XXVI.
Bancone soffriva della podagra anche più del giorno precedente; e il fatto della fuga di Gustavo l'aveva mandato in un'irritazione da non dirsi.
Bernardo entrò primo nel gabinetto del banchiere.
—Ebbene? dimandò Bancone appena lo vide: quel mariuolo ce lo menate voi qui per le orecchie?
—Egli è fuggito davvero: rispose Busca, coll'aria mortificata d'un segugio che si lasciò scappar la lepre.
Bancone mandò una grossa bestemmia da scandalizzare un vecchio caporale.
—Ma c'è qui suo suocero: continuò Bernardo.
—Suo suocero! esclamò il banchiere. E che cosa m'importa dello suocero? Andate a chiamare l'assessore di pubblica sicurezza.
Biale s'avanzò.
—Un momento, di grazia, diss'egli con nobile accento: la prego.
Bancone mirò il volto pallido e commosso del capitano: quelle sembianze severe ed oneste gli imposero.
—Che cosa la mi vuole?
—Prima di gettare il disonore sopra un nome ed una famiglia si compiaccia riflettere.
—Riflettere! proruppe Bancone trasalendo sulla poltrona: e intanto il merlotto se la batte col bottino… Fossi matto!
—Ma se fosse un equivoco?
—Non c'è equivoco: la cosa è chiara come il sole….
E raccontò al capitano come Gustavo giuocasse alla borsa, avesse perso, avesse pregato lui di soccorrerlo, e si fosse soccorso poi colle sue mani, rubando.
L'infelice padre di Lisa sentì la vergogna affogarlo; con voce che stentava ad uscir dalla gola, disse allora:
—Ebbene, la prego in nome della carità a voler soprassedere… Pensi che vi sono degli innocenti.
—Penso che ci perdo centocinquanta mila lire: interruppe ruvidamente il banchiere.
—Signore… tutto quello che ho son pronto a dare per indennizzarla.
—Eh si, parole! Il suo patrimonio è egli bastevole a ciò?… Non ne so niente io, e non voglio perdere tempo in inutili incombenti.
Biale non pregò più. La pena che l'opprimeva era incredibile. Una vergogna dolorosa, più che parola umana possa esprimere, gli gravava l'anima eletta; il rossore, senza colpa, gli faceva abbassare quella nobile fronte che sino allora aveva portata alta innanzi a tutti, nel fuoco delle battaglie, nelle vicende della vita civile.
—Faccia a sua posta, diss'egli con dignità. Eseguisca lei ciò che crede suo diritto, io non mancherò di fare quel che penso mio dovere.
E fatto un leggiero inchino se ne partì, la morte nell'animo, ma fermo tuttavia nel viso.
Con quanta impazienza Lisa attendesse il ritorno di suo padre è più facile immaginare che dire. Quand'egli giunse si precipitò verso di lui, e venne a cadere fra le sue braccia.
—Gustavo è innocente, esclamò ella. Non è vero che Gustavo è innocente?
—Voglio ancora sperarlo, rispose il padre, non osando dire la tremenda verità: ma intanto conviene tosto provvedere che niuno pel fatto suo abbia danno. Tutto ciò che io posseggo è tuo, sei tu pronta a sacrificarlo?
Lisa non lo lasciò terminare.
—Tutto, tutto, diss'ella. Purchè Gustavo sia salvo… e torni presto… O cielo! s'egli non avesse a tornar più?
Intanto l'autorità a cui s'era sporta denunzia avvisava per telegrafo tutte le stazioni di carabinieri, lungo la linea di ferrovia per cui si appurò essere partito Gustavo, perchè si cercasse del fuggitivo e lo si arrestasse.
Un giorno solo era trascorso e la povera Lisa pareva aver passati anni di dolore: anche suo padre era disfatto e scoraggiato. Il bravo uomo già aveva date tutte le disposizioni per vendere il suo piccolo avere, e si addolorava forte perchè non bastasse a pagare l'intiera somma da Gustavo derubata.
