X.

Vi confesso che obliai a quel punto dove mi fossi e innanzi a chi, in un trasporto tale di fantasia che raramente ebbi a provare l'uguale.

Vi sarà avvenuto parecchie volte che un pezzo efficacissimo di musica ispirata vi ecciti la mente con sì gradevole emozione che pare una strana e direi quasi spirituale ebbrezza vi assalga a dischiudervi innanzi all'intelletto un mondo sterminato e confuso di pensieri vaghi, indefiniti, ma sublimi; e vi sembra che questi pensieri vi sieno ispirati da una sfera superiore, sieno vostri e pure più alti di voi, e vi sentite innalzarsi l'anima e nello stesso tempo crucciarsi nel sentimento della sua impotenza, e vi affannate per afferrare e ridur concreta una di quelle tante idee che vi barbagliano nella mente, e vi indispettite di non lo potere, e un certo brivido vi corre per le vene, e sentite il bisogno e la capacità temporanea in voi di nobili gesta, e avete lo spirito scosso dalla mano potente dell'entusiasmo.

Ebbene, io mi trovava in tale stato a quel punto.

Mi precipitai verso quell'uomo e, prendendogli ambe le mani, esclamai:

“Chi siete voi?.... Ma chi siete voi, cui Dio concesse la fortuna di tal forma per tanta possa di pensiero?”

L'esaltazione in lui era troppa per cedere di subito. Al mio repentino apparirgli, non parve nè anco essere stupito. Mi guardò con dignitosa fierezza, agitò la testa, e facendo balenare nello sguardo una fiamma cui niuna parola varrebbe ad esprimere, proruppe:

“Chi sono? Chi sono?... Sono un uomo che ha molto sofferto, un uomo che non ha nemmeno più un nome, che si è seppellito vivo nell'ombra della morte, più coraggioso di Carlo V, il quale rinunziò alla corona dopo averla portata tanti anni!.... E anche a me Dio aveva data una corona! La più splendida delle corone!, ingemmata di stelle e lucente di que' raggi che circondano il suo trono. La corona del poeta! E me la vidi brillare dinnanzi, sì vicino da poterla afferrare; e sentii degna la mia fronte di cingerla e potente il mio petto da meritarmela. Oh come palpitai per essa ne' miei giovani anni! Oh come la portai nobilmente ne' miei sogni, e sentii nelle mie travagliose veglie notturne ardermi essa divinamente le tempie, e sollevarmi il capo oltre la nebbia dell'atmosfera terrestre, e lanciarmi la mente sulle ali dell'idea nei sogni dell'infinito!...”

“Ma fra quella corona e me, vidi levarsi, ipocrita, maligna, beffarda la malvagità umana, e indietreggiai, come chi sul suo cammino scorga drizzarsi fischiante, sanguinolenta, la testa dell'idra.... Oh! non crediate ch'io non abbia lottato. Ebbi coraggio, ebbi sofferenza, ebbi nobili indignazioni, ebbi timide transazioni pur anco.... Un giorno scoprii che l'odio generava l'odio, che l'invidia seminava intorno i denti del mostro di Cadmo e da ogni nemico vinto faceva sorgere legioni e legioni di calunniatori e di rabbiosi latranti. Indolorito, ammaccato, trafitto, disperato fuggii.”

Un po' di calma entrava in lui; sciolse dalle mie le sue mani, e se le passò lentamente sulla fronte e sulla faccia; poi appoggiandole sulle mie spalle, e tenendomi innanzi a sè, in modo che la sua persona pareva cresciuta e sopravanzarmi, e fissando entro i miei occhi il suo sguardo lucente ancora di febbre, soggiunse:

“Voi avete sorpreso il segreto della mia vita: quel segreto che da tanti anni rinserro con sì gran cura nella mia solitudine e nel mio nulla. Di belle fiate il dèmone mi assale e mi scuote e mi tormenta! Io lotto.... e l'ho vinto sempre. Voi avete assistito ad una di queste tremende battaglie che mi logorano la vita. Dimenticatelo.... Dimenticatemi!.... in nome dell'anima vostra, delle vostre speranze, in nome di Dio!”

Io volli parlare: egli non me ne lasciò il tempo:

“Non mi dite nulla, non mi dite nulla, ve ne scongiuro.”

Si lasciò ricadere sopra il sasso, e stette un poco con le braccia sulle ginocchia e la testa reclinatavi su, tutto raccolto e in ogni suo membro tremante.

Poi tornò a sollevare il capo, si ravviò macchinalmente le chiome che gli scendevano sulla fronte, prese il cappello che era in terra, e se lo mise in capo; quindi girò verso me i suoi occhi, ora affatto spenti. Aveva nuovamente l'aspetto smemorato e mezzo scemo che gli era solito; il suo volto era pallido e le labbra scolorate più di prima.

“Ella,” riprese a dire colla voce cavernosa e fioca che gli conoscevo abituale, “ella ha udito i vaneggiamenti d'un povero pazzo. Spero che vorrà tacerli a tutti.... Oh per pietà non dica nulla!...”

“Tacerò;” risposi: “ma bisogna ch'io le parli....”

S'alzò di scatto, e agitando le mani verso di me balbettò con accento d'uomo stanco e sfinito:

“Non adesso, non adesso per carità!”

E senza lasciarmi aggiungere una parola, si allontanò a gran passi; ma quando fu alquanto discosto si fermò e volgendomisi anche una volta colle mani giunte:

“Silenzio!” disse: “mi raccomando.”

Poi continuò con passo barcollante la sua strada.

Per due giorni mi fu impossibile rivederlo: al terzo dì, Ambrogio venne al castello tale e quale com'era sempre; approfittando d'un momento, in cui nessuno poteva udirci, sollecito mi disse:

“Ella vuole parlarmi, ed ancor io voglio parlare a lei. Domani mattina venga a casa mia.”

Aspettai con ansiosa sollecitudine il mattino seguente; e, levato appena il sole, scesi a gran passi la collina verso il villaggio.

Ambrogio era sulla soglia della sua casa. Mi salutò con una certa solennità e mi fece entrare nella sua povera abitazione.