XI.
Fui introdotto in una stanza a pian terreno, spoglia, con poca luce e affumicata; essa al maestro serviva insieme di cucina, di tinello e di camera da dormire. Una scala, a mano destra di chi entrasse, menava ad una stanza superiore, della quale Ambrogio aveva fatto la scuola e lo studio, essendo più chiara, più arieggiata e più salubre.
Quando fummo tutti e due in quest'ultima stanza, il maestro sedette e mi fece segno sedessi; poi cominciò a parlare con voce debole ed esitante, tenendo timidamente lo sguardo fisso a terra, come uomo che non osa levarlo in faccia al suo interlocutore.
“Non mi lasciai vedere in questi ultimi giorni, perchè avevo mestieri di prepararmi al colloquio che avrebbe avuto luogo fra noi; avevo bisogno di sapere che uomo fosse quello che sventuratamente aveva sorpreso il mio segreto.”
Io feci un movimento di sorpresa; egli continuò senza scomporsi:
“Appresi che Ella, forestiero a questa terra, l'avrebbe presto lasciata; e già sapevo come fosse pure uno di coloro che si lasciano consumare le carni dalla veste di Nesso dello scrittore. Ciò riuscì a tranquillarmi un poco; tal sorta di uomini sono tutti corteggiatori ardenti d'una divinità implacabile e crudele, ch'essi chiamano la fama, e che dispensa il più spesso a capriccio i suoi favori; e, di solito, l'invida gelosia che nutrono gli uni degli altri, li fa lieti quando uno, che potrebbe pur conquistare le fuggevoli buone grazie della contesa deità adorata, si ritrae in disparte, e volonterosi molto lo lasciano nelle tenebre in cui si racchiude.”
Volli protestare che, nella mia nullità, non avevo il torto di appartenere a quella schiatta di maligni.
Ambrogio non mi lasciò dire.
“Hannovi delle eccezioni,” continuò egli, “e tanto meglio s'Ella è una di esse. Imperocchè costoro possedono sicuramente un animo onesto, il quale, avendo certo dovuto soffrire più o meno delle perfidie e delle sciagure che a tutti si avventano su quel cammino, sono disposti ad apprezzare e rispettare la risoluzione di tale, che, o per debolezza, od anzi per maggior forza, rinuncia alla lotta, e vuol morire ignorato....”
“Ignorato?” io proruppi. “E lo potete voi? E ne avete voi il diritto?... Ho scoperto in voi un talento di prim'ordine, e vengo a dimandarvi perchè lasciate infruttuoso il capitale che Dio vi ha dato, perchè private il vostro paese, il mondo d'una ricchezza intellettuale che a voi fu concessa in uso, ma i cui portati devono essere il bene di tutti?...”
Ambrogio sollevò con moto quasi impetuoso la testa, e m'interruppe con più violenza che non mi sarei aspettato:
“Perchè? Perchè ciascuno ha pur diritto a procurarsi la sua pace, la sua conservazione, la salute dell'anima sua. Come! Mi sono tratto fuori dall'inferno, e voi vorreste mi vi ripiombassi? E non sapete che l'inferno di questa vita mi farebbe dannare all'inferno dell'eternità quest'anima troppo sensitiva ed impressionabile? Non sapete che, circondato dal male, ferito, tormentato dal male, io gli ho già teso una volta le braccia, e glie le tenderei ancora; che io gli ho detto e gli direi ancora: dammi tu le armi per combattere i miei nemici, e render loro dolore per dolore, dammi tu l'orribile diletto della vendetta?... Fui sull'orlo dell'abisso, sapete, un piede già per quel declivio tremendo, alla vigilia d'esser perduto per sempre... Nulla, nulla mai potrà richiamarmi su quel lubrico, periglioso cammino. Ah! inorridite!... Sulle mie mani c'è sangue, cui non hanno cancellato tuttavia tante mie lagrime.”
Feci un moto, ch'egli interpretò certo per manifestazione d'orrore che io provassi.
“Ah! non allontanatevi da me:” soggiunse ratto e con forza. “Sono un omicida, ma non sono un assassino. La sventura ebbe parte al mio delitto, non la mia volontà... Non condannatemi, compatitemi. Io era nato per amare ed essere amato!”
Volli parlare, ma egli mi fe' cenno tacessi, e dopo un istante riprese con più calma:
“Il mio paese, il mondo, l'umanità! Che cosa possono pretendere da me? Che io non passi inutile affatto in questa vita terrena. Ebbene, io tolgo loro un vano sognatore, un infruttuoso fabbricatore di versi, per dare ad una povera popolazione un maestro che non senza effetti s'industria ad allevare generazioni migliori, redente dai pregiudizi e dalla miseria dell'ignoranza. Spogliatevi delle vostre preoccupazioni cittadine e letterarie, dei vostri pregiudizi di scuola e di salotto, dei vostri leggieri e puerili apprezzamenti da caffè e da appendice di giornale; esaminate con fredda attenzione la cosa, e conchiuderete, credetemi, essere più vantaggiosa mille volte l'opera del più umile fra i maestri di villaggio che quella del più glorioso dei poeti.”
