Tornò nella sua stanza e preparò sul bracciolo della sua ampia poltrona la bottiglia di whisky con un bicchiere. Si tolse giacca e cappello, e slacciò la cravatta e il colletto. Poi si accoccolò davanti al giradischi, esaminando la raccolta di dischi. Non che avesse bisogno di rileggerne i titoli: sapeva già quale avrebbe suonato. Era la Sinfonia N. 40 di Mozart. Probabilmente a guardarlo non avreste mai pensato che fosse così, ma la Sinfonia N. 40 in do min. op. 550 era la preferita di Sweeney. Accomodò i tre dischi, depose la puntina sul primo e si sdraiò sulla poltrona ad ascoltare.
Perché dovrei dirvi ancora qualcosa di Sweeney? Se conoscete la N. 40 di Mozart, l’oscura irrequietezza che la agita, il cupo sfondo che appare dietro il contrappunto pieno di grazia e di spirito, potete conoscere anche Sweeney. E se la N. 40 di Mozart è per voi semplicemente un elegante e talvolta monotono minuetto, che può accompagnare una conversazione da salotto, allora Sweeney non sarà per voi che un altro qualsiasi cronista a cui succede periodicamente di ubriacarsi. Ma lasciamo andare: quel che pensate voi e quel che penso io non ha nessuna importanza per quanto riguarda Sweeney che apre la bottiglia e si versa da bere. E beve.
Al mondo vi sono molte cose strane. E una delle più strane è una scatola di legno che contiene dei fili di rame e dei dischi di metallo, una mezza dozzina di spazi vuoti come il nulla e un filo nero che termina dentro il muro, da cui proviene qualcosa che chiamiamo elettricità perché non sappiamo che cosa sia. Pure, essa giunge, e la materia inorganica prende vita; davanti a voi sta un piatto che gira, recando un disco, un ago scorre in un’incisione. Una punta che danza nella riga sottile e un diaframma che vibra, e tutta l’aria intorno a voi si riempie di vibrazioni; i pensieri di un uomo che è morto da un secolo e mezzo vi si affollano intorno e voi vivete nelle luci e nelle ombre dell’anima di un morto. Dividete le sensazioni tormentate di un piccolo musico di corte, pieno di vitalità e oppresso da una terribile miseria, che forse avverte l’avvicinarsi della morte e perciò lavora con rapidità prodigiosa, portando a compimento in poche settimane la più grande sinfonia che egli abbia mai scritto.
Sì, esistono strane cose. Sweeney era là, centellinando il suo secondo bicchiere mentre con il terzo disco si iniziava il secondo movimento, l’andante leggero. Li finì insieme, il disco e il bicchiere. Sospirò e si alzò dalla poltrona; gli faceva ancora male la testa e si sentiva abbattuto, ma il tremito delle mani era scomparso. Risciacquò il bicchiere e ripose la bottiglia, ancora piena più che a metà. Voltò i tre dischi e si riaccomodò ad ascoltare il resto della sinfonia.
Chiuse gli occhi e si dedicò soltanto ad ascoltare la fine del secondo movimento. Fin troppo brevemente sorsero e morirono le note chiaroscure del minuetto e trio del terzo movimento, per lasciare il posto a quel che egli aveva aspettato fin dal principio: l’amaro finale, l’allegro molto, immagine del potere e della infinita malinconia della gloria.
Sweeney restò seduto ad ascoltare il silenzio, e dopo qualche tempo si mise a ridere, ma non forte. Ormai era fuori, era a posto, era sobrio. Fino alla prossima volta, che poteva presentarsi dopo mesi o dopo anni. Dopo che l’inferno si fosse accumulato dentro di lui in maniera tale da costringerlo a inzupparsi di alcol; fino ad allora sarebbe potuto essere normale e bere normalmente. Lo so, gli alcolizzati non possono far questo, ma Sweeney non era un alcolizzato; poteva (e lo faceva) bere con moderazione, normalmente, e solo una volta ogni tanto poteva cancellare la cupa profondità dell’umore mutandola in una lunga ubriachezza. Esiste questo tipo di bevitore, anche se negli ultimi tempi la maggioranza dei bevitori è costituita dagli alcolizzati.
Ma Sweeney ora aveva superato il momento; era scosso, ma non più tremante, e stava bene: poteva anche riprendere il suo lavoro, ne era certo, se solo avesse mangiato un boccone. Avrebbe potuto pagare i debiti in poche settimane e tornare al punto in cui era, dovunque quel punto si trovasse.
Oppure… Sì, stava bene. Ma quella decisione assurda o soluzione o quel che era stato… E d’altronde, perché no? «Tutto ciò che vuoi.» Non aveva forse indovinato qualcosa di giusto Dio, dicendo così? «Tutto quello che vuoi, purché tu lo voglia con tanta intensità da concentrarti tutto nello scopo di ottenerlo.» Si trattasse di una piccola cosa come un milione di dollari o di una cosa immensa come il trascorrere una notte con… come si chiamava?… Iolanda Lang.
Rise di nuovo, chiudendo gli occhi per ricostruire nella memoria l’incredibile scena di cui era stato spettatore dietro la vetrata del portone di State Street. Dopo pochi secondi cessò di ridere e si disse: “Sweeney, tu vai in cerca di guai. Prima di tutto hai bisogno di soldi: un piccolo cronista come te non può farcela con una donna come quella. In secondo luogo, per far centro, devi dare la caccia allo Squartatore. E potresti anche trovarlo”.
E il trovarlo non sarebbe stata di certo una bella cosa, Sweeney lo sapeva, dato che nutriva un vero orrore, una fobia addirittura, per il gelo dell’acciaio, per l’acciaio appuntito e freddo. Acciaio affilato come una lama di rasoio che può attraversarti il ventre e spargere i tuoi visceri sul marciapiede, dove non ti servirebbero più a nulla, Sweeney. Proprio, se lo disse: “Sei un dannato idiota, Sweeney”.