CAPITOLO XXXVIII.

«Alma superba, disdegnosa alberga

«A te nel sen; superba, disdegnosa

«Alma a tua volta in questo sen ravvisa.

Seward.

Volgeva al termine il giorno che schiarì il giudizio di Rebecca, e lo splendor del sole cedeva luogo al crepuscolo, allorquando la bella Ebrea, fedele sempre ai doveri della propria religione, avea terminata la preghiera sua della sera, e udì picchiar dolcemente alla porta della stanza, ove l'aveano condotta dopo che fu pronunziata la sua sentenza.

«Entrate, se siete amico» diss'ella; «e quand'anche foste un nemico, io non ho modi per impedirvi l'accesso.»

«Gli è d'uopo ch'io sia o l'uno o l'altro» disse in entrando Bois-Guilbert «e le conseguenze del colloquio a cui vengo, m'instruiranno quai delle due parti dovrò sostenere.»

Spaventata alla vista d'un uomo, dalla cui passione colpevole Rebecca scorgea l'origine d'ogni presente sventura, si fece addietro sinchè toccasse l'estrema parete dell'appartamento, dando a divedere nel volto agitazione anzichè tema, e stette in piedi in questa postura colle spalle al muro, come persona, che assalita dai masnadieri appoggia il dorso ad un albero, risoluta a vender caro la propria vita.

«Voi non avete alcun motivo di temermi, o Rebecca; o, per parlare più aggiustatamente, voi non avete alcun motivo di temermi in simile istante.»

«Di fatto io non vi temo» rispose Rebecca benchè l'affaticato respiro della medesima sembrasse dismentire l'eroismo che ne' suoi discorsi manifestavasi «ho posta in Dio ogni mia confidenza, ei mi concederà, se lo vuole, soccorso.»

«Di tal soccorso non avete d'uopo contro di me. Non son distanti da noi che due passi le guardie incaricate di custodirvi sino all'istante di venir condotta al luogo del vostro supplizio. Non ho sovra queste alcuna autorità. Onde al menomo strepito le vedreste giugnere, e correrei pericolo io medesimo se mi sorprendessero in tale luogo.»

«Ne sia lode a Dio!» sclamò Rebecca, «il timor della morte non è la cosa che più mi spaventi in questo albergo della iniquità.»

«Certamente l'idea della morte non ha nulla di cui si spaventi un'anima coraggiosa, se però questa morte non sia accompagnata da circostanze che la rendano più terribile. Perire d'un colpo di lancia o di spada è pressochè un nulla per me. Pressochè un nulla per voi il precipitarvi da voi medesima dall'alto d'una rocca, o il trapassarvi il seno con un pugnale. Voi preferireste una tal morte a quanto chiamate vostro onore. Nè coll'ultima espressione intendo farvi credere, ch'io pure intorno all'onore non abbia idee romanzesche siccome le vostre, ma che che ne sia vorremmo entrambi morire anzichè rinunziare a questo onore.»

«Uomo sciagurato!» rispose Rebecca. «E vi condannaste dunque a cimentare la vita per massime che riguardate romanzesche, e delle quali la vostra ragione, il vostro intelletto non vi dimostrano la saldezza? Voi profondete i tesori per cose che non si possono convertire in pane. Ma non crediate già eguali la condizion vostra e la mia. I vostri propositi possono cambiarsi a grado de' flutti volubili dell'umana opinione. I propositi miei posero l'áncora su lo scoglio de' secoli.»

«Chetatevi, o Rebecca: tai discorsi in questo momento son fuor di stagione. Voi siete condannata a morire, ma non d'una morte presta e facile, qual la desidera la sventura, qual la disperazione la cerca; la morte che vi si prepara debbe essere lenta, terribile, accompagnata da que' crudeli tormenti che sono serbati a quanto una diabolica superstizione nomina vostro delitto.»

«E se tale è il mio destino, chi ne deggio incolpare? Non ne è forse autore colui che abbandonandosi ad una passione colpevole mi ha qui condotta a mio malgrado; colui che adesso, non so con quai fini cerca atterrirmi colla dipintura orribile dei mali che mi sovrastano, e ai quali egli solo mi avventurò?»

«Non crediate ch'io abbia avuta questa scellerata intenzione. Che anzi in tal giorno vorrei nel sottrarvi ai pericoli mettere altrettanta sollecitudine quanta ne ebbi nel ripararvi col mio scudo dalle frecce che venivano lanciate contro di noi nel castello di Torquilstone.»

