— Certo che posso. Proprio da Chicago. Vedete, Charlie, io so qualcosa che nessun altro sa ancora e che può fare un gran chiasso intorno alla statuetta, senza parlare di come sia stata concepita e modellata. Il vostro nome e quello di vostra sorella non c’entreranno neppure.

— Se potete tenerne fuori Bessie…

— Certo, è facile. La vostra storia non è quella che importa veramente, almeno per quello di cui io voglio parlare. È un peccato, ma possiamo non farne cenno. E per quel che vi riguarda, manderò un telegramma alla Ganslen, perché comincino la lavorazione di un grosso lotto di statuette, per averle pronte quando scoppierà la bomba. Sentite, Charlie, non venite mai a Chicago?

— Da un paio d’anni no.

— Quando avrete ricevuto un po’ di quei dollari, venite a passare una serata con me. Vi mostrerò la città. Se arrivate in città di giorno telefonatemi, al “Blade”, in cronaca. Se arrivate di sera, invece, chiamatemi al…

— Cronaca? “Blade”? Voi siete un giornalista?

— Oh, Dio! — esclamò Sweeney disperatamente. Non avrebbe dovuto parlare, avrebbe dovuto mettersi subito e in fretta le mani sullo stomaco. Ma non lo fece.

Il pugno di Charlie arrivò sfiorando il polso di Sweeney e questi si piegò come un burattino, in tempo per ricevere il secondo pugno di Charlie sul mento. Ma, come era accaduto prima, sul mento non lo sentì neppure. Udì Charlie dire: — Sporco vigliacco, figlio di puttana, bugiardo… vorrei che ti alzassi per picchiarti.

Nulla era più lontano dalla mente di Sweeney, o meglio da quello che restava della sua mente. Non riusciva neanche a parlare, perché, se avesse aperto la bocca, ne sarebbe uscito qualcosa, ma non parole.

Udì Charlie allontanarsi.