CAPITOLO XXIV.

«Che scarabocchio orribile! non mai vidi il secondo.

«Sbassarsi arte è per vincere talvolta in questo mondo.

Versi tolti da una commedia.

Bracy già trovavasi nella grande ala del castello, allorchè vi giunse il Templario. «M'immagino» il primo disse al secondo «che questo sgraziato squillo abbia disturbato il vostro colloquio amoroso come lo ha interrotto a me. Ma pare che voi ve ne siate stôlto con fatica, poichè giugnete più tardi, onde conchiudo che il vostro primo abboccamento avrà avuto miglior esito del mio.»

«Ah! non v'ha dunque accolto favorevolmente la erede Sassone!»

«Per la reliquia di san Dunstano! lady Rowena, lo giurerei, ha inteso dire che non posso reggere alla vista d'una donna piagnente.»

«Oibò! il capo d'una compagnia franca scompigliarsi per le lagrime femminili! Però alcune gocce di quest'acqua cadute sulla fiaccola d'amore giovano anzi ad avvivarne la fiamma.».

«Fossero state alcune gocce! Ma la povera giovinetta ha versati pianti da spegnere un braciere. Non si son mai veduti tanti contorcimenti di braccia, nè tanto diluvio di lagrime dopo la morte dei quattordici figli di quella santa di cui ci parlava non ha molto il priore Aymer; credo santa Niobe. La bella Sassone era invasata da un demonio acquatico.»

«E la mia Ebrea da una legione di diavoli, perchè un diavolo solo, fosse anche stato Satanasso in persona, non valeva ad inspirare una sì indomabile fierezza, una risolutezza così ostinata. — Ma dove andò Frondeboeuf? Ch'ei non abbia intesa questa sonata di corno?»

«Sarà sicuramente a negoziar coll'Ebreo, il quale avrà strillato sì forte da coprir colla sua voce lo squillo del corno. Dovreste saperlo per esperienza: un Ebreo quando gli si chiede di pagare un riscatto, e tale qual certo non si starà dal pretenderlo il nostro amico, manda urla sì disperate, che sfido venti corni e altrettante trombette a farsi ascoltare. Ma non può tardare l'amico; perchè la sua gente non sapendo ove fosse, si è data d'intorno a cercarlo per tutto il castello.»

Frondeboeuf arrestato nel mezzo della tirannica sua fazione, come vedemmo, e che si fermò poi alcuni istanti per comprendere il motivo del suono uditosi, entrò nella sala quando Bracy terminava il discorso.

«Vediamo qual sia la cagione di questo maladetto interrompimento» dispettosamente questi dicea. «Ecco una lettera arrecata, son pochi istanti, da un messo, e scritta in sassone, se non m'inganno.»

La contemplava egli e la girava per tutti i versi, come se il cambiar luogo alla carta, gli avesse giovato ad intenderne il contenuto. Finalmente la rimise a Bracy.

«Queste son per me note magiche» disse Bracy che possedea la sua buona parte dell'ignoranza comune quasi a tutta la nobiltà di quel secolo. «Il cappellano di mio padre si era assunto d'insegnarmi a scrivere, ma vedendo che invece di formar lettere io abbozzava sulla carta ferri di lance e lame di sciabola, giudicò ben fatto rinunziare all'impresa.»

«Date a me questa lettera» disse Bois-Guilbert; «noi Templarii siamo una specie di cherici[37]: il valore in noi va congiunto a qualche po' di sapienza.»

«La Reverenza Vostra dunque» soggiunse Bracy «renda a noi utile la sua dottrina.... In somma, che ne fa sapere di bello questo scarabocchio?»

«Una disfida in tutte le forme, un vero cartello» rispose il Templario. «Ma per la madonna di Betlem è il cartello più straordinario di quanti sieno passati mai sotto il ponte levatoio d'un castello baronale, se però non è solamente lo scherzo d'un qualche matto.»

«Lo scherzo d'un qualche matto!» sclamò Frondeboeuf. «Vorrei ben vedere che vi fosse uom tanto ardito di fare il matto con me sopra tale argomento?... Leggete di grazia, ser Templario.»

«Vi servo:»

«Io, Wamba, figliuolo di Witless, buffone del nobile e libero uomo Cedric di Rotherwood, detto il Sassone, ed io Gurth, figliuolo di Beowolf, guardiano di porci...»

«Siete pazzo?» sclamò Frondeboeuf interrompendo immantinente il leggitore.