«Se fosse stato disegno vostro il concedere onorevole protezione ad una giovane sventurata, io vi dovrei adesso tutta la mia gratitudine; ma noto essendomi lo scopo cui intendeste, mi è forza dirvi, che comunque abbiate cercato le tante volte farvi un merito di quanto operaste avrei grandemente preferito il perdere la vita al trovarmi salva in vostro potere.»

«Risparmiate, o Rebecca, i rimproveri. Io medesimo son ben tutt'altro che scevro di cordogli. A che cercate voi inasprirli?»

«Qual dunque ora è la mente vostra, ser cavaliere? Fate con pochi accenti che io la conosca. Se avete qualch'altra mira che non sia pascere lo sguardo vostro delle sciagure da voi medesimo cagionate, affrettatevi a rendermene consapevole, poi lasciatemi in balía di me stessa. L'intervallo che dee per me disgiugnere il tempo dall'eternità è breve quanto terribile, nè mi restano, il vedete, che pochi istanti per prepararmi alla morte.»

«Dunque voi persistete, o Rebecca, nell'incolparmi di quelle sventure, che avrei voluto distogliere da voi a costo di quanto ho di più caro sopra la terra?»

«Vorrei ben risparmiarvi rimproveri, ser cavaliere; ma non è egli certo ch'io non debbo la morte mia fuorchè alla passione colpevole?...»

«No, no» sclamò precipitosamente il Templario «voi v'ingannate nell'attribuirmi colpa di quanto non era in me nè il prevedere nè l'impedire. Poteva io forse indovinare l'improvviso arrivo di questo imbecille fanatico, che alcune prove di coraggio, e gli encomii dati all'austerità di una stolta superstizione, hanno sollevato alla sede ove trovasi? Sede immensamente al di sopra del merito suo e del suo sapere, e da cui gli venne il diritto di comandare a me ed a tanti cavalieri del nostro Ordine, il cuore de' quali non è invilito sotto il peso delle ridicole fallacie che sono norma ai pensamenti, ai discorsi, alle azioni di quest'uomo spregevole!»

«Per altro voi stavate fra coloro che mi giudicarono; voi prendeste parte alla mia condanna, voi al quale è nota più che ad alcun altro la mia innocenza; e se non mi sono ingannata, voi dovete mostrarvi brandendo l'armi per sostenere la giustizia della sentenza contra me profferita e far più sicura la morte mia.»

«Ragionate con più calma, o Rebecca. Non v'è chi meglio della vostra popolazione sappia cedere alla procella e governare il naviglio in guisa da trar profitto d'ogni vento anche contrario.»

«Ah! fu l'istante il più malauguroso per la nostra nazione quello in cui dovette ricorrere a sì fatti espedienti. Ma la avversità prostra il cuore, come il fuoco rende inchinevole l'acciaro, inflessibile di sua prima natura. Quelli che perdettero i legittimi loro sovrani, e che privi di patria vedono dimorando in altra terra la nativa contrada spogliata di libertà e di independenza, son costretti ad umiliarsi al cospetto dello straniero. Tal maledizione il cielo pronunziò contra noi, e la dobbiam, non v'ha dubbio, ai nostri falli e a quelli de' nostri padri; ma voi, ser cavaliere, voi che vi gloriate della libertà siccome di diritto assicuratovi dalla nascita, non sentite rossore di sottomettervi, sin contra il vostro convincimento medesimo, agli altrui pregiudizi?»

«L'amarezza regna ne' discorsi vostri, o Rebecca» disse il Templario che trascorreva con impazienza l'appartamento; «nè qui venni per commettermi a tali rimproveri. Sappiate che Bois-Guilbert non cedè a nessuno sopra la terra, anche allorquando le circostanze il costringono ad alterare i propri divisamenti o a distorsene. La mia volontà è il torrente che discende dalle montagne; ben si può sviarne il corso, ma non impedirgli di pervenire all'oceano. Pensa al biglietto onde ti venne il consiglio di domandare un campione. Come credevi tu che sarebbe pervenuto nelle tue mani, se lo stesso Bois-Guilbert non tel faceva trasmettere? Chi fuor di lui avrebbe presa cotanta cura del tuo destino?»

