VIII.

Per più giorni mi fu impossibile di vedere il maestro. Mi persuasi ch'egli mi sfuggiva appositamente e con molta cura, pentito di essersi abbandonato meco a quel momentaneo sfogo di pensieri che dovevano da lungo tempo e frequentemente aggirarsi per la sua testa.

Il mio ospite cominciava ad essere inquieto; e buono com'era, proponevasi di andare egli stesso a cercarne novelle, quando un giorno — si era alla fine del pranzo, che colà, secondo l'antica usanza piemontese, si fa a mezzo della giornata, — vennero ad annunziargli che il maestro era da basso, chiedendo di parlargli.

“Fatelo salir su:” disse il padrone.

E il servo rispose: Ambrogio non volere nemmeno entrare sotto l'atrio, ma pregare colle lagrime agli occhi il castellano perchè volesse scendere ad ascoltarlo da solo, chè a lui, solamente a lui, desiderava, e tosto, parlare.

Il mio amico s'accostò alla finestra che guardava sulla spianata del giardino, e io gli tenni dietro. Vedemmo il maestro che, agitato, passeggiava su e giù col suo passo incerto, più barcollante del solito e la sua testa arruffata dondolante sull'esile corpo. Aveva tale un aspetto di desolazione che il proprietario del castello se ne commosse.

— Gli è avvenuta di sicuro una qualche disgrazia: — esclamò egli. — Chi sa che diavolo sia! —

E levatosi dalla finestra, si affrettò a scendere ed a raggiungere Ambrogio.

Io rimasi colà, appoggiato al davanzale, a guardarli. Non udivo pur una delle loro parole, ma ne vedevo tutti i gesti e l'espressione del viso.

Appena Ambrogio vide comparire il castellano sugli scalini dell'ingresso, gli mosse vivamente incontro, tendendo verso di lui le mani, come si fa ad uno che giunga in punto a salvarvi, e mandando un'esclamazione che era una preghiera essa sola. Poi subito avviò il suo discorso con una vivacità, con un calore, con una abbondanza di parole tali che dinotavano la massima concitazione. E si levava il cappellaccio, e scuoteva la sua ispida ed arruffata capigliatura grigiastra, e si percoteva la vasta fronte, bernoccoluta, e stringeva le mani con indicibile atto di supplicazione fervorosa. In una mossa, con cui, vólto il viso all'insù come in una più viva deprecazione, mi lasciò scorgere i lineamenti tutti turbati della faccia, potei vedere che grosse lagrime gli rigavano le guancie più terree del solito.

— Pover'uomo! — dissi tra me, commosso alla vista di quel dolore. — Qual mai disgrazia può averlo colpito? —

Il padrone del castello vedevo che con atti e parole faceva a calmarlo, e sembrava profferirsi in suo soccorso. Ad un punto, quando il maestro ebbe detto ciò per cui era venuto a supplicare, il mio amico levò le braccia, e annuì colla testa in un certo modo che pareva significare:

— Ecchè? Gli è codesto soltanto che chiedete? Ma sì, ve lo accordo; è cosa fatta. —

Ambrogio, in un impeto di riconoscenza, prese a un tratto ambedue le mani del mio ospite, e curvatosi innanzi a lui, gliele baciò. Il castellano le ritrasse vivamente: il maestro parve di subito vergognarsi dell'atto troppo servile, dirizzò la persona, e sollevò la testa con piglio pieno di nuova fierezza; ma fu un lampo; e tornato nella sua abituale umiltà, si partì con passo affrettato.

Il mio amico risalì a raggiungermi nella stanza dove lo stavo aspettando; aveva un sorriso sulle labbra e lagrime agli occhi.

“Che benedett'uomo!” esclamò. “Gli è matto per davvero, e colle sue stramberie non ha commosso anche me? Non indovinereste mai più che cosa è venuto a dimandarmi con tanta disperazione!....”

“Che cosa?”

“Gli è morto stanotte il suo cane.”

“Ah, povero diavolo! Comprendo il suo dolore.”

“E' vuol dargli una sepoltura che crede possa essergli gradita, e che sia salva sempre mai da ogni profanazione. Dice che il luogo in cui il suo perduto compagno si compiaceva di più, era il mio viale de' pini...”

“E vuole seppellirlo colà?”

“Precisamente. È venuto a dimandarmene licenza come d'un gran favore. Dice che verrà egli medesimo stanotte; e vuole ad ogni modo esserci solo.”

Difatti, la sera, verso le undici, dalle finestre del castello vedemmo un lumicino brillare nel più folto dei pini, durante un'ora e forse più. Il domani in quel luogo fu trovato sopra la terra smossa un grosso sasso che prima stava ad una certa distanza di là, e pareva impossibile che il povero maestro avesse avuto forza pur di smuovere.

Capimmo che la salma di Pomino era posta a consumarsi

«Sotto la guardia della grave pietra

Passarono molti giorni senza vedere altrimenti il maestro.