CAPITOLO XXIII.

«Così lion poichè n'ha il cor ferito

«Di lionessa amata il grato aspetto,

«A palesarle amor tempra il ruggito.»

Douglas.

Intantochè ne' diversi spartimenti del castello accadeano le scene dianzi descritte, ne appresentava un'altra l'ebrea Rebecca entro una delle torri che Frondeboeuf avea fatto costruire a ciascun angolo del castello. Ivi ella era stata condotta da uno de' suoi immascherati rapitori, i quali la introdussero in una picciola stanza, ove trovossi alla presenza di vecchia sibilla, intesa a filare e a canticchiare, o per meglio dire a borbottare un'antica ballata sassone, quasi accompagnandone il tempo colle volte che imprimeva al suo fuso. Sollevò essa il capo in veggendo entrare la bella Israelita, e fisò sovr'essa uno sguardo invido e maligno, accoglienza usata che l'avvenente giovinezza riceve dalla vecchiaia giunta a laidezza, tanto più se con queste due qualità si mette per terzo compagno un talento malefico.

«Su via, strega» sì disse una delle guide di Rebecca «spacciati, e sgombra di qui; tal è il comando del nobile nostro padrone; gli è duopo che tu ceda luogo ad una salvaggina più appetitosa di quel lurido tuo carcame.»

«Sì» disse brontolando la vecchia. «Così si pagano i miei servigi. Fu un tempo che bastava una mia parola per far cacciare il migliore fra gli uomini d'armi di questo castello. Or mi tocca ubbidire agli ordini dell'ultimo mozzo di scuderia.»

«Madonna Ulfrida» disse l'altro di que' due galantuomini «non è questo il momento di far considerazioni, ma di obbedire e subito. Sai che non ci vuol duro orecchio quando il padrone comanda. Tu hai goduto al tuo tempo quant'altri mai possa godere. Il tuo sole ebbe il suo mezzogiorno, or corre al tramonto; e somigli a vecchio caval di battaglia messo nello stato di riforma; corresti di galoppo, or non se' più buona nè manco al trotto. Su via, sbrigati e libera il campo.»

«Siete due cani» soggiunse la vecchia «e possa divenirvi sepolcro un canile! Voglio che Zernabok, il demonio degli antichi Sassoni, mi strappi di qui a brani, se esco prima d'aver filato tutto il lino avvolto all'intorno di questa rocca.»

«Ne renderai conto al padrone» disse un di costoro; poi ritiratisi entrambi, la lasciarono con Rebecca, cui movea nausea in uno e spavento la presenza di tale orca.

«Da che parte soffia mai il vento quest'oggi, e qual affare diabolico stan macchinando?» borbottò la vecchia, allorchè i due condottieri di Rebecca furon partiti. Poi fisando con maligne occhiate Rebecca: «Veramente non è difficile l'indovinarlo; occhi vivaci, capelli neri, pelle bianca come la carta, prima che un sapiente l'abbia empiastrata con quella sua morchia nera.... Sì, sì! apparisce chiaro il perchè l'abbiano mandata in una torre ove non abito che io sola, in una torre d'onde un grido è inteso come se chi lo manda stesse sepolto diecimila tese sotto terra... Mia bella giovinetta, tu avrai gufi per vicini quanti ne vuoi e ne udirai gli stridori; quelli poi che tu metterai, non vi sarà un'anima che gli ascolti... Ma ell'è forestiera» e intanto esaminava il turbante e le vesti di Rebecca. «D'onde vieni? Sei tu Saracina o Egiziana? Perchè non rispondi? Non sai che piangere? O saresti muta?»

«Non andate in collera mia buona madre» rispose Rebecca.

«Dicesti assai, non occor altro» soggiunse Ulfrida «le volpi si conoscono dalla coda, e dalla lingua gli Ebrei.»

«Per amor del cielo! raccontatemi quel ch'io debba temere, e qual conclusione avrà la violenza onde qui m'hanno condotta: o forse a motivo della religione che professo si vuol la mia vita? Ne farò senza lamentarmi il sacrifizio a Dio.»