Verso le dieci ore padre e figliuola furono riscossi dal suono del campanello. Questa volta era Carlotta, la cameriera della marchesa di Campidoro, che domandava sollecita di parlare alla signora Pannini.
Venuta innanzi a Lisa ed al capitano, la giovane cominciò a chiedere scusa del presentarsi così di suo capo, non mandata da nessuno, ma soggiunse non averci potuto resistere, aver ella troppo interesse e troppa simpatia per la buona signora Lisa da vedere con indifferenza la solenne birbonata che si voleva compire a danno di lei. Pregata di spiegarsi, raccontò come da un pezzo ci fosse intorno alla marchesa una gara fra Grisostomo, il curato, il dottor Lombrichi, il signor Marone e il cavalier Salicotto a dar la caccia all'eredità dei Campidoro: che negli ultimi giorni i fili s'erano venuti stringendo, che fattasi una lega fra tutti, escluso Salicotto, cui avevan trovato modo di levare ogni considerazione nello spirito della marchesa mercè la storia narrata dal dottore del modo di governarsi di quel tale verso suo padre, aveano deciso di spartirsi fra loro la torta; che da un po' di tempo stavano a' panni alla marchesa perchè rifacesse dietro loro intenzione il suo testamento, che per una ragione o per l'altra non ci avevano mai potuto riuscire, ma che di quel giorno medesimo, premendo la cosa perchè la vecchia era molto giù, si voleva finire la bisogna. La buona Carlotta pertanto veniva ad avvisare la signora Lisa perchè accorresse subito presso la santola, la quale vedendola o non avrebbe più fatto il nuovo testamento od almanco non ci avrebbe più dimenticata la figlioccia, come quei brutti musi la volevano indurre a fare.
Detto ciò, la buona ragazza scappò tosto per tornare a casa prima che la sua mancanza vi fosse avvertita.
Padre e figlia rimasero senza parlare per un po': Lisa aveva sentito che il suo dovere era di accorrere ad assistere la santola che stava male, ma ora il suo cuore era preso da tanto affanno che non aveva risoluzione e coraggio a pur pensare ad altro che quello non fosse: il capitano appariva preoccupato assai. Fu egli finalmente a rompere il silenzio.
—Conviene tu ci vada dalla marchesa, prima perchè è tuo debito, poi…
Ristette come se le parole che avevano da seguire gli fossero penose da pronunziare, e in vero non fu senza sforzo ch'egli soggiunse:
—Perchè se tua matrina ti volesse favoreggiare, ciò ne gioverebbe assaissimo…
Arrossì come uomo in colpa e s'affrettò a soggiungere:
—Non già per noi… ma per poter riparare a tutto… il danno fatto da Gustavo.
Lisa non rispose parola, ma diede in una esclamazione, e corse a vestirsi.
Dieci minuti dopo, ella era pronta ad uscire quando la sorte le mandò un ostacolo ad impedirnela. Era l'autorità giudiziaria che si presentava per procedere ad una perquisizione domiciliare.
La brava Carlotta intanto aspettava l'arrivo di Lisa a casa della marchesa con vera impazienza. Ma il tempo passava, ed ecco alle undici il notaio arrivare ed essere introdotto tosto nella stanza dell'inferma, dove già erano il curato ed il dottore. La signora Pannini non s'era ancora fatta viva.
La stanza dell'inferma era in una oscurità quasi completa; nel fondo giaceva la vecchia in un letto suntuoso, cortinato di seta, e il macilento di lei corpo si perdeva affatto sotto le coperture, come il capo quasi scompariva in mezzo dei guanciali di piuma a cui s'appoggiava. Presso al letto stavano il parroco ed il medico: in un angolo della stanza un tavolino con sopravi carta, penne, calamaio, bastoncini di cera lacca ed una candela accesa, con un coprilume opaco che non ne lasciava spandere i raggi all'intorno.
Appena entrato col notaio, Grisostomo andò innanzi, e s'avvicinò sollecito alla giacente dalla parte del letto verso la parete.
