— Appartiene a Yahn, almeno per la maggioranza, ma non lo dirige lui. Lui ha preso un altro locale.
— Del genere zuccherino, come questo?
Il barista sorrise debolmente. — Non questo genere.
— Oh! — esclamò Sweeney — allora sarà un piccolo bar, con una grande sala sul retro, e se si conosce un tale che si chiama Joe e che sta alla porta, si può perdere nel retro anche la camicia.
La bionda grassoccia all’estremità del banco batteva con impazienza il bicchiere sul ripiano. Il barista sussurrò: — Il tizio alla porta si chiama Willie — e scivolò via a portar da bere alla bionda.
Dopo aver finito il suo bicchiere, Sweeney si alzò e uscì per Clark Street nel crepuscolo. Si diresse a sud, verso il Loop, camminando piano, senza meta, cercando di riflettere, senza riuscirvi. Conosceva bene quello stadio della ripresa, quando la mente era confusa e i suoi pensieri si muovevano come fantasmi in una fitta nebbia, mentre le sensazioni fisiche giungevano con una vivezza abbagliante: i clacson delle automobili e i campanelli dei tram erano spaventosamente rumorosi; gli occhi mettevano a fuoco perfetto ogni oggetto; gli odori, che di solito neppure notava, avevano una forza nauseante.
Doveva mangiare a qualunque costo, e presto, per riprendere le forze. Soltanto una certa quantità di cibo solido avrebbe dissipato la nebbia dal cervello e liberato lui dalla sensazione di leggerezza e dalla prostrazione fisica che stava per penetrargli fin nelle ossa. Tutte queste percezioni e l’emicrania martellante lo accompagnavano ancora. E pensò a quanto sarebbe stato bello morire, senza sforzo e senza dolore, senza neppure avvedersene: addormentarsi e non svegliarsi più. Anche dormire è un bene, ma poi vi dovete sempre svegliare per ritrovarvi nella confusione e nella complicazione e in quelle mille piccole sofferenze, che di quando in quando maturano in una grande sofferenza, alla quale soltanto l’immergersi nell’alcol dà sollievo.
Ma in quel momento non si trattava precisamente di questo. Quell’unico whisky bevuto all’“El Madhouse” non gli aveva dato il desiderio di berne un altro, non gli aveva né schiarito né confuso la mente e non aveva nemmeno avuto un sapore, buono o cattivo che fosse. Sul ponte, quando infine vi giunse, si sentì meglio. Ci soffiava una brezza fresca ed egli sostò a contemplare il fiume, lasciando che il vento lo colpisse. Quando si voltò per tornare indietro, scorse un taxi vuoto e si fece portare a casa.
Quando fu nella sua stanza, prese dal letto la pila dei giornali e si sdraiò in poltrona. Trovò l’articolo sul primo assassinio, quello di Lola Brent: mezza colonna in seconda pagina, ma pochi particolari. Non si faceva cenno allo Squartatore. Era la storia di una donna, e una donna poco importante, d’altronde, che era stata trovata morta nel passaggio tra due edifici della Trentottesima Strada. L’arma usata era stata un rasoio o una lama sottile di coltello. L’assassinio era avvenuto tra le quattro e le cinque del pomeriggio, in pieno giorno. Non vi era stato nessun testimone e il cadavere era stato scoperto da un bambino che tornava a casa dal campo di gioco. La polizia era alla ricerca dell’uomo con cui Lola Brent conviveva.
Sweeney prese il secondo giornale, dove il fatto era presentato con maggior rilievo, ed era accompagnato da due fotografie. Una era di Lola Brent: bionda e bella. Non mostrava i trentacinque anni che le si attribuivano nel resoconto, gliene avreste dato poco più di venti. L’altra fotografia ritraeva l’uomo arrestato dalla polizia, Sammy Cole: aveva capelli neri, ricci e una faccia simpatica. Aveva negato di aver ucciso Lola Brent ed era stato trattenuto in attesa di accertamenti.