— È morto troppo in fretta. Se gli avessi sparato alle gambe invece che al cuore, avrei potuto prendergli il coltello e… ma non l’avrei fatto, lo so. — Scosse lentamente il capo. — In ogni modo, gli ho fatto un bel buco. Tanto grande da farci passare dentro la testa.
Sweeney sospirò e sedette. — Dimenticatelo, Charlie. Parliamo di pittura.
Charlie annuì lento. Parlarono di pittura e poi di musica e poi tornarono alla pittura. La bottiglia di Sweeney fu vuotata e passarono al gin di Charlie. Era discretamente perfido. Dopo un poco, Sweeney trovava difficile fermare lo sguardo sui quadri di cui stavano discutendo, ma la mente gli era rimasta chiara. Abbastanza chiara da rendersi conto che stava trascorrendo una magnifica serata, con una delle conversazioni più interessanti che godesse da molto tempo. Non gli dispiaceva più di essere venuto a Brampton: Charlie gli piaceva, era della sua stessa razza. E teneva bene l’alcol, proprio bene. Aveva la lingua impastata, ma parlava sempre con logica.
Anche Sweeney era in quelle condizioni ed era ancora tanto in sé da tener d’occhio l’orologio. Quando furono le dieci e un quarto, un’ora prima della partenza del treno, disse a Charlie che doveva andare.
— In auto?
— No. Ho prenotato un posto sul treno delle undici e un quarto. Ma c’è un bel po’ di strada per la stazione. Ho passato una splendida serata.
— Non c’è bisogno di andare a piedi. C’è un autobus che percorre Main Street. Potete prenderlo all’angolo. Vi accompagno.
L’aria fredda della notte gli fece bene e cominciò a riportarlo alla sobrietà.
Charlie gli piaceva e avrebbe voluto fare qualcosa per lui. Anzi, d’improvviso vide in un lampo il «modo» di essergli utile. — Charlie — disse — ho un’idea per farvi guadagnare quei dollari con la statuetta, senza la pubblicità che non volete. Deve essere una pubblicità per la statuetta in sé, senza nominare né voi né vostra sorella.
— Va bene, se potete farlo…