CAPITOLO XXXVII.
»Della disfida ecco il segnal: se ardito
»V'ha tra voi per raccorlo, in pensier volga
»Qual nemico potria vedersi a petto.
Shakspeare.
Persino Luca di Beaumanoir fu commosso dal modo pieno di grazia e di nobiltà, onde Rebecca ricorse a quest'ultima appellazione. Per natura non era egli crudele, nè tampoco sarebbe stato severo, se il suo cuore, serbatosi peregrino alle soavi passioni, non avesse acquistato a grado a grado inflessibil durezza dalla vita ascetica professata, dalla consuetudine delle pugne, dalla coscienza del supremo potere in lui concentrato, e finalmente dalla supposta necessità di sradicare l'eresia e di soggiogar gli Infedeli, la qual cosa ei riguardava come supremo dovere. I suoi lineamenti perdettero alcun poco dell'ordinaria austerità, in fisando gli sguardi sull'amabile creatura, che sola, priva di soccorritori e d'amici con tanto coraggio e nobiltà da sè medesima si difendea. Fece per tre volte il segno della croce, temendo senza dubbio che la nuova commozione cui soggiacea l'animo suo, di tempera per solito più dura dell'acciaio della sua spada, fosse ella pure l'opera di qualche sortilegio.
«Giovinetta» finalmente le disse «se la pietà che tu m'inspiri è cagionata da qualche pratica di magia alla quale tu abbia avuto ricorso, grand'è il tuo delitto, ma più mi giova il credere tale pietà un sentimento naturale al mio cuore, che è addolorato in veggendo come una creatura fornita di tanti esterni doni sia divenuta un vaso di perdizione. Confessa le tue colpe, o mia figlia; pentiti, abbiura i tuoi errori; abbraccia la nostra santa fede, di cui questo bastone porta l'emblema, e puoi ancora essere felice in questo mondo, come nell'altro. Collocata in qualche casa religiosa d'un ordine de' più austeri, ti rimarrà tempo ad orare ed a far penitenza. A tai patti ricevi la vita. Quai vantaggi ritraesti dalla legge di Mosè ad ostinarti a morire per essa?»
«Ella è la legge de' miei padri» Rebecca rispose: «fu data sulla cima del Sinai in mezzo a' tuoni ed ai lampi, e lo credete voi medesimi, se pure siete cristiani. Voi dite che una tal legge fu ritrattata; e ciò è quanto non m'hanno insegnato a credere ancora.»
«Si chiami il nostro cappellano» disse Beaumanoir «e ch'egli spieghi a questa Infedele ostinata....»
«Perdonatemi se v'interrompo. Io non sono che una giovane inesperta, e incapace di argomentare sulla verità della mia religione; ben so morire per essa, se tale è il volere di Dio. Permettetemi di domandarvi se accettate la mia istanza per ottenere il combattimento giudiziario.»
«Mi si trasmetta il suo guanto» disse allora Beaumanoir. «Gli è un pegno ben debole, ben leggiero» soggiunse egli nell'esaminarlo «per una domanda sì rilevante quant'è quella d'un combattimento all'ultimo sangue. Considera bene questo guanto, o mia figlia, e fanne confronto colle manopole che coprono le nostre mani; e tal differenza passa appunto fra la tua causa e quella del Tempio. Pensa essere il nostro Ordine che tu disfidi.»
«Mettete nella bilancia la mia innocenza» rispose Rebecca «e il guanto di seta farà sollevare il piattello che conterrà la manopola di ferro.»
«Tu persisti adunque nel rifiuto di confessare le tue colpe, e nella audace disfida da te promossa?»
«Vi persisto, nobil signore.»
«Ebbene, sia fatto a norma dell'inchiesta, e il giudizio di Dio provi qual sia la buona causa.»
«Amen!» risposero i commendatori collocati presso il Gran-Mastro.
«Amen!» ripeterono i cavalieri e tutta quell'adunanza.
