CAPITOLO XXV.

«Allo spron vidi ritrosi

«Corridori i più brïosi;

«Talor stringer vidi il morso

«Per frenar di rozza il corso.

«Così ancor talvolta il matto

«Cangia d'indol tutt'a un tratto,

«E dal frate il breviario

«Prende in prestito e il rosario,

«La cocolla e i santi accenti

«Che a Dio volgono le genti.

Antica ballata.

Allorchè Wamba, vestito della cocolla e del cappuccio dell'eremita, e cinto di corda i fianchi si presentò innanzi alla porta del castello di Frondeboeuf, il siniscalco gli chiese il nome e qual cosa volesse.

«Pax vobiscum,» rispose il matto. «Sono un povero fraticello dell'ordine di s. Francesco, che vengo qui per adempire agli ufizi del mio ministerio verso alcuni prigionieri custoditi in questo castello.»

«Tu sei un frate ben temerario» gli rispose il siniscalco «poichè ti presenti in un luogo, ove uccello vestito delle tue penne non ha cantato da vent'anni, eccetto quell'imbriacone del nostro cappellano, morto, che Dio l'abbia in gloria! son pochi mesi.»

«Tu non pensare ad altro fuorchè dire al tuo padrone che mi trovo qui; ti fo sicurtà ch'ei darà gli ordini perchè io venga accolto, e l'uccello canterà in guisa da farsi udire da tutta la rocca.»

«Ottimamente! ma bada bene, che se il mio padrone mi sgrida, poichè gli avrò portata questa ambasciata, farò prova, te lo giuro, se la tua cocolla è buona targa contra una freccia.»

Intimatagli tale minaccia, scomparve, e corse annunziando a Frondeboeuf la strana notizia d'un frate che stava dinanzi alla porta del castello chiedendo ingresso. Rimase indi non poco maravigliato in udir l'ordine d'introdurlo subitamente, e fattosi accompagnare da alcune scolte, per tema d'una sorpresa, s'affrettò ad aprire la porta al supposto ecclesiastico.

Tutto il coraggio che avea francheggiato Wamba all'assuntosi incarico, poco men che affatto si dileguò, trovatosi alla presenza d'uom formidabile e temuto siccome lo era Reginaldo di Frondeboeuf, laonde pronunziò il suo Pax vobiscum, che credea soccorso infallibile a sostener bene la parte fratesca, lo pronunziò dissi, con tuono men fermo che dianzi. Buon per lui che Frondeboeuf, avvezzo a veder tremare innanzi a sè persone d'ogni grado, non formò alcun sospetto sulla timidezza di cui il buffone avea dato segni in quel punto!

«Chi siete voi, e d'onde venite, o venerabil padre?» gli addomandò.

«Pax vobiscum» replicò Wamba facendo un po' di coraggio «io sono un povero servo di s. Francesco, che attraversando queste selve, caddi in mano di ladroni: quidam viator incidit in latrones, dice la Scrittura Santa, i quali ladroni m'hanno imposto di trasferirmi a questo castello per adempire i doveri del sacro mio ministerio verso due persone condannate dalla onoranda vostra giustizia.»

«Va bene, e sapete voi dirmi il numero di questi ladroni?»

«Valoroso cavaliere, nomen illis legio, il loro nome è legione.»

«Frate, rispondimi chiaro quanti son di numero questi banditi, o altrimenti il tuo cappuccio non ti salverà dal mio sdegno.»

«Oh Dio! eructavit cor meum, cioè, il mio cuore crepò di spavento trovandomi in mezzo a loro. Credo bene che fra arcieri e contadini sommino circa a cinquecento.»

«Poffar Dio!» sclamò il Templario, che entrando nella sala udì tale antifona «le vespe si sono adunate a grossi sciami. Gli è ora di sterminare questa razza malefica.»

Poi tratto in disparte Frondeboeuf: «Conoscete quel frate?» gli chiese.

«Io no» rispose Frondeboeuf: «sarà di qualche lontano convento, perchè non mi ricordo averlo mai veduto.»

«Quand'è così non è prudenza l'affidargli un messaggio a voce. Converrà piuttosto valersi di lui per far tenere un ordine scritto al corpo franco di Bracy, onde venga tosto in aiuto del condottiero. Intanto, anche per non dar a sospettare d'alcuna cosa a questo incappucciato, sbrighiamoci di mandarlo a fare il suo mestiere preparando alla morte quei cani di Sassoni.»

