XXV.
Se vi ricorda, gli era il lunedì a sera che Marone doveva recarsi da Pannini per averne le sue novanta mila lire, e quel giorno medesimo un agente di cambio era venuto a portare delle cartelle del debito pubblico pel valore di sessanta mila franchi.
Ora quel giorno, Gustavo Pannini, infelicissimo nelle sue speculazioni di borsa, doveva pagare dalle sessanta alle settanta mila lire di differenza per la liquidazione di fin di mese. L'infelice era disperato, e benchè non sapesse come trovarci un rimedio, aveva pregato quell'agente a cui doveva pagare tal somma, quel cotal Borgetti che ci avvenne d'incontrare in quegli uffici quando la prima volta ci entrammo in compagnia di Antonio, di tornare verso sera che in qualche modo avrebbe provvisto.
Pensò ad implorare il principale, e fattosi coraggio salì al piano superiore dove il signor Bancone, tormentato dalla podagra, stava sdraiato nella sua camera. Il milionario banchiere non lo lasciò manco terminare; disse a Gustavo che gli era un babbuino ad aver giuocato al rialzo, mentre egli, Bancone, aveva giuocato al ribasso: che quel tanto e più cui Pannini perdeva era egli a guadagnarlo, e che non lo avrebbe soccorso manco d'un centesimo per mostrargli ad essere più accorto nell'avvenire: intanto pensasse a pagare, perchè in difetto egli non avrebbe più tenuto nella sua banca un tale che non avesse fatto onore ai propri impegni, altro che dargli il posto di primo commesso; e con questa pillola confortativa, facendo smorfie orribili per la gotta, lo congedò.
Pagare! come lo poteva Gustavo? Era dunque l'onore perduto e l'impiego?.. In quella gli venivano ricapitate quelle tali cartelle che ho detto. Se avesse potuto disporre delle medesime!… Cotal pensiero si era appena affacciato alla sua mente che Borgetti sopraggiungeva ad esigere la somma dovuta. Fu un atto più d'istinto che di ragionamento. Gustavo prese quelle cartelle e le pose in mano all'agente di cambio che lieto di vedersi così assicurato s'affrettò a partirsi colla sua preda. Fu quando Borgetti era partito che Gustavo si rese conto dell'azione che aveva commessa. Raccapricciò. Che cosa direbbe al principale? che cosa allo suocero? sentì la testa dargli in ciampanelle. Non c'era che un modo: partire, allontanarsi, fuggire. Ma come, se non ne aveva manco i mezzi?… In quella ecco aprirsi l'uscio e il signor Bernardo Busca, cassiere della banca, presentarsi con fra mano alcuni sacchetti ed un grosso viluppo di biglietti di banca.
—Ecco le novanta mila lire richiestemi per questa sera. Vuole che le riscontriamo insieme?
—Oh, non occorre: rispose Gustavo; le deponga costì, ed io glie ne do tosto il discarico.
—Le cose in regola, disse il formalista cassiere. Potrei aver commesso un errore nel contare, ed ella non deve accettare la somma senz'esser certo del fatto suo. Verifichiamo.
—Lei non commette errori, signor Busca, ne son di là di sicuro. Pure, se ciò le garba…
Il cassiere si pose a versare sulla scrivania i sacchetti di napoleoni. Fu un'onda d'oro che coprì il tappeto verde, fu un suono d'armonia seduttiva che, ripercossa dalle pareti di quel camerino, destò, per così dire, il demone della voluttà del guadagno. A quel rumore ed a quella vista gli occhi di vetro del cassiere rimasero quei medesimi; ma le pupille di Gustavo s'accesero stranamente, mentre le sue guancie impallidivano. Nel toccare, nel fare scorrere, nel rammentare a pile quelle lucenti e tintinnanti monete, le dita del giovane fremevano; con una tenacità carezzevole e desiderosa esse palpavano i dischi metallici e la carta delle polizze di valore.