«Alcune ore di più d'una vita angosciosa, una pausa che forse non tornerammi d'alcun giovamento, ecco adunque ciò che operaste per la infelice, sul capo della quale avete accumulati voi stesso i disastri, e sotto a' cui piedi avete scavata colle vostre mani la tomba!»

«No, Rebecca: qui non si stettero i miei divisamenti. Se non era il maladetto intervento di quel vecchio stolto, di quello sciagurato Goodalrick, che comunque Templario, vuol far pompa di attenersi ne' giudizii alle ordinarie norme della umanità, niuno avrebbe pensato ad incaricare della difesa dell'Ordine quell'uomo che il Gran-Mastro in suo cuore vorrebbe anzi scacciato dall'Ordine, l'uomo riguardato siccome vittima o complice de' pretesi vostri sortilegi. Senza un tal contrattempo, al primo squillar della tromba, che tal si fu la mia idea, sarei comparso nella lizza qual vostro campione, sotto vesti di cavaliere errante che cerca avventure per provare la bontà della sua lancia e della sua spada; e m'avesse pure opposti Beaumanoir due o tre de' fratelli assembrati a Templestowe, un colpo della mia lancia bastava a far votare ad essi l'arcione. Riconosciuta in tale guisa, o Rebecca, la vostra innocenza, mi sarei fidato alla generosità dell'animo vostro sulla cura di mostrar gratitudine al cavalier vittorioso.»

«Non ravviso che uno sfarzo di vanagloria in quanto or mi dite, ser cavaliere, e una premura di attribuirvi a merito quanto avreste fatto se non vi parea più convenevole partito l'operar altrimenti. La realtà è che riceveste il mio guanto. Il mio campione (quand'anche accadesse che una donna, com'io abbandonata, ne trovasse pur uno) dovrà cimentarsi ai colpi della vostra lancia. E dopo ciò potete vantarvi dinanzi a me qual mio amico, qual mio protettore?»

«Sì, vostro amico, vostro protettore» ripetè in grave tuono il Templario; «ma ponete mente a qual rischio, o per meglio dire a qual certezza di disonore m'è forza commettermi; laonde non mi darete torto se desidero porre i miei patti prima di sagrificare quanto ebbi finor di più caro alla brama di salvare i giorni d'una donzella di Giuda.»

«Spiegatevi più chiaro, fin qui non v'intendo.»

«Ebbene, io vi parlerò con altrettanta franchezza quanta può metterne un penitente il più timorato a' piedi del confessore. Se ora non mi presento alla lizza, o Rebecca, perdo tai cose a me più rilevanti dell'aria medesima che respiro, la stima intendo de' miei confratelli, e la speranza di vedermi un giorno insignito di quella suprema autorità, che oggi fa altero il più imbecille, il più superstizioso fra gli uomini, Luca di Beaumanoir. Tale è l'inevitabile destino che mi sovrasta, se non propugno coll'armi la giustizia della sentenza pronunziata contro di voi. Maladetto sia quell'insensato vecchio, quel Goodalrick, che mi trasse in simile agguato! E maladetto doppiamente Alberto di Malvoisin, che m'impedì, quando mi prese voglia di gettare il vostro guanto sul volto al fanatico rimbambito, che porse ascolto ad accuse cotanto assurde, e spinte a danno d'una creatura, di cui l'anima è sublime, quanto incantatrici ne sono le sembianze.»

«A che giovano queste circollocuzioni dell'adulazione? Voi stavate perplesso tra il sangue d'una fanciulla innocente per una parte, e la perdita per l'altra del vostro grado e della speranza di ottenerne uno ancor più eminente. Qual è mestieri adesso di frasi? La vostra scelta fu fatta.»

«No, Rebecca» disse il cavaliere, ammollendo il tuon della voce, e vie più accostandosi alla prigioniera. «La mia scelta non è ancor fatta, e toccherà a voi il dettarmela. Se comparisco or nell'arena, gli è necessario ch'io sostegna la rinomanza acquistatami; laonde sia che troviate o non troviate un campione, non ne avverrà quindi che per voi non arda il rogo fatale. Perchè non v'è cavaliere che a parità d'armi abbia avuto vantaggio nel battersi meco, eccetto Riccardo-Cuor-di-Leone ed Ivanhoe suo favorito. Ivanhoe, vi è noto, non è in istato d'impugnar l'armi; Riccardo vive prigioniero in terra straniera. S'io pertanto entro in arringo, voi siete certa di perire, quantunque i vostri vezzi avessero sedotto qualche giovane inconsiderato ad assumersi di difendervi.»