«Miei fratelli» disse Beaumanoir «vi è noto come potremmo ricusare a cotesta donna il privilegio del combattimento giudiziario. Ma, benchè ebrea e infetta di magia, ella è straniera e priva d'altra difesa. Implora il benefizio delle salutari nostre leggi. Non sia mai che glielo neghiamo. Per altra parte, quantunque ci siam consacrati allo stato religioso, non perdemmo quindi l'essere nostro di cavalieri e soldati, e arrossiremmo di ricusarle tal prova qualunque ne fosse il pretesto. Udite pertanto, fratelli miei, lo stato di tale bisogna. Rebecca, figlia di Isacco, ebrea di religione, che una moltitudine di circostanze più che sospette accusa d'avere operati sortilegi sopra la persona d'un nobile cavaliere del nostro sant'Ordine, domanda il combattimento per fare prova di sua innocenza. A chi giudicate voi debba consegnarsi il pegno della battaglia, nominandolo nostro campione?»
«A Brian di Bois-Guilbert» disse tosto il commendatore di Goodalrick. «A lui particolarmente un tale affare si aspetta, ed egli ne conosce la giustizia meglio di ognuno.»
«Ma il nostro fratello Brian vive ora sotto l'influenza d'un sortilegio. Ciò vi facciamo osservare per un riguardo di prudenza; non già che trovisi in tutto l'Ordine un braccio cui più di buon grado volessimo affidare la difesa dell'Ordine stesso.»
«Reverendo Gran-Mastro» il Commendatore riprese a dire «vi debbe esser noto non trovarsi malefizio assai forte per prevalere sopra un campione allorquando si offre ad un cimento che è giudizio di Dio.»
«A tal ragione mi arrendo» soggiunse Beaumanoir. «Alberto di Malvoisin, rimettete a Brian di Bois-Guilbert il pegno della battaglia. Fratello Brian, noi vi esortiamo a combattere col vostro coraggio, e a non dubitare del trionfo della buona causa. Rebecca, ti concediamo tre giorni, incominciando da questo, onde tu possa provvederti d'un campione.»
«Ben è breve sì fatto indugio, onde una straniera, una donna di religione diversa dalla vostra, possa sperare di rinvenire un uomo che voglia cimentare per essa il proprio onore e la vita.»
«Non ne è lecito prolungarlo» rispose il Gran-Mastro. «Il combattimento dee seguire alla nostra presenza, e possenti motivi nel quarto giorno ne chiamano altrove.»
«Sia fatta la volontà di Dio!» rispose Rebecca. «Pongo ogni mia fiducia in quel solo che può in un punto operare più cose di quante ne possa l'uomo nel durare d'una eternità.»
«Non v'ha obbiezione contra un tal detto» soggiunse Beaumanoir «ma noi sappiamo chi è colui che può talora vestir le sembianze d'angelo di luce. Non resta più che a deliberare sul luogo della pugna, e del supplizio, se questo dovrà accadere. Ove è il commendatore Malvoisin?»
Malvoisin stavasi presso a Bois-Guilbert, tenendo tuttavia fra le mani il guanto di Rebecca, e parlandogli sommessamente, ma con voce animata.
«Ricuserebbe egli il pegno della battaglia?» chiese in tuono severo il Gran-Mastro.
«No, reverendo Gran-Mastro,» rispose Malvoisin, sollecito di nascondere il guanto sotto al mantello; «egli accetta. Quanto al luogo della lizza, io vi propongo il campo di san Giorgio, pertenente alla commenda, e ove siam soliti condurci ad armeggiare.»
«Ottimamente» disse il Gran-Mastro. «Rebecca, gli è in campo chiuso che dovrai presentare il tuo campione; e s'ei non riporta vittoria, se niuno si presenta a combattere in tua difesa, tu perirai della morte serbata alle fattucchiere, perchè tale è la nostra sentenza. Che questo giudizio venga registrato ne' nostri archivi, e se ne faccia pubblica lettura, onde nessuno possa allegare eccezion d'ignoranza.»
Uno de' cappellani, che adempiea ufizio di notaro, scrisse tale giudizio, sopra un grosso registro in foglio, ove si soleano trascrivere gli atti capitolari del Tempio, e poi ch'ebbe terminato, uno de' suoi colleghi ne fece lettura ad alta ed intelligibile voce.
«Dio soccorra la buona causa!» disse il Gran-Mastro terminata che fu la lettura medesima.
«Amen!» rispose tutta quell'assemblea. Rebecca serbò il silenzio, sollevò gli occhi al cielo, ed incrocicchiate le braccia sul petto, rimase un istante in tal atto. Poi, voltasi modestamente al Gran-Mastro, gli rimostrò come fosse d'uopo il permetterle di porsi in corrispondenza coi propri amici a fine d'instruirli dello stato in cui si trovava, e di procacciarsi meglio un campione che la causa di lei difendesse.