«La tua vita, carina! Eh! che vantaggio o diletto ritrarrebbero eglino dalla tua morte? Sta pur sicura che la tua vita non corre pericolo alcuno. Ti toccherà sorte non dissimile da quella ch'io stessa provai. Di fatto, un'Ebrea non può pretendere d'essere trattata meglio d'una nobile donzella Sassone... Guardami, io era giovane al pari di te ed anche più bella, allorquando Frondeboeuf, padre di Reginaldo, s'impadronì a viva forza di questo castello. Mio padre e i miei sette fratelli gli disputarono, d'appartamento in appartamento, palmo a palmo, il loro retaggio. Del sangue di questi si tinse ogni stanza, ogni scala. Sino al fanciullo in fascie tutti vennero trucidati; e il gel della morte non avea tuttavia addiacciati quegli esanimi avanzi, il lor sangue non era per anche rappreso, che già il vincitore mi aveva fatta sua preda.»

«Nè vi sarebbe alcuna via di fuggire, di sottrarmi a costoro?» esclamò Rebecca. «Qual ricco guiderdone v'avreste del soccorso che foste pronta a concedermi!»

«Fuggire! sottrarti!» replicò Ulfrida. «Non ci pensare nemmeno. Per uscire di qui non v'è che una porta, quella della morte; e questa ancor si apre tardi» soggiunse costei dimenando il capo. «Però gli è un conforto il meditare che ci lasciam dopo altri viventi, i quali non saranno meno miserabili di noi sulla terra. Addio, Ebrea... Ebrea o Cristiana, credilo pure, il tuo destino sarebbe sempre lo stesso, perchè hai che fare con gente, la quale non conosce nè scrupoli nè compassione. Addio, dunque; il lino della mia rocca è finito, e le tue faccende non sono ancor cominciate.»

«Rimanete! deh rimanete!» sclamò Rebecca. «Non fosse che per ingiuriarmi e maledirmi, la vostra presenza sarà sempre per me una specie di protezione!»

«Protezione a voi! Se non potrebbe proteggervi neanche la madre di Dio![34] Guardatela» aggiunse Ulfrida accennando a Rebecca un'effigie della Beata Vergine scolpita informemente sulla parete. «Vedetela là. Provate se potete indurla ad allontanare da voi il destin che vi aspetta.»

La vecchia strega uscì, pronunziati questi accenti che accompagnò d'uno schernitore sorriso, onde le grinze di quel suo volto si difformarono di nuova schifezza. Indi chiuse, dando doppia volta alla chiave, la porta. Rebecca la udì scender le scale, maledicendo ad ogni passo i gradini perchè li trovava tropp'alti.

Rebecca in quell'ora andava incontro a pericoli assai maggiori di quelli che potean sovrastare a lady Rowena. Non era cosa improbabile che qualche ombra di rispetto venisse conservata verso l'erede di nobile famiglia sassone. A quai riguardi doveva aspettarsi una giovane che apparteneva ad una schiatta proscritta e perseguitata? Pure l'Ebrea godeva un vantaggio sopra la Sassone; e le derivava dalla consuetudine di meditare, da una forza di spirito ben superiore agli anni che avea, dalla conoscenza de' pericoli fra cui la sua gente sempre avvolgevasi, le quali circostanze la facean più ricca di modi onde far fronte agli oltraggi che la minacciavano. Fornita d'un'indole ferma e dedita ad indagare fin dalla sua verdissima giovinezza, nè la pompa o l'opulenza di cui sfoggiava il padre suo fra le domestiche mura, nè quanto vedea di simile nelle case d'altri doviziosi Israeliti, l'accecarono mai tanto da non iscorgere come precaria fosse la sua condizione. Pari a Damocle seduto a quella rinomata mensa, ella vedea fra lo splendore del lusso cui era avvezza, la spada ad un sol capello sospesa sul capo di tutta la sua popolazione. Tali considerazioni le avevano fortificata la mente, e fatta pieghevole alle leggi del destino un'indole, che sotto diversa combinazione di cose sarebbe forse divenuta altera, disdegnosa, ostinata.