Quand'ebbero finito di contare, Bernardo rimise i napoleoni ne' sacchetti, sovrappose l'una all'altra le polizze di banco, lasciò il tutto lì dinanzi a Gustavo e si ritrasse.
Il marito di Lisa rimase solo. Solo? No: v'era colà dentro un tremendo demone tentatore, e quei sacchetti e quei pezzi di carta esercitavano sul suo spirito un funesto fascino irresistibile.
Lì avrebbe potuto avere i mezzi per fuggire: lì avrebbe potuto avere almeno assicurata la sua esistenza avvenire… S'alzò e si pose a passeggiare per la stanza agitato:
—Perduto ad ogni modo, lo sono: disse egli ad un punto, tanto vale adunque…
S'arrestò e passò la destra sulla fronte madida di freddo sudore.
—Fra poco Marone verrà a pigliare i suoi denari… tanto meglio!.. Oh venga presto…
In quella si picchiò all'uscio del gabinetto.
—Gli è lui, pensò Gustavo, il sogno è finito; e ratto il suo sguardo corse al denaro, e, come un lampo, gli passò per la testa l'idea di gettarvisi su, d'arraffarlo e fuggire per l'altra porta.
Fermò il viso, mandò un sospiro, e con voce non calma del tutto, disse:
—Avanti.
Ci entrò, non Marone, ma la vecchia di lui fante.
Voi sapete che il giorno innanzi il padrone di casa di Antonio era caduto giù dalle scale e s'era slogato una gamba; non potendo quindi venire, mandava la serva con una sua lettera in cui, narrando la disgrazia avvenutagli, pregava il signor Pannini a volergli recare a casa la somma in discorso, che glie ne avrebbe fatta una fiorita compitezza.
Negli occhi di Gustavo balenò una fiamma di gioia. Non fu riflessione, fu come una trista ispirazione dell'inferno. Si mise alla scrivania, e rispose a Marone, quella sera non poter egli rendersi alle brame di lui, ma il domani senza fallo sarebbe ito col denaro. Piegò la carta, vi pose il suggello e la diede alla fante la riportasse al padrone. La sua mano tremava un pochino. Quando la donna fu uscita, il giovane, pallido e cogli occhi sconvolti, corse al tavolo, abbrancò sacchetti e involti delle polizze, serrò tutto fra mani, fra le braccia, al suo petto, con febbrile passione.
—Tutto questo è mio, esclamò; fuggirò… Prima di domani a sera non si saprà nulla… Andrò in America… Là in pochi anni mi farò ricco a milioni… Ricco!.. ricchissimo!..
Pose nelle sue tasche l'oro e le carte di valore; tremava come assalito dalla terzana: non era più in sè: uscì ratto e dovette tornarsene indietro a prendere il cappello che dimenticava. Aveva sulla faccia l'impronta più della pazzia che del delitto. Quando fu nella strada vide passare una carrozza da nolo venturosamente vuota; la chiamò, ci saltò dentro e diede l'indirizzo per a casa sua. Era l'imbrunire e i lampioni delle strade cominciavano ad accendersi qua e colà. A casa lo aspettavano pel pranzo. Nello scendere di carrozza egli ci pensò. Con che viso sarebbe venuto innanzi allo suocero ed alla moglie? E poi conveniva partire il più presto possibile, e che i suoi, cercando di lui, non dessero l'allarme; e s'egli parlava loro di partenza l'avrebbero oppresso di richieste e postolo troppo agevolmente in imbarazzo. Tutto questo gli passò pel capo in un baleno; e il suo partito fu preso di botto. Entrò dal portinaio e chiese un fogliolino di carta: ci scrisse su poche righe in cui diceva alla moglie, per ragione del suo ufficio aver egli da partir tosto e star assente alcuni giorni, non volesse quindi darsi pena del non vederlo, e lo scusasse anche presso lo suocero dell'allontanarsi così senz'altri saluti, ma necessità lo voleva.
