— No — rispose Sweeney. — Una cosa più difficile e più utile. Vestiti mentre ti raggiungo. Ci metterò dieci minuti, in taxi.

Depose il ricevitore e, dopo un quarto d’ora, bussava alla porta di Ehlers. Jay aprì e lo invitò a entrare. Era leggermente imbarazzato e combattivo insieme. Non aveva indosso la cravatta né la giacca, ma per il resto era completamente vestito.

Sweeney si accomodò sul letto, accese una sigaretta e guardò Ehlers.

— Dunque — disse — tu hai pensato che io fossi l’assassino.

— Non lo pensavo io, Sweeney. È stato il capo.

— Certo, e per suo conto poteva anche essere. Bline non mi conosceva. Non era mio amico da dieci e più anni. E ha mandato te e qualche altro a prendermi, insieme con le armi che avreste potuto trovare da me. Io non c’ero e tu hai avuto la brillantissima trovata di mostrare la tua abilità, aprendo la mia stanza per frugarci dentro. Tu non hai eseguito degli ordini, li hai superati. E tutti i bicchierini bevuti insieme in dodici anni di amicizia, tutte le partite a carte, tutti i soldi che ci siamo prestati a vicenda? E quella volta che… all’inferno, non voglio stare a parlartene.

Il volto di Ehlers si era coperto di rossore. Disse: — Ricordo benissimo quando tu mi hai salvato dal licenziamento, non hai bisogno di ricordarmelo. Va bene: avrei dovuto pensarci su due volte. Ma c’è qualcos’altro o sei venuto qua solamente per sfogarti?

— No, c’è uno scopo. Ti offro un’occasione per cancellare quel che hai fatto. Voglio che tu mi apra una porta, la porta dell’ufficio di un tale.

— Sei impazzito, Sweeney? Di chi?

— Di Doc Greene.