«È giustissima si fatta inchiesta» Beaumanoir le rispose. «Scegli il messo che più t'aggrada, e gli sarà libero l'ingresso alla stanza della tua prigione.»
«Avvi alcuno tra voi» disse Rebecca volgendosi all'uditorio «che mosso da amor di giustizia, o dalla speranza di una larga ricompensa, voglia prestar tal servigio ad una giovane innocente altrettanto quant'è sventurata?»
Niuno rispose, perchè non trovavasi chi ardisse alla presenza del Gran-Mastro esternare premura per un'ebrea dallo stesso Gran-Mastro condannata siccome strega, e mettersi così a rischio di venir sospettato partigiano del giudaismo o della negromanzia. Quindi nè la pietà, nè l'adescamento medesimo d'una ricompensa ebbero forza bastante a vincere un tale timore.
Rebecca rimase alcuni istanti in uno stato d'inquietezza, che sarebbe impossibile cosa il descrivere. «E il crederò a me medesima?» ella esclamava «ed è sul suolo inglese ch'io mi vedo priva di quella debole speranza di salvezza, su cui mi era lecito ancora fondarmi, e ciò per non esservi chi si presti ad un atto caritatevole che non verrebbe negato a qualsivoglia reo anche il più abbietto?»
«Io non posso camminare che reggendomi alle stampelle» sclamò Higg, figliuolo di Snell «ma se movo alcun poco le gambe, a voi sola ne ho l'obbligazione. Quindi adempirò io le vostre commissioni quanto meglio mi verrà fatto. Oh! piaccia a Dio che i miei piedi possano ammendare le colpe della mia lingua! Me infelice! quando ebbi la sfortuna di render giustizia alla vostra carità, non m'immaginai certamente che v'avrei posta in pericolo.»
«Dio ordina a suo grado le cose» rispose Rebecca. «Fra le sue mani lo strumento il più debole può bastare a rompere i ferri della nostra cattività; e sol ch'ei vuole la lumaca ne diviene messaggero agile quanto il falcone.»
Sopra un pezzo di pergamena che uno de' cappellani le porse per ordine del Gran-Mastro, ella scrisse diverse righe in ebraico. «Cerca Isacco d'York» diss'ella ad Higg, «e consegnagli questo biglietto. Eccoti il danaro onde tu possa noleggiare un cavallo e pagar le tue spese. Non saprei dire se tal presentimento mi derivi dal cielo, ma spero non morire della morte che a me si crede serbata. Il giusto Iddio susciterà un difensore a mio scampo. Addio, pensa che la mia vita dipende dalla tua sollecitudine.»
Molti spettatori cercarono stogliere Higg dal toccar solamente un biglietto scritto in caratteri cabalistici, ma egli rimase fermo in volere render servigio alla propria benefattrice. «Ella sanò il mio corpo» loro dicea «nè so persuadermi che sia mente di lei mettere in rischio l'anima mia.»
Dette le quali cose uscì tosto di Templestowe.
«Mi farò prestare il cavallo del mio vicino Buthan» meditava egli nel riprendere la via del proprio villaggio «e con questa cavalcatura, e aiutato dalla grazia di Dio, giugnerò sollecito a York.»
Per una fortunata combinazione non gli fu d'uopo di far tanto viaggio. Non si era scostato che d'un quarto di miglio dalla Commenda, allorquando s'accorse di due uomini a cavallo, che ai loro gialli berrettoni ravvisò per ebrei; ed anzi giunto più vicino ai medesimi vide che l'un di essi era lo stesso Isacco, l'altro il rabbino Ben-Samuel. Questi facean la ronda attorno del castello di Templestowe, ma non osavano entrarvi per essere stato detto loro, che in quel tempo il Gran-Mastro s'interteneva a processare una strega.
«Fratello Ben-Samuel» all'altro diceva Isacco «la mia anima è inquieta, nè senza cagione. L'accusa di negromanzia è uno fra i pretesti di cui spesse volte si valgono i nostri persecutori.»
