XXII.

“Era una stupenda notte, e il più bel chiaro di luna che si possa veder mai. Mi mossi con passo quasi di corsa su per la salita alla montagna. La natura era piena di misteriosi sussurri; mille insetti mandavano lievi suoni indefinibili; stormivano le foglie al venticello notturno, bisbigliavano con più alto rumore i ruscelli, cantava mestamente amoroso l'usignuolo, e su tutto ciò regnava una calma, una pace che avreste detto un silenzio. La quiete esteriore influiva sul tumulto della mia mente, e lo veniva temperando. Quel desiderio di tranquillità ignorata cresceva, cresceva in me al contatto di sì profondo riposo della natura.

“Giunto, dopo parecchie ore di cammino, sopra un culmine, sostai e mi volsi a guardare indietro. Nella pianura appariva la città, splendente da lontano co' suoi mille lampioni, come una massa rossigna di fuoco in mezzo alla campagna, mitemente circonfusa dell'azzurrigno chiaror della luna.

“Là erano l'agitazione e i tormenti dell'umanità; nella vasta solitudine dove mi trovavo, la solennità dell'infinito, la sublimità della natura, più immediata l'opera di Dio, l'oblio e la pace. Mi pareva d'essermi accostato al seno della gran madre creatrice, e di ricevere da questa nuova lena e conforto.

“Se io volessi dirvi tutti i pensieri che allora attraversarono la mia mente, troppo lungo sarebbe, e non lo potrei nemmanco, tanti furono e sì varii, come quelli che abbracciarono tutto il mio passato e l'avvenire, e tutte le più ardue questioni della vita e del destino dell'uomo, e tutto il creato.

“Ero affaticato, debole, sfinito. La notte tepidamente serena m'invitava al riposo. Mi adagiai al riparo di alcuni alberi, la fronte volta allo scintillare delle tremolanti stelle, che pareva mi piovessero una calma soave entro le vene, e un benessere non isperato mi corse tutte le membra. Passando ancora di fantasia in fantasia, poco a poco mi addormentai.

“Mi svegliò il primo raggio del sole che spuntava all'orizzonte. Lo spettacolo dell'aurora mi parve quel dì più sublime di quanto avessi giudicato mai. Già io sentivo di essere un altr'uomo. M'inginocchiai in faccia a quel sole che sorgeva nella sua imponenza a manifestare la grandezza del Creatore, ed adorai.

— «Deh!» pregai dall'intimo dell'anima, «Ch'io viva oscurissimo ed obliato, ma buono, ma virtuoso, ma non in balía del male.»

“Non chiesi più la morte: domandai la virtù e la pace. Ero guarito.

“Sorsi con una nuova risoluzione, con nuovo coraggio ed una nuova speranza; e ripresi il cammino. Avevo deciso spogliarmi del mio nome, delle mie ambizioni, d'ogni folle anelare alla gloria. Rifiutai in quel momento, e per sempre, il serto del poeta.

“Trovai da rifocillarmi nel tugurio di alcuni contadini e da provvedermi il nutrimento per tutta la giornata; e senza sapere dove avrei diretto i miei passi, dove avrei preso stanza dipoi, continuai a salire pei più scoscesi dirupi.

“Avevo camminato forse un'ora, senza mai incontrare traccia d'uomo, quando udii innanzi a me, poco lontano, suonare ed echeggiare per le valli un'esplosione come d'arma da fuoco. Ristetti atterrito, e il mio primo pensiero fu di fuggire; ma mi rattenni. Pensai che alcuna funesta avventura poteva aver avuto luogo e una qualche vittima abbisognava forse di soccorso. Mi affrettai verso quella parte.

“Un cento passi più innanzi, dove la costa della montagna, incurvandosi, formava una specie di anfiteatro, che pareva fatto apposta per guardare la magnifica vista della sottostante pianura, in un verde praticello smaltato di fiori, giaceva bocconi un uomo, stringendo due pistole tuttavia fumanti.

