egli avrebbe pure agevolmente potuto liberarsene; ma a quel tempo le cose sue non erano ancora prospere, il suo giornale lottava tuttavia con poco felice successo contro l'indifferenza del pubblico, ed egli aveva troppo bisogno della già smunta borsa paterna per arrischiarsi a scontentare addirittura del tutto il povero Matteo.
E sì che quella borsa paterna era già proprio a' suoi ultimi spiccioli. Consumati per l'affatto i risparmi da tanto tempo accumulati, il dabben padre, a pagare i debiti del figliuolo ne aveva contratti de' proprii, ipotecando il poco terreno d'un orto, che possedeva presso a quello del suo padrone. Un dì venne lettera da Tommaso che diceva con laconica disperazione come, se fra tanti giorni egli non avesse una certa somma, sarebbe costretto a darsi a qualche violento partito: il più temperato quello di fuggire dal paese per non tornarci mai più. Pensate se il misero genitore si diede con isgomento le mani attorno per trovare questa somma! E ci riuscì; e nel giorno stabilito, il poveretto se ne arrivò alla città, afflitto, spallidito, dimagrato dall'angoscia di quei pochi dì, dal dolore del sacrifizio che aveva dovuto fare, come da una malattia di mesi, a porre in mano del figliuolo i chiesti denari: ma egli per ciò era stato obbligato a vendere ogni sua masserizia, il dilettissimo orticello, ed egli e sua moglie, già innanzi negli anni, si trovavano senza asilo, senza possessi, quasi senza pane! Pure non un lamento, non un rimprovero spuntò sulle labbra del povero vecchio, e quando Tommaso, ringraziandolo con una certa effusione, lo strinse fra le sue braccia, egli quasi quasi credette di essere in abbondanza ripagato di tutto.
Matteo abbandonò il villaggio nativo, dove non c'era più mezzo per lui di ricavar da vivere, e con che dolore ciò facesse è facile pensarlo; ed ebbe la fortuna di trovare ad allogarsi, in paese dal suo non molto lontano, come giardiniere e coltivatore d'orto presso un proprietario. A Tommaso parve una buona ventura che suo padre abbandonasse il villaggio natale: così era rotta ogni sua attinenza con quel luogo e quella gente che avevano vista la sua povera infanzia e conoscevano le sue troppo umili origini.
Intanto per l'ambizioso il sacrifizio del padre parve avere aperto il corso delle prospere sorti. Egli aveva incominciato a vivere da signore, e la presenza dei genitori in mezzo al suo sfarzo gli rincresceva sempre più. Un giorno padre e madre ebbero il torto di soprarrivare a visitarlo, mentre Tommaso aveva seco una brigata di giovinotti dal più al meno eleganti, male lingue tutti. Figuriamoci di che gusto dovette riuscire a Tommaso quella visita! Accolse i genitori colla freddezza con cui si tratta un inferiore importuno, e traendoli brusco in altra stanza non mostrò solo col contegno, ma anche colle parole, quanto lo seccassero, e quindi lasciatili ambedue mortificati, senza curarsi maggiormente di loro, andò a raggiungere la comitiva.
—Chi sono quei villani? udì Matteo domandare nella stanza vicina da uno di quei signorini dagli occhiali inforcati sul naso.
E suo figlio a rispondere:
—Sono i coltivatori di una mia tenuta. E' mi hanno visto bambino, e, povera gente, mi voglion bene come lor figliuolo.
Matteo e la moglie si guardarono in volto quasi spaventati. Suo figlio li rinnegava! Da questo tratto furono loro aperti finalmente gli occhi. Tommaso era un egoista senza cuore, che non amava che sè stesso e i guadagni. Fu il peggiore dei dolori che potessero provare. A vedersi partire di mano il suo caro tesoretto; a dover abbandonare il diletto orto che amava con quell'amore tenace, appassionato dei villani per la terra, che tutti sanno; a lasciare il paesello natale dove aveva sperato di vivere e dormir, morto, in pace; a veder fatta incerta la sua esistenza e forse travagliosa la sua vecchiaia: Matteo non aveva ancora sofferto mai tanto quanto in quel momento.