«Calmatevi, fratello» rispondeva Nathan; «voi siete ricco abbastanza per non temere i Nazareni. Tutto si ridurrà a spendere, un po' più, un po' men di danaro. Il danaro ha sovr'essi tanta virtù, quanta ne avea su i cattivi spiriti l'anello di Salomone. Ma chi è questo povero sgraziato che s'avanza ver noi reggendosi alle stampelle? Sembra ci voglia parlare. Amico» diss'egli ad Higg «hai tu bisogno de' soccorsi dell'arte mia? non te li ricuso, ma avverti questo: non darei un aspro ad un che io trovi accattando sulla strada maestra. Non ti servono più le tue gambe? Capisco bene che non potresti far nè il corriere, nè il pastore, nè il soldato: ma a quanto mi sembra hai buone braccia, e vi sono altri mestieri ne' quali avresti modo.... In somma, fratello, che male avete?»
Nel durare di tale arringa Isacco avea preso il biglietto presentatogli da Higg, e appena postivi gli occhi sopra cambiò di colore, mise un profondo gemito e stramazzò da cavallo, rimanendo per qualche istante fuori di sentimento.
Della qual cosa turbato il rabbino saltò di sella, e dopo avere fatto fiutare un elissire che portava seco al compagno, diede mano agli strumenti di chirurgia cui parimente professava, accingendosi a trargli sangue, allorchè Isacco rinvenne. Qual fu la maraviglia di Nathan in veggendolo gettar lunge da sè il berrettone e spargere di polve i suoi grigi capelli! Lo credè assalito da un'impeto di vertigine; laonde, non declinando dalla prima intenzione, riprese in mano i suoi strumenti. Ma Isacco non tardò a fargli manifesta la vera origine di quel suo stato.
«Figlia del dolore!» esclamò «Ti doveva essere imposto il nome di Benoni, e non di Rebecca. Possa la mia morte preceder la tua, affinchè io non mi tragga a maledire il creatore e perder l'anima mia!»
«Che osate voi dire, o fratello?» sclamò il rabbino. «E un figlio d'Israele può favellare in tal guisa? Qual cosa dunque è accaduta a vostra figlia? Io spero ch'ella non sia ancor tolta dal novero dei viventi.»
«Ella vive» rispose Isacco «ma come Daniele nella fossa de' leoni, come i tre fanciulli nella fornace. Ella è prigioniera de' figli di Belial, che stanno per compiere sovr'essa gli atti di lor crudeltà, sordi a qualunque voce di compassione per la sua innocenza, per la sua giovinezza. Ella era sul canuto mio crine una corona di palme, eccola appassita in una notte come la zucca di Giona. Figlia dell'amor mio! conforto di mia vecchiezza! solo rampollo della mia amata Rachele! le tenebre della morte già ti circondano!»
«Però quali cose si contengono in questo scritto? non indica forse quanto può farsi per liberarla?»
«Leggete, fratel mio, leggete, perchè i miei occhi sono appannati dalle lagrime.»
Presosi dal rabbino il biglietto di Rebecca, lesse le note scritte in ebraico, delle quali sì era il tenore:
— Ad Isacco, figlio d'Adonikam, nomato dai gentili Isacco d'York.
Che le benedizioni della Terra Promessa crescano sopra di lui.
Padre Mio,
— Son condannata a morte per un delitto che nemmeno conosco, per delitto di negromanzia. Se nel termine di tre giorni, incominciando da questo, si può rinvenire un uom valoroso, atto, giusta gli usi de' Nazareni, a difendere nel campo di san Giorgio la mia causa con lancia e spada, Dio forse gli darà forza bastante per far trionfare l'innocenza, sfornita ora di tutt'altro soccorso. Ma nessuno si trova, le giovani figlie della tribù d'Israele possono fin d'ora piangere sul mio destino, come su quello d'un fiore abbattuto dalla falce del mietitore. Cercate quindi soccorso ovunque crediate di poterne trovare. Un guerriero nazareno, Wilfrid figlio di Cedric, detto Ivanhoe dagli Infedeli, acconsentirebbe, cred'io, a prender l'armi in mia difesa; ma non lo giudico ancora in essere di sopportare il peso della sua armatura. Ciò nullameno, padre mio, fatelo istrutto dello stato a cui sono ridotta. Egli fu nostro compagno di schiavitù. Forse gli riuscirà trovarmi un campione. E dite ancora a questo Wilfrid, figlio di Cedric, che Rebecca, sia ch'ella viva, sia ch'ella perisca, morirà innocente del delitto cui l'hanno incolpata. Se è volontà di Dio che voi rimaniate privo di vostra figlia, deh! non soggiornate più lungo tempo in questa terra di sangue, ritiratevi a Cordova, nella quale città il fratel vostro vive all'ombra di quel trono occupato dal Saracino Boabdil; poichè i Mori non sono verso la schiatta di Giacob più crudeli di quel che il sono i Nazareni dell'Inghilterra. —
Isacco ascoltò con molta calma la lettura di questa lettera; ma allorquando fu terminata, tornò a prorompere nei primi atti di dolore co' modi soliti agli Orientali, gettando polve sul proprio capo, e lacerandosi le vestimenta: «Mia figlia, mia Rebecca, carne della mia carne, ossa delle mie ossa!»