Dall'esempio e da' comandi paterni Rebecca aveva imparato a condursi con urbani modi verso chiunque le si fosse avvicinato, tranne però l'imitare il padre nella servile abbiezione. Troppo nobilmente altero avea sortito l'animo questa giovane, che sarebbe venuta in dispregio a sè medesima col farsi lecito un atto sol di viltà; ma tal orgoglio era ad un tempo modesto, laonde si sommettea rassegnata allo stato in cui, come partecipe dell'obbrobrio attribuito a' suoi confratelli, l'avea posta il cielo, mentre però godeva dell'interno convincimento di aver diritto nella pubblica stima ad un più alto grado di quello cui le permetteva aspirare il dispotismo arbitrario de' pregiudizi religiosi.

Preparatasi pertanto di buon'ora alle avversità, aveva acquistata la fermezza necessaria a sopportarle. La condizione, cui trovavasi in quel momento, chiedea di fatto molta presenza di spirito, e quanto ne aveva ella, il raccolse attorno di sè.

Sua prima cura pertanto fu l'investigare ogni parte di quella stanza. Ma non vedea modi d'uscirne, perchè chiuso erane accuratamente l'uscio, nè dopo aver fatte ricerche attentissime, s'accorse che vi fossero porte, nè alle pareti nè orizzontali sul suolo o visibili o segrete. Nemmeno vi si potea assicurare da altrui sorpresa perchè l'unica porta che v'era non andava munita di catenacci interni. Non osservavasi che un muro grosso e continuo all'intorno, le tavole che formavano il pavimento, oltre all'essere di robustissimo legno, scorgeansi ottimamente connesse; nè presentavano la menoma fenditura. La sola finestra da cui ricevea luce quel luogo, potea darle qualche speranza, perchè scendendo sino al suolo dell'appartamento, nè guarnita d'inferriata, metteva ad un verone, o a dir meglio esterno terrazzo, largo incirca tre piedi, e così ideato che vi potessero capire alcuni arcieri, ogni qual volta fosse stato d'uopo difendere il castello assalito da quella banda. Ma non tardò ella ad avvedersi come tal pianerottolo fosse in isola, e privo di comunicazione con tutto il rimanente dell'edifizio. Sotto di questo terrazzo, alto più di sessanta piedi da terra, stava un cortile lastricato di grosse pietre.

Non le rimanea quindi altro conforto che il coraggio della rassegnazione, e quella ferma confidenza nel cielo che è retaggio dell'anime nobili e generose. Comunque le promesse onde la Scrittura conforta il popolo eletto, mal interpretate da Rebecca, divenissero per lei articolo di fede, ella non maravigliava però della condizion presente de' suoi confratelli, essendosi avvezza a considerarla come uno stato di prova, ed a ridursi nella speranza che verrebbe a' figli di Sion il lor giorno di vedere risorgere la propria gloria ecclissata e l'antica prosperità. Nell'espettazione di sì avventuroso momento, tutte le cose ch'ella vedea intorno a sè le annunziavan esser quello uno fra gl'istanti di persecuzione, predetti dai Profeti, e quindi debito di lei il sottomettersi senza querela ai voleri del Cielo. Riguardandosi pertanto siccome una fra le vittime della comune sciagura, erasi da lungo tempo accostumata a contemplare con intrepidezza i disastri che le potessero accadere, e ad invigorire il proprio animo per sofferirli senza avvilirsi.

Ella non potè nullostante ristarsi dal tremare, e mutar colore allorchè udì alcuno salir la scala che conduceva alla stanza, e soprattutto poi chè apertasi la porta, vide entrare un uomo di grande statura, e vestito come gli altri malandrini, autori della sua prigionia. Il berrettone che gli scendea fino al sopracciglio nascondeva la parte superiore del costui volto e tenea il mantello incrocicchiato alto in guisa da non discernerne la parte inferiore. Sotto sì fatto travestimento, com'uomo che s'accignesse a cosa di cui vergognasse egli medesimo, chiuse con ogni riguardo la porta, prestandosi indi al cospetto dell'atterrita sua prigioniera. Comunque più ardimentoso di coloro da' quali avea preso l'abito in prestanza, parve nondimeno esitante nello spiegare a Rebecca il motivo di tale visita. La giovane Israelita, che giudicava il personaggio alle vesti, immaginò non difficil cosa amicarselo coll'appagarne l'avarizia, onde profittò del tempo per torsi una sontuosa collana e due ricche smaniglie, che a lui presentò sì dicendo:

«Amico, accettate questi gioielli, e per amor del cielo, abbiate compassione del vecchio mio genitore e di me. Tal presente non è privo di valore, ma è una minuzia a confronto di quanto saremmo pronti a retribuire per liberarci da questo castello, immuni d'oltraggi.»

