REALISMO

Ebbi una volta i miei vent'anni anch'io.

Di sogni d'oro e d'ideali splendidi

Popolato era allor l'animo mio,

Come a ciascuno avviene in età simile.

Anco una bella amante aveva allora,

Una leggiadra e graziosa femmina.

Accanto a lei sino a tardissim'ora

Mi trattenni una notte. Oh notte eterea!

Coricati eran tutti, ed a lei stessa

Scender fu forza i chiavistelli a mettere,

Poichè uscito io mi fui, chè compromessa

Si sarebbe chiamando alcun domestico.

Era il ciel di zaffiro, e l'alta intera

Luna splendea, colà d'intorno un pallido

Lume alternando alla grand'ombra nera

Che le case facean sbarrate e tacite.

Solo andavo per via, nè voglia alcuna

Di coricarmi avea, perchè nell'anima

Della recente mia somma fortuna

Mi duravan tuttor l'ebbrezza e il giubilo.

Oh adorabile donna! E tutto assorto

In tal pensiero e in estasi dolcissima,

Cheto arrivai dove dell'umil porto

I due bracci entro il lago un po' si spingono.

Colà del molo in sull'estremo sasso

A sedere mi posi e penzolavano

I piedi miei sull'onda, ch'ivi abbasso

Alle pietre battea con lieve murmure.

Luccicante era il lago e tutto piano,

Se non che a macchie qua e là increspavasi,

E dentro molli nebbie da lontano

Lento parea nel curvo ciel confondersi.

Dietro stava il villaggio, e i colli e il monte

Girando a par d'anfiteatro, un rigido

Tono mettean sul cerulo orizzonte,

Come d'opaco aspro metallo fossero.

Una blanda stanchezza i sensi miei

Lusingava frattanto, e a tutto l'essere

Mio pareva in allor mescersi a quei

Grandi silenzi arcani ed alla requie

Solenne d'ogni cosa, ond'esso intorno

Dovunque circonfuso era e sentivasi...

Pur dell'amata donna e dell'adorno

D'un fior molle suo crine il grato effluvio

M'era ai panni rimasto, ed alle nari

Talor saliami lieve, impercettibile,

Ma non così però che in me dei cari

Vezzi di lei, degli atti suoi, del trepido

Abbandonarsi la memoria intiera

Non ridestasse a un tempo e la delizia

Del fruir tutto ciò, quasi com'era

Stato dianzi or tornasse anco a succedere.

Sol mi pareva in elemento adesso

Fatto d'argentea luce e di silenzio

E di calma infinita il nostro amplesso

Non so ben come arcanamente compiersi.

E m'era avviso, mentre in dolce laccio

Stretto io tenevo l'adorata femmina,

Di sentirmi salir, cullato in braccio

D'alcun ignoto iddio, su dentro l'etere.

Ben la natura stessa allor, cred'io,

In questo m'inducea grande e fantastico

Sogno, dove sembrava all'esser mio

Lentamente passar, tra molli gaudi,

Dall'amplesso finito allo infinito

Di tutte cose amplesso, ed ivi sciogliersi

Come in non so qual mar che senza lito,

Alto ondeggia, lontano, azzurro, splendido.

Giurabacco, ch'io mai non ero asceso

A più ideale altezza! — Ed allor eccoti,

Mi venne a un tratto un certo suono inteso,

Qual d'un'aura compressa nell'erompere.

Tosto a quel suon dal sogno mi riscossi,

E mirando la spiaggia, ivi ebbi a scernere

Un uomo accoccolato, il qual levossi

Presto, e partiva i panni indi assettandosi.

Bene io compresi allor: costui venuto

Era a far ciò, che il dirlo non e lecito,

Appunto là, dov'io da presso, muto

Ammirando, ed assorto in placida estasi

Dinanzi allo spettacolo di quella

Notte che invano or or tentai descrivere,

Versavo in grembo alla sublime e bella

Natura tutto quanto era in me d'anima.

Ma la Natura, ahimè, bella e sublime

E non meno crudele, e alfin di vacui

Inganni austera correttrice, all'ime

Realità di subito con ferrea

Mano m'avventa, e dai sognati cieli

Dello ideale mi richiama all'umile

Verità delle cose, e senza veli

Mi dimostra la terra, ond'io sollecito

Quindi mi levo e volgo afflitto in mente

Come il bello ed il brutto accanto vadano:

Il bello è un matto sogno assai sovente,

Ma non già il brutto un sogno mai suol essere!