Sì, Dorothy aveva amici, uomini; qualche volta usciva con alcuni di loro, ma nessuno era stato «una cosa seria». La Haley li aveva conosciuti tutti e ne aveva detto i nomi alla polizia. Non che alcuno di loro potesse trovarsi implicato in quell’orribile delitto, ma la polizia aveva insistito a chiederglieli. A quanto sembrava, però, anche la polizia li aveva trovati a posto, perché, se ne avesse arrestato qualcuno, lo si sarebbe letto sui giornali, no? Sweeney l’assicurò di sì, e lei continuò dicendo che erano tutti cari ragazzi, proprio cari, e ogni volta che l’avevano accompagnata a casa, l’avevano salutata al portone senza entrare. Dorothy era una brava ragazza.

Povera figliola, pensò Sweeney e si domandò se fosse morta vergine. Sperò vivamente di no, ma non lo disse a voce alta. È bello, pensava mentre la Haley continuava a chiacchierare, che una ragazza si conservi per il Bene, ma è un pessimo scherzo se il Male le piomba addosso prima del tempo, sotto forma di un coltello affilato. Anche il modello della «Statua che urla», la povera Bessie Wilson, non era stata risparmiata da quel Male.

Sweeney sentiva, senza motivi speciali, che Bessie gli sarebbe piaciuta, e quasi desiderava averla conosciuta. E, diavolo, gli piaceva Charlie Wilson, nonostante quel che gli aveva fatto. Un piccolo ometto eccitabile, simpatico, quando non andava tirando pugni nello stomaco altrui.

Decise di mantenere comunque la promessa fatta a Charlie e di spedire il telegramma alla Ganslen. Stava scrivendolo nella sua mente, quando si ricordò del luogo in cui si trovava e si rese conto che la Haley stava ancora parlando e che lui non l’aveva ascoltata. Le diede retta quanto bastava per essere certo di non aver perso nulla di importante e se ne andò, declinando un invito a cena.

Scese al Loop e trovò un ufficio telegrafico aperto. Sedette con la matita e un blocco di carta, e consumò due o tre fogli prima di compilare un testo, anche troppo concentrato. Lo rilesse, scoprì che mancavano alcuni punti importanti, e rinunciò all’impresa. Andò ai telefoni e si fece dare una linea di comunicazione diretta con Louisville. Per fortuna aveva buona memoria per i nomi e ricordava nome e cognome del direttore generale della Ganslen, col quale aveva parlato la prima volta. Lo ritrovò nell’elenco degli abbonati, entrò in cabina e pochi minuti dopo parlava con il direttore generale e direttore agli acquisti della Ganslen Art Company.

— È Sweeney — disse — del “Blade” di Chicago, signor Burke. Ho parlato con voi qualche giorno fa, a proposito di una statuetta della vostra ditta. Siete stato allora tanto gentile da dirmi chi ne era lo scultore.

— Sì, ricordo infatti.

— Per ricambiarvi il favore, vi dirò qualcosa che procurerà molti guadagni a voi e a Chapman Wilson. Vi chiedo solamente di tener segreto quanto vi dirò fino a domani pomeriggio, quando sul “Blade” apparirà tutta la storia pubblicata. Siete d’accordo?

— Mah… d’accordo su che cosa, precisamente, signor Sweeney?

— Semplicemente a non dire a nessuno tutto quello che io sto per raccontarvi, prima di domani pomeriggio. Voi potete far tesoro dell’informazione e mettervi al lavoro anche subito. E prepararvi a incassare.