Diede la lettera al portiere perchè la recasse tosto su a Lisa, e tornato nella carrozza ordinò al cocchiere lo menasse in fretta allo scalo della ferrovia, da cui stava giusto per partire a quell'ora un treno.
Al ricevere di quel biglietto, Lisa, col meraviglioso istinto di donna amante, presenti che quella era una disgrazia; non sapeva capire come, venuto fin sotto alla porta, Gustavo non fosse salito a darle almanco un bacio d'addio. Passò una notte agitatissima ed insonne, e pareva, tanta era la sua inquietudine, che ad ogni momento s'aspettasse lo scoppio del fulmine che doveva distrarre ogni suo bene terreno.
E il fulmine precipitò verso mezzogiorno. Lisa e suo padre, dopo l'asciolvere stavano nel salotto, quando una violenta scampanellata risuonò dall'uscio dell'appartamento. Lisa, senza sapere il perchè, sentì il suo cuore mettersi a palpitar forte. Si udì nella stanza precedente il passo concitato d'un uomo ed una voce aspra ed affannata che diceva:
—Non c'è?… È partito?… Voglio veder sua moglie… suo padre… voglio parlare a qualcheduno, io!
Il signor Biale voleva andare a vedere egli stesso che cosa fosse, quando la serva entrò di fretta.
—Gli è un signore tutto accalmanato, disse, che dimanda di sor
Gustavo, e vuole ad ogni modo venire innanzi.
—Introducetelo, comandò l'antico capitano.
In questo mentre lo sguardo di costui si posò sulla figliuola. Ella era sì pallida e turbata ch'egli se ne atterri.
—Lisa, esclamò, c'è qualche cosa? che sai tu?…
—Niente, niente: ebbe tempo appena di rispondere la donna.
Il signor Bernardo, il cassiere di Bancone, si precipitava nella stanza coll'impeto d'un masso che precipita giù da una china.
—Signora! gridò egli avanzandosi quasi minaccioso verso Lisa: dov'è suo marito? Ho bisogno di parlargli, ho bisogno d'averlo qui subito.
Lisa confusa, quasi spaventata, non seppe nemmeno rispondere. Il capitano, facendo un passo verso il nuovo venuto, disse con accento asciutto e risentito:
—Signore, mio genero non è a Torino.
Busca si volse di scatto verso di lui.
—Ah, proruppe, il birbone è proprio scappato…
Il signor Biale gli troncò aspramente la parola.
—Chi siete voi? che modo è codesto? che impertinenza è la vostra?
E il dabbene Bernardo con tutto il calore di cui era capace:
—Chi sono? Sono il cassiere della banca a cui vostro genero ha portato via cencinquanta mila lire.
A questa brutale sortita, Lisa cadde seduta, mandando un grido: Biale indietrò come colpito a mezzo il petto da una botta.
—Signore! sclamò quest'ultimo: voi mi darete ragione di queste parole.
Il cassiere contò senz'altro come la mancanza di Pannini dal suo posto e quella delle cartelle del debito pubblico avessero già desto alcun sospetto in Bancone; come una lettera di Marone avesse avvisato che egli non aveva ricevuto i denari; come la misteriosa partenza di Gustavo troppo confermasse i concepiti sospetti.
—È impossibile, è impossibile, disse Biale diventato pallido, che pure sentiva entrare in suo cuore lo spavento che quella potesse essere la verità.
Lisa si drizzò con impeto, presa da nuova energìa, e gettò le braccia al collo del genitore.
—Sì, è impossibile: grida ella: oh! difendetelo voi, padre mio, non lasciatelo calunniare il mio Gustavo. Egli è innocente, ne sono sicura…
E la meschina ruppe in pianto.
—Sta di buon animo: le disse il capitano abbracciandola; sarà uno sbaglio che tosto si metterà in chiaro… Io vengo con voi, signor cassiere: voglio parlare al vostro principale.
Ed abbracciata amorosamente la figliuola, partissi tosto col signor
Bernardo.