«Per san Luca! leggo quello che è scritto» rispose il Templario, e continuò indi l'incominciata lettura:

«Ed io Gurth, figliuolo di Beowolf, guardiano di porci presso il detto Cedric, col soccorso de' nostri collegati e confederati, che nella presente querela fanno con noi causa comune, e soprattutto col soccorso del valoroso cavaliere nominato per adesso il Neghittoso Nero, facciam noto a voi, Reginaldo di Frondeboeuf, e ai vostri confederati e complici, quali che siano, come essendovi senza nessuna ostile intimazione, e senza averne manifestato il motivo, illegalmente e colla forza impadroniti della persona del nostro signore e padrone, il suddetto Cedric, e parimente della persona della nobile e libera donzella lady Rowena d'Hargottstand, con anche di quella del nobile e libero uomo Atelstano di Coningsburgo, e finalmente delle persone di alcuni uomini liberi, vassalli e servi presso di loro; d'un certo Ebreo, nominato Isacco di York, della sua figlia e d'un incognito ferito, trasportato entro lettica, e de' cavalli, delle mule e delle bagaglie, che appartenevano a queste persone; i quali nobili e liberi uomini, nobile donna, vassalli, servi, ebreo ed ebrea e suddetto incognito, erano in pace con sua Maestà, e viaggiavano sulla strada maestra del re; noi domandiamo e pretendiamo che le suddette nobili persone, vale a dire Cedric di Rotherwood, Rowena d'Hargottstand e Atelstano di Coningsburgo, i loro vassalli e servi, i suddetti ebreo, ebrea ed incognito, colle mule, coi cavalli, colle bagaglie appartenenti a ciascuno de' soprannominati, ci sieno consegnati nell'ora medesima in cui verranno recapitate le presenti, o consegnati a quelli che noi incaricheremo di riceverli, senza che alle persone restituite venga arrecato o torto od ingiuria, così nelle loro persone come nei loro averi; alla quale intimazione, se non corrisponderete vi protestiamo di riguardarvi quai traditori e malandrini, e di adoperarci col cuore e col corpo, combattendo o assediando o in qualsisia altro modo, alla vostra distruzione. Su di che preghiamo Dio vi abbia nella sua santa custodia.»

«Sottoscritto da noi, la vigilia della festa di san Vittoldo, sotto la grande quercia di Hartill-Walk, essendo scritte le presenti dal reverendo fratello in Dio, servitore della Madonna e di san Dunstano, l'eremita di Copmanhurst.»

A' piedi di tale cartello vedeansi un berrettone da matto grossolanamente delineato con una nota che indicava questo simbolo tener luogo della sottoscrizione di Wamba, figliuolo di Witless, e sotto sì rispettabile emblema una croce per supplire all'altra sottoscrizione di Gurth, figliuolo di Beowolf, indi in carattere svelto a quanto appariva, ma assai cattivo, le parole: Il Neghittoso Nero; finalmente una freccia molto ben disegnata ed intesa ad accennare che fra i confederati trovavasi l'arciere Locksley.

I due cavalieri ascoltarono da cima a fondo la lettura dello straordinario manifesto, e si guardavano con istupore l'un l'altro credendo quasi non indovinarne il vero significato. Bracy fu il primo a rompere il silenzio abbandonandosi ad un grande scoppio di risa, cui fece coro benchè più moderatamente il Templario. Frondeboeuf fu il solo a mantenersi in serietà, e mostrò anzi qualche impazienza della voglia che aveano di ridere fuor di tempo que' suoi amici.

«Vi parlo schietto, o cavalieri» lor disse «fareste meglio pensando al partito da prendersi in tal circostanza, che perdervi a ridere sì mal a proposito.»

«Frondeboeuf» disse gaiamente Bracy «è ancora sbalordito dalla caduta fatta ad Ashby. Perciò solamente lo mette in pensiere un cartello benchè venuto da un mandriano di porci.»

«Per san Michele, o Bracy!» rispose Frondeboeuf «vorrei che tale avventura riguardasse voi solo. Questi furfanti non si sarebbero compromessi con una impudenza al di sopra di quanto si può immaginare, se non sapessero d'esser ben sostenuti. Le nostre selve non mancano di cacciatori e banditi, e so che costoro nulla meglio desiderano quanto il vendicarsi della severità che adopero nel mantenere in vigore le leggi intorno la caccia. Basti io vi dica, mi limitai, non è molto, contro uno di questi ribaldi, preso in fragranti, a farlo attaccare alle corna d'un cervo selvaggio che lo mise morto in cinque minuti. Lo credereste? I maladetti lanciarono contro di me più frecce, di quante ne ebbe lo scudo che fu bersaglio agli arcieri nel torneo d'Ashby. Ebbene! Engelredo!» si volse ad uno scudiere che vide entrare nello stesso momento «sono andati a fare scoperta come ordinai? Si sono presi dati certi sul numero di questi sciagurati?»

