— No, l’ho comperata io da lui a Brampton. Sono io che mi occupo degli acquisti, durante i molti viaggi che faccio apposta nel corso dell’anno. Abbiamo un certo numero di artisti dai quali acquistiamo modelli ed è molto più pratico andare di persona nei loro studi a vedere che cos’hanno, piuttosto che avere qui in magazzino un monte di roba, di cui la maggior parte si dovrebbe poi rimandare indietro. «La statua che urla» l’ho comperata da lui un anno fa, insieme ad altre due figurine. Per le altre ho indovinato perché si vendono benissimo.
— Questo Chapman Wilson… ha copiato la statua dal vero o come?
— Non saprei; non gliel’ho domandato. L’originale era in creta, della stessa misura delle nostre copie, circa venticinque centimetri. Ho accettato il rischio di prenderla perché era diversa dal solito. L’insolito può avere un magnifico successo oppure essere un fallimento. È il rischio che corriamo noi.
— Non sapete nulla su Chapman, personalmente?
— Non molto. È piuttosto stravagante, ma quasi tutti gli artisti lo sono.
— È sposato?
— No. O almeno credo di no. Non gliel’ho domandato, ma non ho mai visto in casa sua una donna o qualche traccia femminile.
— Mi avete detto che è stravagante: potrebbe essere addirittura uno psicopatico?
— Credo di no. È un poco svaporato, e basta. La maggior parte della sua produzione è graziosa e normale e si vende benissimo.
— Grazie mille — disse Sweeney — credo di non avere altro da chiedervi. Arrivederci. — Si segnò le unità telefoniche, per sistemare i conti con la signora Randall, e tornò in camera.