IX.

Un mattino, svegliatomi prestissimo, vidi innanzi alla mia finestra, di cui avevo lasciate aperte le persiane, il cielo di sopra la montagna rischiararsi così lieto della prima luce dell'alba, che coraggiosamente determinai bearmi del meraviglioso spettacolo dell'aurora. Uscii piano piano nel giardino, e pel viale dei pini m'avviai verso un'eminenza di terreno da cui avrei potuto mirar meglio la stupenda scena. A un tratto udii una voce lamentosa, or bassa, or alta, impressa sempre di molto affetto, che pareva declamasse dei versi. Stupito, ammorzai il suono dei passi, e venni pian piano avanzando verso quella voce, con molta cautela.

Inoltratomi un poco più, vidi in quella penombra crepuscolare gli abiti scuri di maestro Ambrogio, il quale, accoccolato, meglio che seduto, sulla gran pietra che copriva la fossa del suo cane, con una voce armoniosa e con un accento espressivo, come io non gli aveva udito mai, lasciava sgorgare dalle labbra un'onda di vera, soave, purissima poesia.

Attonito, e insieme commosso, mi accostai, e riparatomi dietro il tronco d'uno di quei grossi pini, stetti ad ascoltare.

Ambrogio teneva i gomiti sulle ginocchia, stringendosi colle mani la fronte; aveva ai piedi il suo cappellaccio, e le chiome gli si sollevavano sulla testa agitate dal vento mattutino.

Se io avessi potuto tenere a mente e qui riscrivere i versi che impetuosi uscivano in quel momento dalle labbra di quell'umile maestrucolo elementare di un povero e rimoto paesello montanino, io darei alla letteratura moderna uno squarcio di poesia sublime, come se ne ha troppo poca al tempo che corre.

Egli parlava d'amore: — di quell'amore che è il fiat divino della creazione, che è la legge intima e suprema di tutto l'universo, che è l'idea manifestata colla parola della vita, che è la finalità della sussistenza e dell'intelligibilità; — di quell'amore che è nel mondo morale quell'ultimo supremo fluido, se pur così può nominarsi, al quale corrisponde nel mondo fisico l'etere, la essenza prima, non ancora accertata, ma indovinata e presentita dalla scienza moderna, nella quale tutte hanno origine le forze della natura; — quell'amore che quindi, sostanza universale, tutto invade e pervade, e si manifesta in tutti i rapporti degli esseri, dai purissimi spirituali ai composti corporei, ad ogni menoma animazione della materia, legge chimica, per così dire, delle affinità intellettive insieme e sensitive nell'universo vivente.

I due cardini del mondo della vita essere il pensiero e l'amore. Perfette le creature celesti, dove purissimi, non offuscati dalla materia, e questo e quello; perfettibile l'uomo, in cui limitati e l'uno e l'altro dagl'istinti materiali, offuscatori sì d'ambedue, ma domabili pure e riducibili; passeggiere ed effimere animazioni di materia, affatto mortali gli esseri al di sotto dell'uomo, in cui un accenno soltanto di pensieri e d'amore.

E qui, volgendo con brusca transizione il discorso alla memoria di quel bruto sulla cui fossa egli sedeva, lo apostrofava con voce di pianto.

Quel diseredato composto di materia organizzata lo aveva pure amato, lui creatura intelligente, più che non avessero fatto gli uomini suoi pari. Non alla regola dell'utile, non alla vanità delle apparenze aveva esso misurato il suo affetto. Altrove il povero cane avrebbe potuto trovare quando che si fosse pane più bianco e più ricco albergo e temperie più mite, da non comprarsi con altro che coll'ingratitudine d'abbandonarlo. Qual uomo se ne sarebbe rimasto?

Lui povero, solo, debole, brutto, quella bestiola lo aveva nondimeno fortemente amato, e senza tregua e senza condizioni. Perchè aveva da essere distrutto affatto quell'essere amoroso, così da non esistere più mai nella sua discioltasi individualità? Perchè a tanto affetto aveva da mancare corrispondenza di pensiero, il quale è l'elemento necessario a costituire l'immortalità di un'anima? Oh! se avesse egli, il poeta, se avesse potuto instillargli una parte di quel suo pensiero che alcune volte sentiva soverchio in sè confondergli il cervello e urtarglisi dolorosamente nelle pareti troppo ristrette del cranio! Quante fiate non aveva egli vaneggiando sognato, — come l'homunculus, cui Goethe fa creare da Wagner nelle storte di Fausto, — di crear esso, con un miracolo di scienza e di fede, uno spirito immortale collo spiro di vita che animava quella materia foggiata a bruto! Non avrebbe esso avuto dell'uomo che le facoltà amative e intellettive; non gli orgogli, non le perfidie, non le deficienze, che, dipendenti da quella forma, ond'egli si assuperbisce cotanto da dirla simile a quella di Dio, torcono al male i più belli suoi pregi.

L'uomo disconosce ed infrange la legge d'amore. Dal peccato fu l'umanità col divino sacrificio redenta; ma l'individuo conviene sè stesso redima, e nol fa; e il soffio di Satana, traversando gli errori sociali e le seduzioni d'un falso interesse, ne corrompe l'anima tuttavia. Non si sa amare in terra dai più, come non si sa pensare; i meschini sono derelitti, del pari che è rigettata la verità.

Ma non sempre durerà sulla terra questa ribellione dell'uomo al suo destino; e il poeta, con islancio veramente profetico, sorvolava sulle età che sono, per vagheggiare nell'avvenire la società progredita, migliorata, quando tutti i rapporti umani saranno regolati dalla sola legge dell'amore, e del paradiso terrestre, che allora si sarebbe veramente dischiuso alla nostra schiatta, faceva con sì vivaci e splendidi colori una dipintura sublime, che nulla io conosco da metterle a paragone nelle opere dei gloriosi poeti dell'umanità; e terminava con un inno di gioia e dirò di trionfo, il quale ben pareva quello che ai nuovi tempi avrebbe dovuto innalzare l'umana famiglia per salutare l'adempimento della sua ventura.

In sull'ultimo egli s'era rizzato in piedi e, levata superbamente la testa, aveva abbandonate del tutto al vento le sue chiome arruffate. Esse gli facevano come un'aureola intorno alla vasta fronte, e il sole, che mandava allora i suoi primi raggi, le indorava con tinte di fuoco. La persona di lui, mi appariva in quell'istante più alta e più nobile di forme e d'atteggio. Splendevano d'una luce straordinaria le sue pupille alzate al cielo; splendeva, come per propri raggi che ne emanassero, la fronte solcata dallo stampo del pensiero, tocca dal segno potente del genio. Infuocate gli erano le guancie, infuocate le labbra tremanti. Vibrava con un'armonia ineffabile e nuova la voce del Vate, disposandosi alle mille voci, ai mille sussurri, ai canti degli augelli, al fruscío delle frondi, al ronzío degl'insetti, con cui a quel momento la terra salutava l'apparire del sole sull'orizzonte. Avreste detto che i potenti versi del poeta assembravano in una, e traducevano in parola umana quel cantico eterno e meraviglioso e nuovo sempre, che con tutte le voci della natura innalza ogni mattina la terra alla gloria del Creatore.