«E perchè mi rimembrate sì spesso tal circostanza?»

«Perchè rileva che vediate sotto due aspetti diversi il destino che vi sta preparato.»

«Ebbene, volgete una volta il panno e mostratemi l'altro lato.»

«Sofferite adunque ch'io vel ripeta anche una volta. Se mi mostro nel fatale conflitto, morire fra tai lunghi e crudeli tormenti, quali si pretendon serbati ai colpevoli dopo la loro morte, tal è il destin che vi aspetta. S'io non vi comparisco, l'Ordine manca di campione ed è acclamata la vostra innocenza; ma ciò accadendo, io mi veggio digradato, disonorato, accusato di complicità cogl'infedeli, fors'anche di negromanzia; l'illustre nome ch'io porto, e che più glorioso fecero le mie imprese, si cambia in argomento di vergogna e di obbrobrio per me; perdo l'onore, la fama e la speranza di giugnere a tal grado che m'innalzerebbe al di sopra degl'imperatori. Sagrifico in tal guisa que' divisamenti ambiziosi che mi sollevano all'altezza delle montagne, onde i Pagani spacciano siasi voluto dare la scalata al Cielo.... Pure, o Rebecca» soggiunse egli gettandosi a' piedi di lei «dimentico il mio onore, rinuncio la mia fama, sacrifico quelle grandezze che furono scopo di mia ambizione, e al conseguimento delle quali mi trovo tanto vicino, se acconsentite dirmi: Bois-Guilbert, ti accetto siccome amante.»

«Stoglietevi da tali follie, ser cavaliere; e se veracemente volete giovarmi, affrettatevi a raggiugnere il reggente, il principe Giovanni. L'onore stesso della Corona gli fa una legge di mandare a voto il giudizio pronunziato dal vostro Gran-Mastro. Per tal via sì, mi assicurerete una protezione possente e legittima, nè vi sarà d'uopo il fare alcun sagrifizio.»

«Non mi è lecito invocare il principe Giovanni contra il capo dell'Ordine, cui pertengo» le rispose egli tenendone stretto affettuosamente, ma con tuono di rispetto, il lembo della vesta. «Voi siete quella, voi la sola che imploro. Imploro per voi e per me la vostra pietà. Qual motivo può rattenervi? Foss'io ancora uno spirito dell'abisso, sarei sempre da preferire alla morte, e la morte adesso è l'unico rivale ch'io mi pavento.»

«Il presente mio stato non è tale che mi permetta l'istituire tutte queste disanime» gli rispose Rebecca con tuon di dolcezza, e paventando egualmente di condurre a disperazione un cavaliere di cui l'indole impetuosa erale nota, e di dir cose che il traessero nè manco lievemente a sperare. «Siate uomo! siate cristiano! S'egli è vero che la religione da voi professata raccomandi la carità, virtù pur troppo predicata più sovente coi vostri discorsi, che posta in pratica nelle vostre azioni, salvatemi da sì terribile morte, senza pretender patti, che non vi lascerebbero alcun merito di generoso.»

«No» rispose alzandosi il feroce Templario; «voi non riuscirete a deludermi; se rinunzio alla mia gloria presente, se sagrifico gli ambiziosi disegni concetti per l'avvenire, nol fo che per voi, e voi sarete la compagna della mia fuga. Ascoltatemi, o Rebecca» riprese a dire assumendo più dolce tuono. «L'Inghilterra e l'Europa non sono l'intero universo. Noi possiam trasportarci in altra sfera che offre ancora bastanti vezzi ad un'anima ambiziosa. Noi ci condurremo nella Palestina. Corrado, marchese di Monferrato, è mio amico ed ha un'anima, siccome la mia, libera da que' superstiziosi abbagli che inviliscono e soggiogano la ragione. Cercheremo gli stati di questo principe. Non mi grava se è d'uopo portar l'armi in difesa di Saladino, e ciò mi piace assai più del sottomettermi alle disdegnose voglie di questi fanatici ch'io disprezzo. Schiuderò a me medesimo un nuovo sentiere di gloria» continuò egli addoppiando i suoi lunghi passi per traverso alla stanza. «L'Europa ascolterà il ripercotimento delle pedate di quell'uomo che ella avrà cancellato dal novero de' propri figli. Non saranno per lei efficace difesa i milioni d'uomini che i re crociati mandano al macello nelle contrade di Palestina; nè le migliaia di Saracini, le cui braccia tentano armate d'attraversar questa terra, potranno avere nell'assalirla miglior successo di me e di que' fratelli, che, ad onta del rimbambito fanatico Beaumanoir, s'affretteranno a raggiugnere i miei stendardi. Voi sarete regina, o Rebecca, e sul monte Carmelo dee starsi il trono ch'io pretendo conquistare per voi. Il mio valore avrà per ricompensa uno scettro in vece del bastone di Gran-Mastro, cui sì lungo tempo agognai.»

