XXIII.

Due giorni dopo io partiva da quel paese, e con mastro Ambrogio non ci vedemmo più: per due anni non ne ebbi altra novella.

L'altro dì il mio nobile amico dovette venire a Torino per qualche sua faccenda, e fu a salutarmi.

“Mi fermo qui pochi giorni soltanto” mi disse “poi torno di gran carriera alla mia montagna. Volete voi venire con me?”

“Ah! se lo potessi!” esclamai con un sospiro. “Ma noi siamo qui condannati al lavoro di Sisifo.... Intanto datemi notizie di mastro Ambrogio.”

Il volto del mio amico si fece mestamente grave.

“Quel povero Ambrogio!” disse. “Non c'è più. L'hanno sotterrato l'altra mattina.”

Mi feci raccontare i particolari della sua morte. Non era stato malato che pochi dì. Conosciuta tosto la gravità del suo male, egli aveva mandato pel sacerdote, ed aveva edificato tutto il villaggio colla santità della sua morte, come aveva fatto colla purità ed onestà della sua vita. Sulla sua fossa hanno piantato una croce di legno, e gli scolari vanno a spargervi fiori.

Così fu il suo desiderio compito. È morto sconosciuto, tranquillo, amando e sperando. L'erba d'un cimitero di campagna ne coprirà le ossa ignorate; ma io, che non l'oblierò mai, ho pensato valermi del suo permesso, e schizzarne in questi fogli la misteriosa figura.