«A quanto si può giudicare» rispose lo scudiere «sono almeno dugent'uomini, radunati nel bosco rimpetto al castello.»

«Va benissimo!» soggiunse Frondeboeuf. «Ecco, miei garbati cavalieri a che mi son cimentato per compiacervi, per prestarvi il mio castello divenuto teatro alle vostre frascherie! Vi siete regolati con tanto bella prudenza, che m'avete raccolte d'intorno tutte le vespe di questo contado.»

«Dite piuttosto tutti i pecchioni» soggiunse Bracy: «una banda di vili, d'infingardi, che invece di procacciarsi il pane con un lavoro qualunque, vivono ne' boschi a spese de' daini che ammazzano, e dei viandanti che costoro svaligiano. Son pecchioni, ve lo ripeto, privi di pungolo.»

«Privi di pungolo!» riprese a dire Frondeboeuf. «Di grazia, che nome date voi a quelle frecce lunghe tre piedi contro cui non vale armatura se non è di Spagna, e sicure di colpire il bersaglio, non fosse largo più di mezza corona

«Vergognatevi, ser cavaliere» sclamò il Templario. «Pensiam piuttosto a raccogliere la nostra gente ed a fare una buona sortita. Un cavaliere, uno de' nostri armigeri basta a mettere in fuga una ventina di questi sgraziati.»

«Basta certo» rispose Bracy. «Ma mi vergognerei a sollevare sol la mia lancia contro di tale ciurmaglia.»

«Voi direste bene, se si avesse che fare con Turchi o Mori, ser Templario, o con contadini francesi, valoroso Bracy. Ma costoro sono inglesi, bravi, ottimi arcieri, nè avremmo sovr'essi altro vantaggio fuor di quello fornitoci dalle nostr'armi e da' nostri cavalli, vantaggio ancora che ne gioverebbe di poco ogni qual volta avessero il giudizio di tenersi nei boschi. Poi che parlate or di sortita? Se appena abbiam gente a sufficienza per difenderci nel castello! I migliori de' miei armigeri, non meno che la vostra compagnia franca, o Bracy, or trovansi a York. Qui mi rimane una ventina d'uomini, compresi anche quelli che v'accompagnarono nella vostra ideata spedizione.»

«Vorrei però sperare» soggiunse il Templario «che i vostri timori non si estendessero tanto da pensare che questi malandrini possano attrupparsi in numero bastante da prendere d'assalto il castello!»

«Ciò non dico, benchè non mi sia ignoto come costoro sono guidati da un capo ardito a tutto; ma fortunatamente per noi non hanno nè macchine da guerra, nè scale per tentare quello che dite; mancano in oltre di esperienza militare, quindi il mio castello può sfidare i loro sforzi congiunti.»

«Dovreste fare una cosa» soggiunse lo schernitore Templario. «Spedire un messaggio ai vostri confinanti per sollecitarli ad armare la loro gente in soccorso di tre cavalieri, che stanno entro la forte rocca di ser Reginaldo Frondeboeuf, assediati da un matto e da un guardiano di porci.»

«Lo scherzo non viene a tempo, ser di Bois-Guilbert, e se il volessi, non avrei nemmeno confinanti a cui volgermi. Malvoisin è a York con tutti i suoi vassalli; dite lo stesso degli altri miei colleghi, e sarei a York io medesimo senza questa vostra infernale intrapresa.»

«Ebbene» si fece a dire Bracy «gli è meglio inviare a York, e mandare a' nostri che tornino addietro. Codesta ciurmaglia non resisterà cinque minuti tosto che veda spiegata la bandiera d'una compagnia ardimentosa, e sollevate le lance de' miei prodi fratelli d'armi.»

«E chi poi s'incarica del messaggio?» domandò Frondeboeuf. «Verrà trattenuto, perchè... lasciate a que' mascalzoni la cura d'impossessarsi d'ogni sentiere! Però!... mi suggerisce ora un'idea» aggiunse dopo avere pensato un istante. «Ser Templario, voi dovreste sapere scrivere come leggete bene. Se potessimo trovare il calamaio del mio cappellano, morto l'ultime feste di Natale, in mezzo ad un bordello!...»