Frondeboeuf, chiamato un servo, lo incaricò di condur Wamba all'appartamento, ove Cedric e Atelstano eran richiusi.

La prigionia, cui si vedea condannato Cedric, ne irritava ogn'istante più la naturale impazienza. Correva da un'estremità all'altra della stanza a lunghi passi, com'uomo che dovesse allora far impeto sul nemico, o dar assalto alla breccia, or parlava da sè medesimo, or volgeva i petti ad Atelstano, che con gravità stoica aspettava l'esito di tale avventura digerendo tranquillamente il pranzo del mezzogiorno, nè molto angosciandosi sulla durata di quella cattività, che pensava egli, finirebbe come tutti i mali di questa terra, quando al cielo fosse piaciuto.

«Pax vobiscum» fu l'introduzione di Wamba, che alterò allora la propria voce. «La benedizione di san Dunstano, di san Dionigi, di san Dultocco, e di tutti i santi del Paradiso piovano sulle vostre teste!»

«Salve et tu» rispose Cedric. «A qual fine venite qui, padre mio?»

«A fine d'esortarvi che vi prepariate alla morte»[38].

«Alla morte!» sclamò Cedric «tal cosa è impossibile. Li conosco scellerati, li conosco capaci di tutto. Ma non crederò mai ardiscano commettere un delitto che sarebbe sì notorio e al quale non li provocammo.»

«Eh! pur troppo, il far conti sulla umanità di costoro, egli è un persuadersi di rallentare un cavallo furibondo con una briglia di fil di seta.»

«L'udite dunque, Atelstano?» allora soggiunse Cedric. «Solleviamo pure al cielo le menti, e apparecchiamoci all'ultimo atto di nostra vita. Gli è anche meglio morir uomini che vivere schiavi.»

«Son pronto» rispose Atelstano «a tutto quanto la costoro scelleratezza saprà ordinare. Mi vedrete andar alla morte con quella calma, onde io era solito mettermi a mensa.»

«Ebbene! buon sacerdote» soggiunse allora Cedric «preparateci a tal passaggio da una vita all'altra.»

«Adagio, adagio, nostro zio!» disse tosto il buffone che ripigliò il tuon naturale di voce. «Si ci può ben pensare due volte prima di fare questo capitombolo pericoloso.»

«Per l'anima mia!» sclamò Cedric «non m'arriva nuova tal voce!»

«Lo credo anch'io. È la voce del vostro fedele servo, del vostro buffone» disse Wamba mandando addietro il cappuccio. «Se voi aveste seguiti i consigli d'un matto non vi trovereste a questo passo spinoso: ma se volete seguirli adesso non tarderete a cavarvene.»

«Che intendi tu dire?» chiese Cedric.

«Col vestir questa cocolla e questo cappuccio, col cingere questo cordone, soli ordini di cavalleria ch'io abbia portati in mia vita, vi sarà facile uscir della rocca. Lasciatemi poi qui col vostro cinturino e col vostro mantello e sosterrò io le vostre veci.»

«Lasciarti in mia vece!» sclamò Cedric «ma ti faranno appiccare, mio povero matto!»

«Sia! Non quindi vi farò disonore. Spero che Wamba, figlio di Witless, sospeso pel collo ad una catena, non presenterà immagine men dignitosa che la catena d'Aldemann sospesa al collo del suo bisavolo[39]

«Ebbene, Wamba! accetto la tua proposta, ma con un patto. Il cambiamento di vesti che volevi fare con me, lo farai col nobile Atelstano.»

«No, per san Dunstano! Non vi sarebbe una ragione di far questo. Gli è ben giusto che il figliuolo di Witless si sagrifichi per salvare il figliuol d'Everardo; ma non è ancora divenuto matto abbastanza per voler morire in vece d'un uomo, i cui maggiori non erano niente per lui.»

«Uomo scortesissimo!» sclamò Cedric. «I maggiori d'Atelstano erano i monarchi dell'Inghilterra.»

«Sarà benissimo; ma il mio capo sta troppo bene diritto sulle mie spalle, onde io mi senta di farlo mettere di traverso per amor loro. Dunque, mio buon padrone, o accettate per voi medesimo tale partito, o non v'abbiate a male se esco libero di questa rocca, come vi sono entrato.»