Egli avrebbe voluto precipitarsi in mezzo a quella gente, ed investire lo sconoscente figliuolo colle meritate rampogne; ma la moglie ne lo trattenne. Tommaso uscì, senza lasciarsi vedere e i genitori dovettero aspettare sin tardi per averlo seco di nuovo.
Matteo appena lo scorse, non potè frenarsi e proruppe, pallido per ira e con voce tremante che pure preannunziava vicine le lagrime:
—Che? gli è proprio vero adunque?… Noi vi facciamo vergogna, noi… In questa casa i miei capelli bianchi sono accolti come un disdoro… Ce l'avevate già fatto capire colle vostre maniere, ma ora ce lo avete spiegato chiaro pur troppo!… Non abbiamo ad essere i vostri genitori, noi; appena se siamo degni d'essere i vostri servi… Ebbene sia. Il signorone stia di per sè; e noi non verremo più a seccarlo… Siamo noi, gli è il nostro denaro, gli è il nostro lavoro, gli è il sudore di queste fronti che l'ha rimpannucciato a quel modo il sor marchese… Che monta? Siam villanacci ed egli arrossisce al vederci. Vieni, vieni moglie mia… Questa casa non è fatta pei poveri diavoli come noi, e ci conviene uscirne, e non rimetterci i piedi mai più.
Si mosse diffatti: la moglie lo voleva trattenere, e supplicava cogli sguardi (che colle parole, angosciata com'era, non lo poteva) il figliuolo a voler placare la giusta collera del padre. Se Tommaso avesse detto una sola parola, avesse fatto un sol cenno di pentimento, di domandar perdono, questa gran collera sarebbe sbollita d'un colpo: il povero padre in sè stesso non aspettava che il menomo degli atti per cedere e rimanersi: ma il tristo figliuolo stette lì impietrito, l'aspetto insensibile, gli occhi a terra, senza pur muoversi. A tutta prima ben gli era venuto all'animo l'impulso di placare suo padre, ma poi tosto s'era detto fra sè, che quella era buona occasione per liberarsi una volta dal fastidio di quelle visite, e che per ciò non aveva che da lasciar andare le cose pel loro verso.
Matteo gli diede un'ultima sguardata, e lo sdegno s'accrebbe.
—Ebbene? che fai moglie mia? gridò egli trovando la sua mazza, impugnandola e camminando risoluto verso la porta. Vieni una volta, e togliamo a questo gran signore l'imbarazzo e la vergogna delle nostre persone.
La donna, poverina, piangeva senza aver parole fatte, e voleva calmare il marito; ma questi la prese risoluto per un braccio e la trasse con sè a forza.
Tommaso non si mosse: vide partire il padre e la madre a quell'ora già tarda con occhio asciutto, senza una parola, senza un gesto. Matteo comandò alla moglie che del figliuolo non glie ne parlasse più mai; quanto a sè il nome di lui non fu mai più udito sulle sue labbra.
La famiglia non seppe mai più notizie dell'ingrato figliuolo, nè questi di quella. Tommaso non cercò mai di vedere i genitori; le sue vicende frattanto andavano sempre meglio; la sua fama d'uomo amantissimo dei poveri aumentava di pari passo colle sue ricchezze, e i suoi parenti, impoveriti per causa sua, stentavano la vita senza ch'egli si curasse non che di soccorrerli, ma di saperne novelle.
Erano passati parecchi anni in questo modo, quando Vanardi, spintovi dalla rinomanza di Salicotto, suonava timidamente il campanello dell'uscio del pubblicista per supplicarne la sua generosa protezione.
Ed ora che lo conosciamo per bene, possiamo seguitare il nostro amico
Antonio e penetrare con esso nel santuario del famoso filantropo.