«Se non m'inganno» si fece a dir lo scudiere rimasto ad un angolo della sala nel durare della discussione «se non m'inganno questo calamaio, lo ha conservato la vecchia Barbara, come una memoria di quel sant'uomo. L'ho intesa dire esser egli stato l'ultimo ad usarle uno di que' tratti d'urbanità, che le donne gradiscono tanto dagli uomini.»

«Corri dunque a cercarlo» gli comandò tosto il padrone «e allora ser Templario, vi detterò io la risposta da farsi a questo cartello così pieno di tracotanza.»

«Gli risponderei più di buon grado colla punta d'una lancia che con quella d'una penna» rispose questi. «Nondimeno sia fatta la vostra volontà!»

Apprestato tutto quanto vi voleva per iscrivere, Frondeboeuf dettò le seguenti cose a Bois-Guilbert, sedutosi innanti una tavola.

«Ser Reginaldo Frondeboeuf, e i nostri cavalieri suoi collegati e confederati, non accettano disfide venute loro dalla parte di vassalli, servi o banditi. Se colui che assume il nome di Neghittoso Nero ha vero diritto agli onori della cavalleria, dee sapere che si è digradato da sè medesimo col mettersi in tal compagnia; nè può quindi domandare verun conto a cavalieri di nobil lega. Quanto ai prigionieri che abbiamo fatti, vi sollecitiamo per un moto di cristiana carità, a mandar loro un prete, se vi riesce di rinvenirlo, il quale possa ascoltarne i peccati e riconciliarli con Dio, perchè è nostra mente deliberata vengano decollati in questo giorno medesimo. I loro capi collocati su i nostri baluardi proveranno in qual lieve conto da noi si tengan coloro che hanno tai difensori. Il solo servigio, vi ripetiamo, che possiate prestare ai medesimi è d'inviar loro un prete, perchè li conforti nell'ultim'ora.»

Dopo che tal lettera fu piegata, Frondeboeuf la fidò allo scudiere, affinchè la trasmettesse al messo apportatore della disfida, il quale stava aspettando risposta alla porta del castello.

Compiuta per tal guisa la propria commissione, l'araldo de' confederati tornò al quartier generale posto all'intorno di una venerabile quercia, distante dal castello tre gittate d'arco all'incirca. Colà Wamba e Gurth co' loro ausiliari, il Cavalier Nero, Locksley e Fra' Giocondo, aspettavano impazienti di sapere qual risposta verrebbe fatta alla loro intimazione. Li circondava a qualche distanza molta mano d'arcieri, i cui abiti e le audaci fisonomie additavano la consueta lor professione: più di dugento erano già riuniti, ed altri ancora se ne aspettavano. Quelli fra essi che venivano riconosciuti siccome capi, si contraddistinguevano soltanto dal rimanente di quella truppa per una penna attaccata al berrettone; chè quanto all'uniforme, all'armi, a tutto in somma l'aggiustamento, l'un dall'altro non si poteva discernere.

In questo mezzo, un'altra banda, ma non sì forte nè in armi nè per disciplina, adunavasi in quel luogo; ed erano i vassalli di Cedric, che uditone appena l'imprigionamento, si fecero accompagnare da grande numero di contadini de' dintorni, tutti ansiosi di salvare, chi un ottimo padrone, chi un generoso compatriotta. Erano loro uniche armi le falci, i coreggiati, gli attrezzi degli aratri, ed in fine ogni strumento d'agricoltura, perchè i Normanni, conformatisi in ciò all'ordinaria politica de' conquistatori, non avean permesso ai Sassoni di conservare o di portar armi. Laonde sì fatta truppa non potea per sè medesima incutere grande spavento agli assediati; ma crescendo il numero degli assedianti ne rendea più formidabile l'apparenza, ed in essi aggiugnea quello zelo di cui era infiammata ella stessa per una causa cotanto giusta.

Ai capi di questo esercito raunaticcio venne consegnata la lettera del Templario, ed ebbe incarico l'eremita di farne lettura.

«Pel pastorale di san Dunstano!» sclamò il degno anacoreta «per quella beata verga che ritrasse più agnelle smarrite all'ovile di quante alcun altro santo ne abbia fatti entrare nel Paradiso, io non intendo nulla di questi scarabocchi, nè saprei fin dirvi se sia scrittura araba o francese.»