«Bel fiore di Palestina» rispose il Templario, ricusando i gioielli offertigli «le perle che mi offerite sono orientali, ma cedono in candore alla bianchezza de' vostri denti; e il fuoco di questi brillanti languisce al paragone dello splendore che mandano quelle pupille. Oltrechè, fin d'allora che abbracciai questa professione, giurai con voto di anteporre sempre la beltà alle ricchezze.»

«Non fate danno a voi medesimo» rispose Rebecca «abbiate pietà di noi. Provveduto d'oro, niun'altra cosa vi mancherà; col maltrattarci non vi guadagnate fuorchè rimorsi. Il padre mio soddisferà di buon grado ogni vostra brama, e se vorrete avvisar giusto, il danaro che otterrete vi potrà agevolare la via di rientrare nella società, valervi il perdono delle passate colpe, e mettervi fuor del bisogno di commetterne nuovamente.»

«Il ragionamento è assai ben inteso,» rispose Guilbert in francese, trovando forse qualche difficoltà a continuare il colloquio in lingua sassone, come lo aveva incominciato Rebecca «ma sappiate, vezzoso giglio della valle di Bacca, che il padre vostro or già si trova fra le mani di un valente alchimista, il quale avrà la virtù di fonderne i shekel e trasmutarli in verghe d'oro. Il venerabile Isacco soggiace adesso a tal preparazione che gli farà rinunziare a quanto ha di più caro nel mondo senza l'uopo ch'io mi adoperi o preghi a tal fine. Quanto a voi, l'amore e la bellezza debbono pagare il vostro riscatto, nè d'altro ne accetterei.»

«Voi non siete uno fra gli scorridori che infestano queste selve!» disse Rebecca valendosi dell'idioma stesso adoperato dal Templario. «Io me lo era già immaginata; non si è mai dato che uomo di tal professione ricusi simili offerte, e niuno fra i masnadieri sassoni usa il dialetto in cui m'avete parlato. Voi siete un Normanno, forse un nobile Normanno. Deh! tal mostratevi negli atti, nè dovrete arrossire nel lasciarmi vedere il vostro volto scoperto.»

«E voi che colpite sì a segno nell'indovinare» rispose Bois-Guilbert abbassando il bianco mantello che gli nascondea una parte del viso «voi non siete una figlia d'Israele, bensì l'incantatrice d'Endor, colla differenza che possedete in oltre giovinezza e beltà. Il diceste, bella rosa di Sahron. Io non sono uno scorridore, ma un cavaliere e cavalier Normanno di alto legnaggio, e mi sarà più diletto l'adornarvi di nuovi gioielli che togliervi quelli sotto cui fate sì bella mostra di voi.»

«E che v'aspettate dunque da me se non v'aspettate ricchezze?» soggiunse Rebecca. «Qual cosa può esservi di comune tra noi? Voi Cristiano, io Ebrea; la nostra unione è proibita dalle leggi della Chiesa e da quelle della Sinagoga egualmente; voi non potete pensar a sposarmi.»

«Sposarvi!» sclamò il Templario dando in uno scroscio di risa. «Sposare una Ebrea! no pel santo Dio, foste pur anche la regina di Saba! Sappiate di più, leggiadra figlia di Sion, che se il re Cristianissimo mi offerisse in isposa la sua Cristianissima figlia, e in dote la Linguadoca, non sarei in istato d'accettare l'offerta. Posso bene farmi lecita qualche frascheria, ma ammogliarmi non mai! I professati voti me lo impediscono. Son Templario, e questa insegna vel provi.» Allora le lasciò vedere la croce ricamata sul mantello, che avea fin a quel punto nascosta con un lembo del medesimo arredo.