“Voi avete gran parte di ragione, ma la guastate esagerando. Volete disconoscere il buon effetto che producono sull'animo umano, nobilitandolo, i capolavori dei genii? Quanti furono spinti a sublimi aspirazioni, concepirono sublimi pensieri, si sforzarono ad esser grandi, ed ottennero almeno di essere più nobili di mente e di cuore alla lettura delle grandi opere dei grandi poeti? Il cómpito del maestro è certo eccellentissimo nella sua tranquilla umiltà, ma ciò non toglie che l'opera dei genii, nella dolorosa e, come dite voi, pericolosa sua gloria, non sia pure ottima a sua vólta. Ora l'intelligenza dell'umanità, l'intelligenza d'una nazione deve avere ed ha per l'una e per l'altra di codeste opere stromenti diversi, specialmente adattati; ed è un invertire le parti e fallire al dovere, chi destinato per una si dà invece all'altra. Voi che siete nato poeta, lasciate a più umili intelletti l'utilissimo ma meno elevato ufficio del maestro di bimbi; voi che lo potete, date alla vostra patria il canto dei forti onde abbisogna: siate il poeta civile dell'Italia moderna.”
Egli si alzò e passeggiò alquanto su e giù per la stanza, le braccia incrociate al petto, il capo chino. Osservai come il suo passo, abitualmente incerto e barcollante, fosse allora fermo e sicuro.
Dopo un istante, mi si piantò dinnanzi, e guardandomi con un certo piglio d'autorità e d'orgoglio, press'a poco come mi aveva guardato quel mattino sotto il viale dei pini, mi rispose:
“Essere il poeta civile dell'Italia moderna? Ma che? Pare a voi che basti il volerlo, anche chi abbia ingegno da tanto? Credete voi che il poeta tragga solamente da sè medesimo, dalla sua anima soltanto, la sostanza de' suoi versi? Egli la attinge dall'atmosfera che lo circonda; egli, fuoco che accentra e riproduce i sensi e le voglie della società in mezzo a cui vive. È questa la sua prima condizione di vita, come poeta. Quando alcuno avesse l'impossibile valore di stare e di fare contro alla corrente comune, perirebbe negletto e quindi più inutile ancora. Esaminate qual sia — nelle sue credenze, nei suoi intendimenti, nei suoi fatti — l'epoca nostra, e dite se può il poeta stillare da tali elementi il poema della virtù, della verità e della fede. Byron e Leopardi sono i due veri poeti del nostro secolo — forse i soli! — e hanno cantato lo scetticismo. Le deficienze, gli errori, i decadimenti dei nostri contemporanei, credete voi sieno tutta colpa di loro rea volontà? È per la maggior parte colpa delle circostanze, dell'ambiente in cui si vive.”
“Conviene adunque rimediarvi” interruppi, “conviene che a ciò si rivolga l'opera...”
Ed egli vivamente:
“Dei maestri, che educhino le generazioni che sorgono.”
Accennai parlare, ma non mi diede tempo.
“Sentite! Sono ormai tant'anni che io ho presa questa risoluzione, e non me ne pento. Potete pensare se tutti gli argomenti che avreste da dirmi non sono passati e ripassati per la mia mente, e se valgano ancora ad ottenere alcun effetto in me. La nostra discussione quindi si converte in una semplice conversazione accademica.”
S'interruppe un istante a prestare orecchio ad un gaio vociare che s'udiva fuori nella strada, avvicinantesi man mano: erano armoniche vocine di bambini chiassosi e ridenti che s'accostavano a quella vólta. La terrea faccia del maestro si illuminò d'una gioia quasi paterna.
“Silenzio!” diss'egli con forza. “Ecco i miei scolari, i miei gioielli, come a Cornelia romana i suoi figliuoli... Ecco la mia poesia, ecco la mia gloria.”
Pareva ringiovanito. S'affrettò a scendere e ad aprire la porta: una frotta frugola e clamorosa, da paragonarsi ad uno stormo di passerini pigolanti, si precipitò nella stanza intorno a lui, a serrarlo in mezzo con mille gridolini di affettuoso salutare.
Ambrogio chinò la sua testaccia grigia ed arruffata all'altezza di quelle testoline bionde, e lietamente commosso li abbracciò tutti uno ad uno. Poi si volse a me con due lagrimette tremolanti entro gli occhi.
“Ora,” disse, “io mi sento dappiù che molti nel mondo.”
Io mi accomiatai.
“A rivederci:” gli dissi. “Sento il bisogno di discorrere dell'altro con voi.”
Egli crollò il capo senza rispondermi.
“Entriamo a scuola, figliuoli miei” disse ai bambini; — e mentre io usciva, egli montava la scala, circondato da' suoi piccoli amici.