Mise dunque la lettera nelle mani di Gurth, che scotendo il capo la fece passare a Wamba. Questi la scorse coll'occhio imitando, a guisa di scimia, le contorsioni che avea veduto fare qualche volta a chi credea saper leggere, e persuaso dar ad intendere di possedere la medesima abilità. Poi fatto uno scambietto presentò il foglio a Locksley.

«Se le lettere grandi fossero archi, e frecce le piccole» disse l'arciere «potrei riuscire a qualche cosa; ma mi è tanto possibile intendere questo scritto quanto colpire un daino lontano dodici miglia di qui.»

«Vi farò dunque io da dottore» disse il cavalier Nero, e tolta la lettera di mano a Locksley, la lesse alla presta, indi agli altri ne spiegò in sassone il contenuto.

«Decollare il nobile Cedric!» sclamò Wamba. «Per la santa Croce! Ser Cavaliere, siete ben certo di non ingannarvi?»

«No, mio degno amico» rispose il cavaliere «vi tradussi fedelmente quanto si contien nella lettera.»

«Per san Tommaso di Cantorbery!» sclamò Gurth «ne è dunque forza impadronirci del castello, dovessimo strapparne colle mani ciascuna pietra!»

«Temo che le mie mani non sieno buone a questo lavoro» soggiunse Wamba «e mi prendo piuttosto imbrattarle di calcina per rifabbricare un muro colle pietre che avrai tu strappate.»

«Gli è uno strattagemma che costoro hanno ideato per guadagnar tempo» soggiunse Locksley. «Non ardirebbero commettere un delitto, di cui saprei fare una terribile vendetta.»

«Mi piacerebbe» allora disse il cavalier Nero «che alcuno di noi potesse introdursi nel castello onde scoprire il numero e gli apparecchi degli assediati. Anzi, poichè domandano che si mandi un ecclesiastico ai lor prigionieri, sarebbe questa una bella occasione pel nostro santo eremita di compiere un'opera buona, spettante al suo ministerio, e ad un tempo di ottenere gli schiarimenti che ne abbisognano.»

«Che la peste affoghi te e il tuo suggerimento!» sclamò il buon romito. «Ho l'onor di dirvi, ser cavalier Neghittoso, che quando dimisi il cappuccio di anacoreta, lasciai parimente con esso il mio latino e la mia santità; e addossato una volta il giustacuor verde, voglio piuttosto ammazzar dieci daini che confessare un Cristiano.»

«Ho ben paura» disse il cavalier Nero «che non si trovi fra noi un solo capace di sostener la parte di prete.»

L'un guardava l'altro tacendo.

«Già lo vedo» entrò in mezzo Wamba «il matto dee sempre esser matto, e toccherà al matto rischiare il collo in un'impresa che ai savi mette paura. Sappiate dunque, miei cari cugini, che ho portata sopravveste nera prima del berretton coi sonagli, e sarei a quest'ora frate, se non mi fossi accorto d'aver l'ingegno necessario ad esser un matto. Spero pertanto che coll'aiuto del cappuccio e della cocolla del degno eremita, e per la virtù della scienza e della santità che saranno sicuramente infuse a questi venerabili arredi, mi troverò in essere di arrecare consolazioni e spirituali e terrestri, così al nostro buon padrone Cedric come ai compagni della sua disgrazia.»

«Credi tu ch'egli abbia bastante accortezza a sostener bene una tal parte?» domandò il cavalier Nero a Gurth.

«Non saprei dirvi nulla» questi rispose «ma se non riesce, sarà la prima volta, che non avrà cavato buon partito dalla pazzia.»

«Metti dunque l'abito da eremita, mio bravo figliuolo» disse il cavalier Nero «e fa che il tuo padrone ci renda conto dello stato del castello. Debbono essere in pochi a difenderlo, e v'è a scommettere cinque contr'uno che un assalto vigoroso e improvviso ce ne farebbe padroni. Ma il tempo stringe. Ti affretta.»

«Intanto» disse Locksley, «noi ci serreremo sì addosso alla piazza che non possa uscirne una mosca a portar altrove, fuorchè a noi medesimi, le notizie di chi sta dentro. Tu puoi quindi, amico mio, assicurar que' malvagi che pagherebbero caro, ma assai, un sol capello torto ai lor prigionieri.»

«Pax vobiscum» disse Wamba della di cui acconciatura si prese incarico l'eremita.

Indi composta l'andatura alla gravità dignitosa e solenne d'un prior di convento, partì per eseguire la commissione che si era assunta.