«Lascia morire il vecchio albero» disse Cedric «e salva la giovane pianta, speranza della foresta. Salva il nobile Atelstano, virtuoso Wamba. Gli è il dovere di chiunque abbia sangue sassone nelle vene. Tu ed io sazieremo la rabbia dei nostri infami oppressori, intantochè egli libero e sicuro, susciterà a vendetta gli indignati nostri concittadini.»

«No, mio buon padre, no» sclamò stringendo le mani a Cedric Atelstano, perchè se qualche circostanza veniva a trarlo dalla indifferenza divenutagli abituale, non mancava d'esternar sentimenti degni dell'alto suo nascere «vorrei piuttosto rimanere una intera settimana in questo carcere, non nudrito che di pan nero e dell'acqua, soliti alimenti dei prigionieri più abbietti, che dovere la mia libertà ad uno sforzo generoso tentato dalla fedeltà di un servo, unicamente a favore del suo padrone.»

«Ascoltatemi, zio nostro Cedric, e voi cugino nostro Atelstano. Si va dicendo che voi siete uomini savi ed io un matto; ma lasciate questa volta che il matto risolva la contesa, e vi risparmi la briga di farvi cerimonie l'un coll'altro; perchè io sono come l'asino di Iohn Duck, il quale non voleva ch'altri lo montassero fuori del padrone. Il mio padrone è Cedric, e a solo fine di salvarlo venni fin qui; s'egli non vuole consentire tornerò via per la medesima strada. Un servigio offerto non è poi un volante, che si possa mandarlo da una racchetta all'altra, ed io non voglio essere appiccato per uom vivente, se non è per chi mi fu signore sin dacchè nacqui.»

«Consentite, nobile Cedric» soggiunse Atelstano «nè perdete sì bella occasione. La vostra presenza incoraggerà i miei amici a tentar ogn'impresa a fine di salvarne tutti. Se rimanete qui, ogni speranza per noi è finita.»

«E vi è forse al di fuori qualche speranza prossima di soccorso?» chiese Cedric volgendosi a Wamba.

«E che speranza!» rispose l'eroe buffone. «Sappiate, che col farvi vestire questa cocolla, vi metto addosso un abito di generale. Cinquecento uomini! nè son lontani di qui che due passi. Ed io pompeggiava questa mattina fra' loro capi. Il mio berrettone da matto era un elmo di buona tempera, la mia squarcina di legno una sciabola ben affilata. Vedremo se fan buon negozio acquistando nel loro campo un savio in vece d'un matto. Non vorrei che nel cambio perdessero dal lato del valore quanto acquisteranno da quello della prudenza.»

Nel dir tai cose cambiava d'abito con Cedric.

«Addio, mio padrone» allora gli disse. «Usate, vel raccomando, indulgenza al povero Gurth e al suo cane Fangs; poi fate che il mio berrettone buffonesco, sospeso alle pareti della gran sala di Rotherwood, ricordi sempre com'io diedi la vita pel mio padrone da vero matto, ma da matto fedele.»

Pronunziò tali ultimi accenti con tuono metà scherzevole, metà serio, onde gli occhi di Cedric si fecero molli di pianto.

«La tua memoria verrà conservata» diss'egli «sintantochè affetto generoso e fedeltà vivranno in onor sulla terra; ma io spero trovare strada di salvare il nobile Atelstano, la mia diletta Rowena, e te ancora, mio povero Wamba, perchè non creder mai che il tuo padrone arrivi a dimenticarti!»

Stava Cedric per uscir della stanza, allorchè s'arrestò d'improvviso.

«Non conosco altra lingua fuor della mia, salvo poche parole del lor maledetto normanno. Come potrò farmi credere un frate?»

«Nulla di più facile» rispose Wamba. «Pax vosbiscum è un talismano, che viene a proposito tutte le volte. Andate o venite, bevete o mangiate, benedite o scomunicate, pax vobiscum sempre. Queste parole giovano ad un frate quanto una bacchetta ad un mago, o un manico da scopa ad una strega. Pronunziate solamente in tuono grave e solenne: Pax vobiscum: cavalieri, scudieri, uomini a piedi e a cavallo, tutti sentono l'effetto dell'incanto. Credo che se mi conducono domani alla forca, cosa verisimile assai, proverò l'efficacia del Pax vobiscum col cerimoniere incaricato d'aggiustarmi il capestro attorno al collo.»