«Tutti questi sono altrettanti sogni» rispose Rebecca «simili a quelle visioni notturne che l'agitazione dell'animo partorisce. Ma quando anche fossero realtà, non ne diverrebbe men salda la mia risoluzione. Mi basti il dirvi che se giugneste perfino a possedere un trono, io non vi starei seduta insieme con voi. Mi credete forse così indifferente ai beni onde ciascun vivente si porta ad amare la propria patria, le proprie istituzioni religiose, perchè sapessi concedere la mia stima a colui che parla di mettere tai beni in non cale, a colui pronto ad abbandonare un Ordine di fratelli cui solenni voti lo astrinsero, ad abbandonarlo per soddisfare una passione illegittima, che lo strugge per donna di religione diversa? Ah! non ponete a tal prezzo la mia salvezza, ser cavaliere, non vogliate vendere un atto di generosità; e se proteggete una giovane oppressa, fatelo per grandezza d'animo, e non per un cieco e sregolato amor di voi stesso. È voce diffusa assai che Riccardo abbia rimesso il piede nell'Inghilterra. Se ciò fosse, correte a piè del suo trono: non ricuserà questi d'accogliere la mia appellazione contra la sentenza di un tribunale di sangue.»

«Non mai, o Rebecca! non mai!» replicò in altero tuono il Templario. «S'io abbandono il mio Ordine, non lo abbandonerò che per te. Se mi è tolto soddisfare l'amore, l'ambizione mi rimarrà. Non voglio perdere d'ogni banda. Io umiliarmi dinanzi a Riccardo! Io sollecitare da quell'anima superba i favori! No! non si dica mai, che nella mia persona posi a' suoi piedi l'intero ordine de' Templarii. Posso abbandonare i fratelli, ma non tradirli, ma non digradare me stesso.»

«Iddio adunque si degni proteggermi, poichè non mi resta più da sperar protezione fra gli uomini!»

«Dicesti il vero, o Rebecca; perchè quantunque tu sia orgogliosa, in orgoglio a te non la cedo. Una volta ch'io sia entrato in arringo, non t'avvisar già che alcuna umana considerazione possa impedirmi il comparirvi degno della mia rinomanza. Pensa, o giovine, al destin che ti aspetta. Morir della morte de' più atroci colpevoli! Consunta a lento fuoco entro un ardente braciaio! ridotta in ceneri che i venti dispergeranno! Di tutti questi tuoi vezzi, su cui si fisa incantato ogni sguardo, non rimarrà una particella della quale possa dirsi: Ecco quanto apparteneva ad un corpo pieno di grazia e di perfezione! Rebecca, un cuor di donna mal regge a sì formidabile dipintura, e tu cederai alle mie preghiere.»

«Bois-Guilbert» rispose Rebecca «tu non sai ancora tutto quanto possa una donna, o a dir meglio quelle che finor conoscesti aveano perduti i sentimenti i più nobili di lor natura. Sappi adunque, o feroce Templario, che nelle pugne le più sanguinose non desti tu mai tante prove del tuo sì decantato coraggio quante può darne una del nostro sesso, se puri affetti o dovere a lei le prescrivono. Qual mi vedi, non sono io medesima che una donna educata con tutte le cure della tenerezza, timida e sensitiva per natura, e poco accostumata a quanto è patimento. Pure, allorchè ci troveremo entrambi in questa lizza fatale, tu per combattere, io per morire di una morte che tu mi dipingi tanto terribile, provo la sicurezza in me stessa di mostrarmi a te superiore in coraggio. Addio. Non ho più tempo da perdere in parole con te. I brevi istanti che la figlia di Giacobbe potrà ancora trascorrere sulla terra debbono essere spesi altrimenti. Ella dee volgerli a quel solo che può consolarla, a quell'Ente, che s'anco distoglie talvolta dal suo popolo il guardo, non chiude mai l'orecchio alle preghiere di chi lo implora con fiducia e con verità.»