“Era quello uno dei luoghi più ameni ch'io avessi veduto mai. Le coste della valletta tutte coperte di faggi: più in alto sulle cime, dritti come granatieri schierati a battaglia, i severi cipressi; purissimo il cielo; il sole, che investiva co' suoi raggi gli albereti della convalle, vi spargeva le tinte più ricche e più piacevoli all'occhio del riguardante. Pareva una decorazione preparata per un idillio, per una scena d'amore, non per una luttuosa tragedia.

“Mi accostai al giacente. Egli s'era sparate le armi in viso, e vidi che orrendamente n'era rimasto malconcio, da non potersene più riconoscere i tratti. Tepido ancora era il suo corpo; ma da questo l'anima partitasi per sempre.

“Ristetti a pensare come dovessi regolarmi. Presso di sè il morto aveva il suo cappello, e dentro questo vidi una carta ripiegata e sopravi, a tener fermo cappello e carta, un sasso. Esitato appena un pochino, presi quella carta e la spiegai: erano poche parole, scritte in inglese, e le lessi con avida curiosità.

“Dicevasi in sostanza, chi s'imbattesse mai in quel cadavere, non credesse a un assassinio, sibbene a un suicidio, com'era difatti. Stanco della vita e odiatore degli uomini, straniero a quelle contrade, voleva l'infelice morire senza essere conosciuto, senza ipocriti compianti; non dire perciò il suo nome; non si cercasse neppure dei fatti suoi, che egli se ne veniva da lontano, e aveva voluto che nessuna traccia rimanesse di lui.

“Io sedetti vicino a quel cadavere; lessi e rilessi più volte quello scritto e meditai a lungo.

“Ancor io detestavo la vita; anch'io avevo sentito l'animo invaso dall'odio per gli uomini, e avevo pensato di cercar rifugio tra le braccia della morte. Ma, per fortuna, il Signore non mi aveva abbandonato, e nel colmo della disperazione mi aveva pure concesso la grazia d'un benigno pensiero che mi aveva richiamato alla ragione ed alla conoscenza dei doveri dell'uomo sulla terra....

“A un tratto un'idea bizzarra, ma potente, mi nacque e s'impadronì di tutta la mia volontà.

“Io voleva finirla una volta per sempre con quella vita di vanità, di odii e di colpe; volevo morire a quel mondo futile e corrotto, ipocrita e scettico, stolido e prepotente, al quale dovevo ogni mio danno e il decadimento dell'anima mia. Se, a romperla definitivamente, fra esso e me avessi gettato in mezzo quel cadavere? Se a quello sconosciuto che voleva rimanere affatto ignorato, avessi dato il mio nome? Se tutto il mio passato facessi davvero seppellire nella fossa, colla salma di quell'infelice?

“Le fattezze del volto, guaste dall'esplosione, la statura presso a poco uguale, permettevano lo scambio. Strappai un foglio dal mio taccuino e vi scrissi su un ultimo addio alla vita, perdonando a tutti quelli che mi avevano fatto del male, chiedendo perdono a tutti cui avessi offeso. Sottoscrissi col mio nome, posai il foglio nel cappello del morto, e vi posi la pietra sopra. Il suicida non aveva in tasca nè carte, nè altro: vi misi alcuni oggetti di mia spettanza e qualche lettera a me diretta. Poscia inginocchiatomi, pregai con fervore per quel morto e per me. Dopo ciò ritornai alla casa dei contadini, dove m'ero rifocillato poco prima.

“Dissi loro del morto da me trovato; essi subito accorsero là; ne fu avvertita la giustizia, si fecero le pratiche che sogliono farsi in casi simili, e fu posto in sodo che io mi era suicidato.

“Ebbi la debolezza di voler vedere che cosa dicessero i giornali della mia morte.