«E voi ardite invocare simile testimonianza in tale momento?»

«A voi che rileva? Voi già non credete in questo venerando segno della nostra redenzione.»

«Credo quel che han creduto i miei padri, e se m'inganno nella mia credenza, possa il buon Dio perdonarmi!... Ma voi, ser cavaliere, qual credenza è la vostra, se non sentite scrupolo nel farvi manto d'un simbolo che la vostra religione ha per sacro, e ciò nel tempo che parlate di trasgredire un voto da voi giurato su questo simbolo istesso?»

«Voi predicate sì bene, figlia di Sirach, che è un incanto l'udirvi: ma mia cara, bella fra le belle, gli stretti pregiudizii della vostra nazione non vi dan luogo a conoscere i privilegi che noi godiamo. Il matrimonio sarebbe un delitto di primo ordine per un Templario[35], ma tutti gli altri capricci, ch'egli può prendersi la libertà di soddisfare, vengono considerati colpe veniali. Il più saggio fra i monarchi, e il padre suo, l'esempio del quale, ne converrete con me, debb'essere di qualche valore, non godevano più estese prerogative di noi, poveri soldati del tempio di Sion, che ne assumemmo le difese. I proteggitori del tempio di Salomone hanno ereditato da quest'uom sommo il diritto d'imitare la sua condotta.»

«Se voi non leggeste la santa Scrittura che per trarne pretesti a giustificare una vita scandalosa, non siete diverso da coloro i quali s'adoprano a cavar veleni dall'erbe le più utili e salutevoli.»

In udendo sì meritato rimprovero, gli occhi del Templario sfavillaron di sdegno; «Rebecca, ascoltami. Finora ti parlai con mansuetudine. Incomincio adesso a tenerti linguaggio da padrone. Tu sei mia prigioniera: colla lancia e colla spada ti ho conquistata; e sei soggetta ai miei voleri secondo tutte le leggi delle nazioni. Io non cederò un palmo de' miei diritti, e otterrò colla violenza quanto ricusi alle preghiere e alla necessità.»

«Ascolta me pure prima di lordarti d'abbominevol delitto. La tua forza può vincer la mia. Perchè Dio creò debole la donna, fidandosi alla generosità dell'uomo che ne avrebbe sacro l'onore. Ma io divulgherò la tua scelleratezza da un angolo all'altro dell'Europa, e dovrò alla superstizione de' tuoi confratelli quello che forse mi negherebbe la loro pietà. Tutte le commende, tutti i capitoli del tuo ordine sapranno come un Templario violò per un'Ebrea i voti che avea professati. E que' medesimi, i quali non fremerebbero sulla tua colpa, ti malediranno per aver disonorata la croce che tu porti, e disonorata per amore d'una giovane che apparteneva ad un popolo, secondo voi, riprovato da Dio.»

«Non ti manca spirito, mia vezzosa Ebrea» disse il Templario che non ignorava come una tresca illecita con un'Ebrea fosse punita severissimamente dagli statuti dell'Ordine, e che avea veduto digradare alcuni cavalieri convinti rei di tal colpa «ma bisognerà bene che tu abbia una voce assai acuta, se puoi farla udire oltre alle mura di questa torre. Esse, affinchè il sappi, non lasciano passar fuori nè querele, nè voci di pianto, nè gemiti, nè strida. Or dunque, non ne uscirai viva che ad un sol patto: accomodarti al tuo destino e abbracciare la nostra santa religione. Se ciò ti piace, potrai abbandonar questa torre, e sarà mia cura che tu splenda di tale magnificenza, onde le più orgogliose fra le nostre matrone si chiamino vinte nella pompa, come il sono nella bellezza, dalla favorita della miglior lancia fra i difensori del Tempio.»