«Gli è dunque in tal guisa che ci dobbiam separare?» disse Bois-Guilbert dopo un istante di silenzio. «Oh! avesse piaciuto al cielo che non ci fossimo incontrati giammai, o che voi foste stata nobile di legnaggio, e cristiana di religione! Ne attesto il Cielo! Nel contemplarvi ora, nel pensare all'istante in cui dovrem rivederci, mi augurerei di appartenere alla invilita vostra nazione; m'augurerei che la mia mano contasse zecchini e shekel in vece di brandire la lancia e la spada; m'augurerei di prostrarmi a foggia d'usuraio dinanzi ai nobili, e non ispirare terrore che ai debitori impotenti a pagare. Sì, se tal cambiamento, o Rebecca, fosse possibile, mi sommetterei a sofferirlo per avvicinarmi a voi, per isfuggire la parte spaventevole che debbo avere alla vostra morte.»

«Voi dipingete l'Ebreo considerandolo in quello stato cui l'ha ridotto la persecuzione di coloro che vi somigliano. Il Cielo nella sua collera sbandì l'Israelita dalla sua nativa contrada, e l'industria gli aperse quella sola via alla ricchezza e al potere che l'oppressione non gli potè togliere. Ma leggete l'antica storia del popolo di Dio, e ditemi se coloro, pei quali Iehovah operò cotanti prodigi erano riguardati fra le nazioni siccome un popolo d'avari e d'usurai. Sappiatelo, cavaliere superbo, noi noveriamo nella nostra gente tai nomi, a petto de' quali i vostri nobili, anche i più antichi, son come cetriuoli al confronto de' cedri; nomi che risalgono a que' rimotissimi tempi allorquando il Creatore degnava manifestarsi alle sue creature, nomi che traggono il proprio splendore, non dai favori d'un principe della terra, ma da una voce di Cielo, che comandò ai nostri antenati d'appressarsi agli altri dell'Onnipotente. Tali erano i principi della casa di Giacob.»

Fino a tal passo raggiarono come di celestial luce le guance di Rebecca, luce che si appannò, allorquando continuando in suo dire soggiunse: «Tali, sì, erano i principi della casa di Giacob, ma tali non sono più. Calpestati i lor discendenti siccome l'erba recentemente mietuta, confusi colla polvere delle strade maestre! Pur trovansi alcuni fra essi che non dismentiscono la sublimità della propria origine, e di questo novero, il vedrai, è Rebecca, figlia di Adonikam.... Addio. Non invidio, nè i tuoi onori comperati a prezzo di sangue, nè i tuoi antenati barbari e pagani, nè la tua fede, che è sempre nel tuo labbro, non mai nel tuo cuore o nelle tue opere.»

«Per il giusto Iddio, vi è un sortilegio gettato sopra di me» sclamò il Templario «e quasi incomincio a credere che quello scheletro ambulante del nostro Gran-Mastro abbia detta la verità. La ripugnanza ch'io provo in lasciandovi è d'indole più che naturale. Avvenente fanciulla» diss'egli avvicinandosi a lei nel modo il più rispettoso «così giovane, così bella, così sublime sprezzatrice della morte, pur dannata ad una morte obbrobriosa e crudele! Chi non gemerebbe sul vostro destino? Son venti anni che una lagrima sola non ha inumidite le mie pupille; pure nel contemplarvi il pianto scorre a torrenti sulle mie guance!... Ma la sorte è gettata, e nulla omai può salvarti. Tu ed io siam divenuti soltanto i ciechi strumenti d'una fatalità che entrambi persegue, simili a due vascelli spinti l'un contra l'altro dalle ondate di una tempesta, e nel tempo stesso inghiottiti in mezzo ai vortici dell'abisso. Perdonatemi adunque, e separiamci almeno da amici. Invano ho cercato cambiare le vostre deliberazioni. Le mie sono immutabili come i decreti del Fato.»