«Quand'è così, ho fatto presto ad assumere gli ordini religiosi. Pax vobiscum. Non lo dimenticherò. Addio, nobile Atelstano; addio, mio povero matto, che hai il cuor miglior della testa, vi salverò tutti, o morirò nel tentarlo. Il sangue dei nostri re Sassoni non verrà sparso, finchè rimarrà stilla del mio in queste vene; nè un capello cadrà dal capo di un fedele servo, che rischiò tutto pel proprio padrone, finchè il braccio di Cedric potrà sollevarsi in sua difesa. Addio.»

«Addio, nobile Cedric» disse Atelstano. «Ricordatevi che per sostener bene la parte di frate, vi è d'uopo accettare quanti reficiamenti vi vengono offerti.»

«Addio, nostro zio» soggiunse Wamba: «badate a non dimenticarvi del Pax vobiscum

Munito di questo duplice avvertimento, Cedric si dipartì dai compagni, nè tardò molto a far prova dell'efficacia del talismano raccomandatogli, come potentissimo, dal suo buffone. In un andito basso, stretto ed oscuro, che a quanto ei credea, dovea condurlo nella sala di ricevimento, s'incontrò in una giovane.

«Pax vobiscum» le diss'egli, traendosi da un lato per lasciarla passare.

Si arrestò questa, e con voce soave gli rispose: «Et tibi quaero; domine reverendissime, pro misericordia tua.»

«Sono alquanto sordo» replicò Cedric in buon sassone, e accorgendosi tosto di aver parlato un idioma sospetto, disse fra sè medesimo: «Vadano al diavolo il matto e il suo talismano! Ho rotto la lancia mia al primo scontro.»

Non era cosa molto straordinaria in que' tempi il trovare un ecclesiastico duro d'orecchio, allora che gli si parlava il latino, e la persona che gli volse quei detti sapeva assai bene tal lingua.

«Per amor del cielo! reverendo padre» ella gli disse in sassone «degnatevi di porgere qualche spirituale conforto ad un prigioniere ferito che trovasi in questo castello. Non gli negate tale atto di compassione, che il vostro santo ministerio chiede da voi. Nessuna fra le buone azioni di vostra vita avrà mai portato tanto utile al convento cui appartenete.»

«Figlia mia» rispose grandemente imbarazzato Cedric «è già spirato il tempo concedutomi per rimanere in questo castello. Mi è d'uopo uscirne subitamente per tal affare che risolve di vita o di morte.»

«Non vi opponete alla mia preghiera, o buon padre; ve ne supplico, invocando que' voti che avete giurati voi stesso, di non lasciare cioè morire privo de' vostri avvisi e soccorsi spirituali un uomo oppresso, un uomo in pericolo.»

«Venga la peste a questo maladettissimo incontro!» sclamò Cedric, e stava per esalare la sua impazienza in termini anche meno addicevoli all'abito che in allora ei vestiva, quando a quel colloquio si frammise la voce stridula d'un'altra donna. Era costei Ulfrida, l'antica abitatrice della torre.

«Come sta, giovane imprudente?» gridava la vecchia. «È questa la gratitudine alla bontà con cui vi ho tratta dal vostro carcere? Costrignere questo venerabile religioso ad andare nelle furie per liberarsi dalle importunità d'un'ebrea?»

«Un'ebrea!» sclamò Cedric, cui non parea vero aver trovato tale pretesto a spacciarsi. «Lasciatemi passare, o donna; non mi toccate; la vostra sola presenza basta a lordarmi.»

«Venite di qui, padre mio» disse la strega; «voi non siete pratico del castello; mi farò io vostra guida. Seguitemi, perchè devo parlarvi. Quanto a voi, maledetta da Dio fino nel sangue, andate nuovamente nella camera del ferito, e rimanetevi sin ch'io ritorni. Guai a voi se l'abbandonate ancora senza mia permissione!»

Rebecca si ritirò. Ulfrida, alla quale era stata affidata la cura del ferito, fu mossa da desiderio di parlar col sant'uomo, di cui seppe tosto l'arrivo al castello. Incaricò quindi del proprio ministerio l'ebrea, che trasse di prigione ella stessa. Ognun s'immagina come la Israelita accettasse di buon grado sì fatto ufizio. Pronta poi questa ad afferrare tutte le possibilità di scampo ove credea vederne un raggio, pensò ai soccorsi o se non altro ai consigli che a tal uopo avrebbe potuto somministrarle il creduto frate. Spiò pertanto il momento in cui stavasi per partire colla speranza di destarne la compassione a favore dei prigionieri; ma vedemmo come ella incagliò ne' concetti divisamenti.