«Accomodarmi al mio destino!» sclamò Rebecca. «Giusto Dio! qual destino! Abbracciare la tua religione! E che posso io pensare d'una religione professata da un mostro come tu sei? Tu la miglior lancia dei Templarii! La tua condotta è la condotta d'un vile; ma io la sprezzo e sfido ora a nuocermi la tua malizia. Il Dio d'Abramo ha aperta alla sua figlia una strada per sottrarsi a questo abisso d'infamia.»

Dette le quali cose corse impetuosamente verso la finestra che era rimasta aperta, postasi indi sull'orlo del pianerottolo da noi descritto testè. Essendo stato lungi dal presagire tale atto di disperazione il Templario, che l'avea veduta immobile sino a quel punto, non potè nè rattenerla, nè attraversarle la strada. Nondimeno fece alcuni passi per correre ad essa. «Resta ove sei, feroce Templario» ella gridò «ovvero ti fa innanzi se il vuoi; ma al primo passo che tenterai verso di me, mi precipito all'istante nel profondo vano che sta aperto sotto i miei piedi. L'infamia mi spaventa ma non la morte.»

Voi siete ingiusta meco, o Rebecca, vi giuro sul nome che porto, per la croce la cui insegna fregia quest'omero.... pag. 205.

Terminati questi accenti giunse le mani sollevandole al Cielo, come per implorare la misericordia in sul procinto di consacrarsi alla morte.

Esitò un istante il Templario, ma quell'audace ferocia, sorda fino allora alle voci della pietà e alle preghiere, cedè all'ammirazione inspiratagli dal coraggio eroico dell'israelita donzella.

«Imprudente giovane!» le diss'egli «abbandonate quel fatal luogo; rientrate nella stanza, e vi giuro per quanto v'ha di sacro in cielo e in terra che nulla tenterò per offendervi.»

«Di te non mi fido, o Templario; troppo m'insegnasti a conoscere le virtù del tuo Ordine. Violare questo secondo giuramento non sarebbe per te che una venial leggerezza. Di fatto, potresti tu crederti in obbligo di tenere una promessa data ad una misera Ebrea, tu che non isgomentisci di tradir la fede giurata al tuo Dio?»

«Voi siete ingiusta meco, o Rebecca; vi giuro pel nome che porto, per la croce la cui insegna fregia quest'omero, per gli stemmi de' miei antenati, che non avete da temere veruna cosa da me. Se non vi cale della vostra sicurezza, non dimenticate almeno la salvezza d'un padre; egli sta ora in pericolo, ed abbisogna d'un valevole amico. Io il sarò.»

«Oimè!» Rebecca esclamò «non so che troppo quai rischi gli sovrastino in questo luogo! Ma come credere alle vostre parole?»

«Acconsento che vengano rotte le mie armi e disonorato il mio nome, se avrete un motivo il più lieve di lagnarvi di me. Ho posto in non cale molte leggi, molti statuti, non ho mai mancato alla mia parola.»

«Eccovi fino a quanto posso fidarmi di voi» disse Rebecca, abbandonando il pianerottolo e venuta ad appoggiarsi al battitoio della finestra, che dalla descrizione da noi fatta si vede come dovea terminare al pavimento. «Non mi moverò di qui, e se voi con un sol passo cercate diminuire l'intervallo che ne disgiugne, v'accorgerete come un'Ebrea ami meglio commettere l'anima a Dio che l'onor suo ad un Templario.»

Mentre ella parlava in questa guisa, la sua fermezza nelle manifestate risoluzioni imprimevale al guardo, ai modi tal dignitosa esteriorità, che accresceane spicco all'avvenenza, e quasi le facea vestir natura di cosa più che mortale. Il timore di un destino terribile quanto imminente non le fece nè tremante il labbro nè pallida la gota; che anzi l'idea di essere padrona di sè medesima, e d'avere nella morte un rifugio contro il disonore, col francheggiarla le aggiugnea color più animato alle guance, e agli occhi suoi fulgidezza.

«Ebbene! sia pace fra noi, o Rebecca» sclamò il Templario.

«Sia» ella soggiunse. «Io pure desidero la pace, non bramo meglio che la pace; ma a questa distanza.»

«Ora non dovete più temermi.»