«Ed è appunto in tal guisa, che gli uomini incolpano il Fato di quanto è conseguenza delle loro passioni, de' loro errori.... Pur vi perdono, Bois-Guilbert, benchè siate voi la cagione dell'immatura mia morte. La vostra anima era capace di azioni nobili e grandi, ma fatta simile ai campi degl'infingardi, il loglio vi ha spento il buon grano.»

«Sì, Rebecca, sono altero, imperioso campo privo di coltura; è vero quanto voi dite, e lo confesso io medesimo. Ma tai circostanze appunto m'innalzarono al di sopra degli spiriti deboli, degl'imbecilli, degli uomini superstiziosi che mi circondano. Le armi fin dalla prima giovinezza furono la mia professione. Portai sempre alti i miei divisamenti, sempre gli ho seguiti con fermezza e costanza, sempre sarò quel che or sono, altero, inflessibile, incapace di cambiamento, e il mondo ne avrà una prova... Ma voi, mi perdonate, o Rebecca?»

«Volentieri fin dove è possibile che una vittima possa perdonare a chi la sagrifica.»

«Addio dunque» disse il Templario, e precipitoso abbandonò quella stanza.

Intanto in una stanza contigua il commendatore di Malvoisin aspettava impaziente il ritorno di Bois-Guilbert.

«Voi vi faceste ben lungo tempo aspettare» gli disse in veggendolo. «Io stetti finor sulle brage. Che cosa sarebbe avvenuto se il Gran-Mastro o il suo esploratore Corrado, fossero giunti sin qui? Avrei pagata ben caro la mia compiacenza.... Ma che avete dunque, o fratello? Appena voi m'ascoltate, e la vostra fronte è ingombra di nubi.»

«Io sono» rispose il Templario «simile ad un miserabile malfattore condannato a morire fra un'ora, e forse più ancor da compiagnere, perchè avvi chi è pronto a spacciarsi della vita come d'un logoro vestimento. Ne attesto il cielo, Malvoisin! Questa giovinetta m'ha disarmato d'ogni mia risoluzione; e son quasi in procinto di correre a trovare quell'ipocrita del Gran-Mastro, a dire a lui, a lui stesso, che abbiuro l'Ordine, che rifiuto sostenere il barbaro incarico addossatomi dalla tirannide di costui.»

«Siete pazzo? Questo è un volere assicurare la vostra rovina senza averne quindi la menoma probabilità di salvar questa Ebrea, cui siete avvinto in guisa fuor del credibile. Beaumanoir nominerà un altro campione che sostenga in vece vostra la giustizia della pronunziata sentenza, e l'accusata perirà egualmente come se aveste adempiuti i doveri che vi furono prescritti.»

«Non è vero» replicò impetuosamente Bois-Guilbert. «L'accusata non perirà, perchè sarò io medesimo il suo difensore. Potreste voi dirmi, o Alberto, qual è il cavalier del nostr'Ordine, a cui non possa io darmi vanto di far votare l'arcione?»

«Voglio concedervi questo. Ma dimenticate voi che non avrete nè il tempo nè i modi per mandare a termine un sì stravagante divisamento? Correte a presentarvi a Luca di Beaumanoir, a protestargli che rinunziate ai vostri voti d'obbedienza, e mi saprete dire se il vecchio tiranno vi lascia due minuti di libertà. Appena avrete voi profferiti questi accenti inconsiderati, ei vi fa mettere cento piedi sotterra nelle prigioni della Commenda, perchè siate giudicato qual cavaliere fellone; o se pel vostro meglio continuasse ancora a giudicarvi ammaliato, posseduto dal demonio, non sarete forse rinchiuso per costui cenno in un convento, ove diverranno vostro letto la paglia, vostri alimenti pane ed acqua, vostri sollievi gli esorcismi, ove sarete a tutte l'ore inondato d'acqua santa per discacciare lo spirito infernale che vorranno impadronitosi di voi? Non vi resta che una via, Brian di Bois-Guilbert. Comparir nella lizza, o siete irremissibilmente disonorato e perduto.»

«Fuggirò senza far motto di nulla al Gran-Mastro; andrò in qualche lontano paese, ove non sieno ancor penetrati la follia ed il fanatismo. Ivi saprò farmi una rinomanza novella. Ma almeno le mie mani non saranno macchiate nel sangue di questa creatura innocente.»