—Il notaio è qui finalmente: diss'egli.
Non s'udì risposta alcuna dell'ammalata.
Il dottore col più lezioso de' suoi sorrisi sulle labbra s'accostò al notaio che stava là piantato, senza vederci ancora distintamente in quella oscurità, e gli disse:
—Lei avrà già preparato l'atto?
—No, signore.
—La sarebbe stata più spiccia. Pazienza! S'accomodi qui e lo rediga subito, chè la signora marchesa desidera far presto.
Egli accennava il tavolino col lume.
—Scusi, disse il notaio, ma per ragione del mio ministero, mi bisogna parlar prima colla cliente.
S'avvicinò al letto. I suoi occhi già avvezzi a quella poca luce videro l'ammalata che già pareva morta, cotanto era gialla e senza espressione nel volto: aveva però gli occhi larghi e quasi inquieti.
—Riverisco, signora marchesa, disse il notaio, come sta?
Grisostomo si chinò verso la giacente.
—È il signor notaio ch'ella aspettava sin dall'altro ieri.
E la marchesa guardando stupidamente il notaio si pose a balbettare:
—Testamento… testamento… ho da fare testamento.
Il dottore fu lesto ad interpretare quelle parole al notaio.
—La sente? Dice che ha mandato a chiamar lei per fare testamento.
—Eccomi ai suoi ordini: disse il notaio parlando alla marchesa.
Questa e proprio la sua decisa volontà?
Grisostomo fissò con sì intentiva insistenza i suoi sguardi sulla vecchia, che gli occhi di costei, come per influsso magnetico, furono attirati a quelli di lui e parvero attingervi alcuna maggiore intelligenza.
—Grisostomo, balbettò ella con fievolissima voce, dite voi, fate voi…. Ho sete, datemi da bere.
Il domestico passò il suo braccio sotto ai tanti cuscini che reggevano il capo dell'inferma e ne la sollevò pianamente; Lombrichi gli porse un bicchiere, e Grisostomo messolo alle labbra della vecchia, vi lasciò cadere a goccie la bevanda. Poi la rimise giù adagino e le riassettò intorno al collo le coltri.
Il notaio riprese a domandare:
—Che sorta di testamento vuol ella fare signora marchesa? pubblico o segreto?
—Segreto, segreto: rispose il curato che non aveva ancora detto sillaba, e presa d'in sul tavolino una carta ripiegata in quadrato e chiusa da più sugelli di cera lacca, la porse al pubblico uffiziale: ed eccolo qui.
—Va bene, disse il notaio, ma bisogna che sia la marchesa stessa che me lo consegni, dichiarandomi espressamente in presenza dei testimonii che quello è il suo testamento.
Grisostomo si curvò di nuovo verso la giacente, e fissandola con un'espressione che quasi poteva dirsi di comando, le disse:
—Ha udito? Bisogna che sia lei a dar nelle mani del notaio il testamento.
La marchesa volse al cacciatore i suoi occhi fatti quasi sgomenti e ripetè con voce tremolante:
—Testamento!… testamento!… O Dio! Ho proprio da morire?
Il domestico si chinò vieppiù sull'ammalata, e le disse all'orecchio:
—No, anzi…. ciò le vorrà far del bene.
Il curato entrò in mezzo anch'egli.
—La nostra vita è nelle mani di Dio; e felice colui che è in ogni modo preparato a comparirgli dinanzi.
Il medico fu lesto a temperare l'effetto poco rassicurante di queste parole.
—Grisostomo ha ragione, diss'egli. Quando la si sarà tolto questo fastidio, più tranquilla d'animo, la vorrà stare assai meglio.
—Sì?… Allora…. fate voi Grisostomo…. dite voi…. E mi si lasci la pace.
Furono introdotti i servi che dovevano servire da testimoni; Grisostomo trasse fuori dalle coltri il braccio destro della marchesa, levò dalle mani del curato la carta ripiegata, e la pose nella destra dell'inferma, poi le disse:
—Ecco: dia questa carta al signor notaio e gli dica: Questo è il mio testamento.
