— D’accordo, è troppo alto. Diciamo allora che vale settemila dollari. È abbastanza esatta la cifra di settemila?

Gli occhi di Yahn erano quasi completamente chiusi ed egli sorrideva appena: in quel momento assomigliava più a un Budda dormiente che a un Babbo Natale, ma Sweeney non si lasciava ingannare. Harry Yahn non stava né dormendo né contemplando il Nirvana. Certo, non mentre si parlava di migliaia di dollari.

Yahn parlò. — Spero che tutte queste chiacchiere portino a un fatto concreto.

Sweeney a ragion veduta tardò a rispondere, gingillandosi con una sigaretta e accendendola con calma. Infine disse: — Se io faccio pubblicità a Greene e a Iolanda, invece che all’“El Madhouse”, debbo consigliarli di concludere immediatamente una scrittura in un altro posto, invece di aspettare quattro settimane. Però questo, Harry, ti costerà settemila dollari, e a me non piacerebbe farlo, dato che ti ho sempre considerato un amico.

— Iolanda è legata a noi dal contratto per quattro settimane.

Sweeney sorrise. — Hai letto il contratto con attenzione?

Yahn aprì gli occhi a metà e fissò Sweeney. — Sei qui a nome di Greene, per questa faccenda? Ti ha mandato lui per farmi muovere?

— No. E nessuno cerca di farti muovere, Harry.

Harry Yahn pronunciò una parolaccia. — Non funziona la storia, Sweeney. Se nel contratto ci fosse una sola virgola che permettesse a Greene di portare Iolanda altrove, sarebbe qui lui a mostrarmela. Per suo proprio conto. Perché ne ha parlato a te?

Sweeney si abbandonò all’indietro comodamente sullo schienale della seggiola. — Non me lo ha detto lui. E ancora non ne sa niente. Avevamo fatto una scommessa su quanto guadagnavano Iolanda e Demonio all’“El Madhouse”, e lui mi ha mostrato la copia del contratto, firmata da Nick, per vincere la scommessa. Infatti l’ha vinta, ma io mentre avevo in mano il foglio ho letto per caso quella virgola. Capito?