«Oh! no; non vi temo più, e ne do mercede a chi costrusse questa torre a tanta altezza, che un vivente non può caderne senza perder la vita. Grazie a questo, e più al Dio d'Israele, gli è vero, non vi temo.»

«Voi siete ingiusta, Rebecca, ne attesto il cielo e la terra! voi siete ingiusta. Io non sono per mia natura quale voi mi credete, crudele, indifferente per tutti fuorchè per me stesso, inflessibile. Una donna fe' germogliare nel mio cuore la crudeltà, ma se fui spietato verso le persone del vostro sesso, ah! elleno non somigliavano a voi. Ascoltatemi, Rebecca. Non vi fu mai cavaliere che brandisse la lancia con cuore più ardentemente consacrato alla donna dei suoi pensieri come Brian di Bois-Guilbert. Questa donna era figlia di un barone di lieve conto, i cui dominii si ristrigneano ad una torre mezzo diroccata, ad un tristo vigneto, a qualche lega di terreno non dissodato sulla strada che guida a Bordò. Pure il nome di lei venne divulgato per ogni dove accadevano guerresche imprese; più divulgato che nol fu quello di tant'altre, le quali avevano una contea in loro dote. Sì» continuò egli con enfasi, e trascorrendo a lunghi passi la stanza, quasi immemore d'aver dinanzi a sè la bella figlia di Sion «sì, le mie geste, i pericoli che affrontai, il sangue che sparsi, fecer noto il nome di Adelaide di Montemart dalla corte di Castiglia fino a quella di Costantinopoli. E qual n'ebb'io guiderdone? Al mio ritorno, carico d'allori comperati a sì caro costo, a prezzo di tante fatiche e del mio sangue, la trovai sposata ad un semplice scudiere guascone, il cui nome non era mai stato pronunziato oltre i confini de' suoi angusti poderi. Com'io fui allora, io che ardentemente amava costei! Giurai vendicarmi, e fu terribile la vendetta, ma ricadde soltanto sul capo mio. Passai la giovinezza errando di paese in paese. Nella virilità non mi è lecito conoscere le dolcezze d'un affetto mutuo e approvato dalle leggi; non avrò chi conforti la mia vecchiezza. Un avello solitario coprirà le mie ceneri, nè vi sarà dopo me alcuno che porti il nome di Bois-Guilbert. Misi ai piedi d'un superiore la mia libertà, la mia indipendenza. Il Templario, vero schiavo, eccetto l'intitolarsi tale, non può possedere in assoluta proprietà, nè tesori, nè terre: non vive, non opera, non respira che giusta i voleri e sotto il beneplacito del Gran-Mastro.»

«In vero!» disse Rebecca «quai vantaggi possono compensare sacrifizi sì grandi?»

«Il potere di vendicarsi, Rebecca, e la speranza di soddisfar l'ambizione.»

«Misera ricompensa per chi abbandona quanto gli uomini han di più caro!»

«Non parlate così, figlia mia, la vendetta è il piacer degli Dei, e se la serbarono in privilegio, nè insegnano, perchè riguardandola godimento troppo prezioso, non voleano che i mortali ne fosser partecipi. L'ambizione poi! oh l'ambizione è cosa tanto seducente da turbare la felicità persino del cielo. Rebecca» aggiunse indi dopo breve pausa, e scostandosi anche più dalla giovane «la donna che può anteporre al disonore la perdita della vita, certamente è fornita d'un'anima forte ed altera. Tu devi esser mia. Non vi spaventate» soggiunse tosto in veggendola tutta riscossa prendere ancora la via del pianerottolo «ciò non dovrebbe essere che di vostro pieno volere, e prescrivendone voi medesima i patti. Io v'invito a gioire in mia compagnia di più vaste speranze che non ne offre il soglio medesimo d'un monarca. Porgetemi attenzione prima di rispondermi e meditate prima di darmi una negativa. Il Templario, come scorgo esservi noto, perde i suoi diritti sociali e la libertà, ma fa parte di una corporazione possente, dinanzi a cui già paventano i troni. La gocciola di pioggia che cade nel mare par vi si perda; ma divien parte di quel formidabile oceano che mina gli scogli ed inghiottisce le intiere flotte. Così è dei cavalieri del nostro Ordine. Nè crediate ch'io sia fra essi uno dei più ignorati. Il valore di cui diedi alte prove, mi ha meritata una promessa della prima commenda che rimarrà vacante, e ognuno già mi riguarda come l'uomo nelle cui mani verrà il bastone di Gran-Mastro, appena morto Luca di Beaumanoir. Se a ciò pervengo, i grami soldati del Tempio non saran già paghi di mettere il piede sul collo de' monarchi. Tanto può fare un fraticello dai zoccoli di corda. La nostra manopola strapperà gli scettri dalle loro mani, e la nostra armatura si collocherà sui lor troni. La venuta del Messia, che la vostra nazione aspetta invano, non potrebbe procurarle maggior possanza di quella cui mi è lecito l'aspirare. Non mi rimaneva che il conoscere un'anima accesa d'alti sentimenti al pari di me per metterla meco in comunione d'ogni mia grandezza; in voi l'ho trovata.»