«Fatevi coraggio» gli disse il rabbino. «Col darsi in preda al dolore non si rimedia a nulla. Cignetevi le reni e correte in traccia di Wilfrid, figlio di Cedric. Forse ne avrete consigli o anche soccorsi. Egli è l'uomo favorito di Riccardo Cuor-di-Leone, che una voce diffusa per ogni dove fa reduce in mezzo a noi. Forse potrà ottenerne un decreto che impedisca a cotesti uomini sanguinolenti, vero disonore del Tempio da cui prendon nome, il mandare ad effetto un giudizio sì barbaro.»
«Andrò dunque in cerca di questo Ivanhoe, del bravo giovane, che, lo so io, ha compassione anche de' poveri esuli della terra di Giacob. Ma il male è che non è ancora in istato di addossare le proprie armi, nè vedo altro cristiano che possa voler combattere per una figlia di Sion.»
«Voi parlate siccome uomo che non conosce bene i Gentili. A furia d'oro comprerete il loro valore, a furia d'oro comprerete a voi sicurezza. Confortatevi, nè ora pensate ad altro che a raggiugnere questo Wilfrid d'Ivanhoe. Per parte mia corro io parimente ad adoperarmi a pro vostro, perchè sarebbe grave colpa il non soccorrere un proprio fratello oppresso da tanta calamità. Mi trasferisco a York, ove molta mano di guerrieri è assembrata: possibile che fra di loro uno almen non ne trovi, il quale si assuma incarico di difendere vostra figlia? Perchè l'oro è il dio di costoro, e per l'oro ingaggerebbero la loro vita, come fanno de' propri averi... Ma voi, mio fratello, vi addosserete qualsivoglia obbligo ch'io potrò a nome vostro incontrare?»
«Sì certamente, e benedico Iddio che mi ha mandato un tale consolatore, un tale sostegno nelle sciagure... Però badate di non conceder loro, ad un tratto quel che domandano; abbiate a cuore i miei interessi. Taluno di questi maladetti nazareni è capace di venir fuori con pretensioni di marchi d'oro, poi contentarsi di sole once... In somma, fate il meglio che potete, perchè io son disperato. Di che mi gioverebbe tutto il mio oro dopo che avessi perduta mia figlia?»
«Addio» disse Nathan «gli è tempo di operare. Possa far ritorno nel vostro cuore la pace!»
Si abbracciarono essi, e ciascuno s'avviò per diversa strada.
Higg, figlio di Snell, rimase presso i medesimi tutto il durare del loro colloquio, di cui nulla comprese, perchè parlavano ebreo. Gli accompagnò per alcun tempo col guardo. — «Cani d'ebrei!» esclamò, poichè ebbe cessato dal vederli «non badano a me più di quel che farebbero con un Turco o con un Pagano. Almeno m'avessero gettato uno o un paio di zecchini! Era forse obbligato io a portar loro quello scarabocchio, Dio sa che cos'era! a rischio di restarne ammaliato, come diverse brave persone m'hanno avvertito? Qual vantaggio mi frutterebbero le monete che mi ha donate la giovane, se si convertissero in foglie secche? e soprappiù mi sarò guadagnato per tutta la vita il soprannome dello zoppo corrier degli Ebrei. Credo veramente che costei m'abbia stregato, poichè non ho saputo spacciarmi dall'eseguire le sue commissioni. Ma chi non ha stregato di quelli che le si avvicinano, fossero ebrei o cristiani? Mi pare che nessuno le possa negar nulla di quanto ella chiede, e darei volentieri la mia bottega e i ferri di bottega sol per salvarle la vita.»