“Cessarono le contumelie, ma non cessò l'indifferenza ostile: siccome da morti non si dà più ombra, qualcuno infiorò di qualche elogio un cenno alla mia memoria. Fui sotterrato nel cimitero del villaggio più vicino, e sulla fossa una semplice pietra con il mio nome su scolpito.

“Volli vedere la mia tomba. Il cimitero è isolato, solitario, pieno d'ombre e di melanconia. Le erbe altissime sussurrano stranamente sotto al vento che le agita. Croci di legno sorgono qua e là, quasi tutte corrose dal tempo; come la memoria dei morti che ci dormono sotto. E ci si deve riposare in pace!

“Due settimane dopo non si parlava più di me; a quest'ora non c'è più anima al mondo che si rammenti ch'io abbia esistito; io che, nelle pazze fantasticaggini della gioventù, ho sognato la gloria!

“Per istrade fuori mano, senz'altra mèta certa che quella di allontanarmi dal mio paese, venni girando qua e colà, finchè giunto a questo rimoto villaggio, tanto mi piacquero la natura, il cielo e la quiete di esso che determinai fissarvi la mia dimora.

“E da quasi trent'anni ci vivo, non dirò felice, ma senza più rimorsi, senza odii e senza far male: non affrettando certo, ma non desiderando neppure d'allontanare quel giorno supremo in cui, libera da questo disgraziato involucro, l'anima mia voli nelle braccia misericordiose dell'Eterno Amore.”


Qui, maestro Ambrogio si tacque; e stemmo ambedue silenziosi rivolgendo in mente mille pensieri che il suo racconto aveva eccitato in me e ridestato in lui.

Dopo un istante, fu egli a riprendere:

“Ora non cercate più altro da me. L'ultimo velo di mistero che copre l'esser mio, mi è più sacro dell'onore, mi è più caro della vita. Non tentate levarlo. Andate e obliatemi. Soltanto possiate far vostro pro dell'insegnamento che contiene questa dolorosa storia delle mie vicende!

“Non è nel vano rumore del mondo che consistono le degne soddisfazioni dell'animo; non è sulla scena abbarbagliante dell'ambizione che l'uomo divenga felice e si faccia migliore. La rinomanza non è che misera vanità; il mondo inaridisce il cuore, intristisce l'anima, e fa prosperare in essa quell'iniqua pianta parassita dello spirito dell'uomo, la quale soffoca ogni buono istinto, e che si chiama egoismo.

“Io sono vecchio, sono sfinito, e mi sento con soddisfazione non lieve presso al termine d'ogni male. La verità l'ho amata sempre, e non è ora che vorrei farle il menomo oltraggio. Ebbene, vi giuro che più mi venni inoltrando negli anni, e più fui lieto del partito preso. Non dico che molte volte l'ingegno in me non si ribellasse, e non volesse dipingermi la mia come una viltà, come un mancamento al proprio dovere. Ve lo dissi già che sostenni lotte tremende, che soffrii, ma che vinsi. Se sapeste quanti, e forse splendidi, furono i frutti di certe angosciosissime veglie! Ebbi il coraggio di distrugger tutto. Nell'esercizio della virtù sconosciuta, nascosta, s'affina l'anima umana. Alla soglia dell'eternità sarà più bella e gradita, non quell'anima che sarà stata più gloriosa innanzi agli uomini, ma quella che sarà stata più benemerita innanzi a Dio.”

Fece una pausa; poscia con voce più fioca e più sorda di quel che gli fosse abituale, porgendomi la mano, soggiunse mestamente:

“Addio! Voi partirete fra pochi giorni; non è vero? È meglio che non ci rivediamo più; che questo sia fra noi l'ultimo saluto. Io vi ho detto tutto quello che avevo da dirvi. Conservatemi il segreto. Voglio morire nelle ombre che mi avvolgono..... Ma quando udrete.... e sarà presto, io spero.... che avrò abbandonata questa terra, se lo credete opportuno e giovevole, raccontate pure altrui ciò che sapete de' casi miei.”