«Ed è con una figlia d'Israele che osate adoperar tal linguaggio? Nè pensate?....»

«V'ho inteso; non mi opponete ora la differenza delle nostre opinioni religiose. Oh! a tal proposito! se poteste trovarvi appiattata ad un angolo quando teniamo le nostre adunanze segrete...[36]. Non crediate già che non abbiamo aperto gli occhi sulla follia de' nostri fondatori, i quali rinunziarono a tutte le delizie del vivere per acquistarsi quanto essi chiamavano corona del martirio, morendo o di fame o di sete, o vittime or della peste or delle scimitarre di popoli barbari, cui disputavano invano un arido deserto, che non presenta alcun vantaggio politico ad un Europeo che il posseda. Il nostro Ordine, innalzatosi ben a più alte mire, a più ardimentosi divisamenti, trovò un compenso più adeguato ai sagrifizi cui ci commettiamo. Gl'immensi possedimenti, divenuti nostra proprietà in tutti i regni europei, una rinomanza militare, che guida a noi il fiore della cavalleria d'ogni paese della Cristianità, tendono a tale scopo che neanche il sognarono i nostri pii fondatori, e che pure ignorano fra noi que' colleghi non ammessi agli alti segreti dell'Ordine, spiriti deboli i quali vestirono l'abito di Templario per una conseguenza di quegli antichi pregiudizi che v'ho additati, e fatti a noi utili stromenti materiali della stessa loro superstizione. Ma in questo momento non mi è lecito alzar di più la cortina che vela vastissimi divisamenti. Lo squillo che si fa udire annunzia qualche novità nel castello, onde può essere necessaria la mia presenza. Meditate su tutto quel che vi ho detto. Non so domandarvi perdono della minaccia di violenza con cui v'ho atterrita, perchè senz'essa non avrei potuto conoscere la nobiltà, la bella alterezza dell'indole vostra; quindi entrambi vi abbiam guadagnato. La sola pietra del paragone dà a scorgere il perfetto oro. Addio. Ci rivedremo ed avremo un secondo colloquio.»

Il Templario uscì di quella stanza e scese la scala, lasciando Rebecca atterrita fors'anche più dalla sfrenata ambizione e dalla sacrilega empietà del malvagio in cui balìa sfortunatamente trovavasi posta, che dalla idea della morte cui si era consacrata con generoso coraggio. Partito che fu costui, la prima cura della giovinetta divenne render grazie al Dio di Giacobbe per averle conceduta protezione, e supplicarlo a continuarla sì a lei che al padre suo. Un altro nome si frappose a quelle fervide preci, intendo del giovane Cristiano per sua mala ventura caduto fra le mani d'uomini sitibondi di sangue, e ad esso nemici. In quella occasione ella rimprocciò per vero dire a sè stessa di non sapersi dimenticare, nemmeno volgendosi a Dio, la rimembranza d'un uomo, il cui destino non potea mai unirsi al destino di lei, d'un Nazareno, d'un nemico della fede giudaica. Ma tai voti, ella gli avea già indiritti al cielo e tutti i pregiudizii della setta cui pertenea, non ebbero forza per farglieli ritrattare.