«Non potete più fuggire, o Brian. I vostri discorsi inconsiderati hanno fatta sospetta la vostra persona, nè vi è oltre permesso uscire della Commenda. Nol credete? Fatene la prova. Presentatevi alla porta, e vedrete qual chi va là! vi faranno le sentinelle poste a custodire il ponte levatoio. Tale espediente vi sorprende e vi irrita! Ma ben per voi, che sia stato preso! Se perveniste a fuggire che ne accadrebbe? Voi diverreste l'obbrobrio della vostra prosapia, voi rimosso inonoratamente dal vostro grado, vedreste offuscata in un istante tutta la gloria che per belle imprese vi meritaste. Fermatevi in tale considerazione. Ove andranno a nascondersi i vostri fratelli d'armi che finora vi sagrificarono i lor voleri, i loro affetti, allorchè udranno chiarire Brian di Bois-Guilbert qual cavaliere traditore e fellone? Qual duolo ne avrà la corte di Francia? Qual gioia pel superbo Riccardo in ascoltando come il Templario che osò resistergli in Palestina, che giunse quasi a minorargli la fama, or perdè onore e rinomanza per amore d'una giovane ebrea, cui nemmeno con tai sagrifizi potè salvare la vita?»

«Vi ringrazio, Malvoisin» sclamò Bois-Guilbert; «voi avete toccata la più viva di tutte le corde. Accada quanto sa accadere, i predicati di fellone, di traditore non verranno mai aggiunti al nome di Bois-Guilbert. Piacesse a Dio che Riccardo in persona, o alcuno degl'Inglesi suoi favoriti si presentassero nella lizza! Ma niuno si presenterà. Non saravvi chi voglia avventurarsi a rompere una lancia a pro di questa giovane innocente, di questa giovane derelitta!»

«E allora tanto meglio per voi! Se niun campione si presenta per difendere questa giovane infelice, voi non avrete contribuito in guisa alcuna alla sua morte. Non si potrà di questa accusar che il Gran-Mastro, egli solo ne sopporterà il biasimo, come si arrecherà a gloria e ad onore d'esserne biasimato.»

«Sì certamente! se niun campione comparisce nello steccato, io non sarò in questo atroce spettacolo che un figurante montato sul mio cavallo e coperto della mia armatura; io non avrò alcuna parte nelle conseguenze che ne verranno.»

«No, senza dubbio, non vi avrete maggior parte di quanta ne abbia, quando viene portata nelle nostre processioni, la bandiera di san Michele armato da capo a piedi.»

«Ebbene, Malvoisin! riprendo tutta la mia fermezza. D'altra parte Rebecca non mi ha ella medesima rifiutato, sprezzato, oppresso co' suoi rimproveri? Perchè immolerò ad essa la stima che mi concedono i miei fratelli? Sì: mi vedrete nella lizza, ed è questa l'ultima, immutabile mia deliberazione.»

Dette le quali cose uscì dell'appartamento, ma il Commendatore lo seguì per vegghiare sopra di lui, ed afforzarlo nelle nuove intenzioni manifestate. Malvoisin prendea tanta sollecitudine agl'interessi di Bois-Guilbert, perchè sapea, che se questi fosse un dì pervenuto alla carica di Gran-Mastro, ne avrebbe conseguite per sè dignità primarie dell'Ordine. Lo spronavano in oltre a comportarsi in tal guisa le cose promessegli da Corrado Montfichet, come compenso alle cure che egli si assumerebbe per far condannare la sfortunata Rebecca. Ma quantunque nel combattere i sentimenti di pietà cui stava per cedere l'amico suo, avesse avuti sovra il medesimo tutti i vantaggi che lo spirito di maneggio e di personale interesse suggerisce a chi si trova a petto persone agitate da violenti e contrarie passioni, pur ebbe d'uopo di tutta l'accortezza a mantenerlo nel proponimento che ad inspirargli era giunto. Gli fu quindi mestieri seguirne tutte le pedate, onde assicurarsi che non gli tornassero in animo le deliberazioni di fuga, ed impedire ch'ei si trovasse alla presenza del Gran-Mastro, la qual cosa avrebbe potuto condurre una aperta rottura fra entrambi. E gli fu parimente mestieri replicare più d'una volta i ragionamenti adoperati per radicare in esso la persuasione, che comparendo nella lizza quale campione dell'Ordine, non contribuiva in nulla alla morte di Rebecca, nè avea poi altra via a salvare il proprio onore e la propria fama.