La marchesa ubbidì come una macchina; e il notaio, ricevuto il plico, andò al tavolino preparatogli e ci sedette a scrivere l'atto.
In quella un po' di rumore ed alcune parole scambiate nella stanza vicina attrassero l'attenzione di Grisostomo; gli parve udire fra le voci che parlavano quella di Lisa, ed accorse sollecito. La figlioccia della marchesa stava proprio per entrare spinta da Carlotta.
Lisa, tostochè libera, erasi affrettata a giungere in quel punto.
—Presto, presto, le aveva detto Carlotta che era andata ad aspettarla in anticamera; forse la è ancora in tempo.
E, prendendola, l'aveva menata sollecitamente fino all'uscio della camera da letto della padrona. Ma colà ecco mettersi innanzi a loro un servo che, d'ordine del signor Grisostomo, aveva da impedir l'entrata a chicchessia. Carlotta volle persuaderlo, Lisa si mise a pregarlo, e Grisostomo comparve in quella.
—Che cos'è? diss'egli, lanciando uno sguardo da basilisco su
Carlotta.
Costei capì che per essa la era rotta affatto col cacciatore, e che perciò tanto valea la lotta aperta.
—C'è che la signora Pannini vuol vedere sua madrina, e niuno glie l'ha da impedire: diss'ella con un coraggio eroico.
Grisostomo si volse al servo.
—E tu panbianco, che cosa facevi costì?
—Io le ho detto subito che in questo momento non si poteva entrare: rispose il servo.
E Grisostomo, burbero, senza però guardare in faccia la signora Lisa:
—Nè in questo momento, nè mai.
La moglie di Gustavo fece un passo innanzi, e con dignitosa fierezza proruppe:
—Che vorreste voi dire, Grisostomo?
—È l'ordine della signora marchesa, rispose costui guardando sempre di sbieco, quasi non osasse fissare in volto la signora.
—È impossibile, esclamò Lisa con isdegno: voi mentite.
—No, signora: rispose Grisostomo stizzito; la mia nobile padrona ha detto…
Esitò un momentino; ma poi, come ripreso coraggio, soggiunse spiccatamente:
—Che non la voleva più accogliere in casa sua la moglie di un ladro.
Lisa indietreggiò, si fece bianca come un cencio e mandò un grido, come se un acuto dolore l'avesse sovraccolta improvviso; poi barcollante andò verso la più vicina seggiola e vi si lasciò cadere priva di forze.
—Andate là, che siete proprio un villanaccio: esclamò Carlotta, e si affrettò a soccorrere la povera Lisa.
L'uscio della camera della marchesa si aprì e il dottore Lombrichi porse in fuori la testa.
—Grisostomo, diss'egli: venite, si tratta di farla sottoscrivere.
Lisa partì, come potete pensare, per non tornare mai più in quella casa.
Mezz'ora dopo Grisostomo cercava di Carlotta, ed avutala a sè, le diceva:
—La signora marchesa, nel suo testamento, ha lasciato una buona somma a tutti i servitori maschi e femmine che si troveranno in sua casa il dì della sua morte; voi, mia cara, non godrete di questo vantaggio, perchè da questo giorno medesimo voi andrete fuori… E ci avrete guadagnato codesto a voler fare la generosa protettrice d'altrui.
Pochi giorni dopo la marchesa di Campidoro moriva. Aperto il suo testamento si trovava ch'ella aveva lasciato erede la Congregazione di Santa Filomena coll'obbligo d'una rendita annuale al parroco per tante messe e per largizioni ai poveri; e che a Grisostomo aveva assegnato un legato vistosissimo col patto di mantenere ed aver cura della cagnolina Mimì, ed al dottor Lombrichi un lascito considerevole. Alla sua figlioccia un legatuccio di cinquemila lire.
Salicotto, dimenticato per l'affatto, scrisse un articolo di fuoco contro le mene dei clericali captatori di eredità.