Seduto sull’orlo del letto, guardava la statuetta nera: era stato più fortunato di quanto non avesse sperato. Soltanto due statuette erano state vendute a Chicago ed egli ne aveva una davanti agli occhi. L’altra… forse in quel momento la guardava lo Squartatore.
La fortuna degli irlandesi, pensò Sweeney: si occupava del caso da un giorno e aveva una traccia per cui i poliziotti avrebbero dato un occhio. Inoltre, si sentiva pronto per il compito che lo aspettava. Provava perfino un certo appetito, e sarebbe probabilmente riuscito quel giorno a inghiottire un intero pasto. Si tolse l’accappatoio e, appendendolo a un gancio, si stirò piacevolmente. Si sentiva più grande e sorrise alla statuetta, pensando: “Tu e io, piccola, siamo di un passo avanti alla polizia e tutto quel che dobbiamo fare è di trovare la tua sorellina”.
La statuetta continuò nel suo silenzioso urlo di terrore, e il sorriso di Sweeney disparve: in qualche angolo di Chicago, un’altra statuetta stava urlando come la sua e con miglior motivo. Era un pazzo armato di un coltello a possederla, un essere dalla mente contorta e dal rasoio diritto e affilato. Un essere che non avrebbe mai voluto che Sweeney lo scoprisse. Mentalmente Sweeney si scosse per allontanare quel pensiero e si voltò verso lo specchio sopra il lavabo, passandosi una mano sulla faccia. Doveva farsi la barba: nel pomeriggio avrebbe conosciuto Iolanda, se Doc Greene manteneva la parola. Aveva idea che l’avrebbe mantenuta. Stese in fuori la mano per osservarla: sì, era abbastanza ferma perché potesse farsi la barba col rasoio affilato senza tagliarsi. Prese sulla mensola il sapone da barba e il pennello, immerse questo nell’acqua bollente e si insaponò abbondantemente la faccia. Poi cercò il rasoio: non c’era, non era là dove sarebbe dovuto essere. La mano gli era rimasta a mezz’aria, sopra alla mensola, in una immobilità gelida, come l’urlo della statuetta, finché, con uno sforzo meditato, la ritirò. Chinandosi in avanti guardò con la massima attenzione e la massima incredulità un segno sul lieve strato di polvere che copriva la mensola, un segno identico alla forma del rasoio.
Ripulì con cura la faccia dal sapone con una salvietta bagnata e si vestì. Poi scese al piano inferiore. La porta della signora Randall era socchiusa. Lei lo chiamò. — Entri, signor Sweeney.
Sweeney si fermò sulla soglia. — Quando avete spolverato in camera mia, l’ultima volta?
— Be’… ieri mattina.
— Vi ricordate di aver visto… — Stava per domandarle se avesse scorto il rasoio al suo posto, poi si rese conto che non doveva domandarlo. Che la donna lo ricordasse o no, il segno fresco sulla polvere indicava che il rasoio era stato ancora là dopo il passaggio dello strofinaccio per la polvere. Allora cambiò la domanda. — È andato qualcuno in camera mia, ieri sera o ieri pomeriggio, dopo che ero uscito?
— No, perché? Non che io sappia con certezza, perché non c’ero. Sono stata al cinema. Vi manca qualcosa?
— Niente di valore — disse Sweeney — forse l’ho preso io quando ero ubriaco, l’ultima volta che sono entrato. Già… e voi non siete più andata in camera mia da ieri mattina?
— No. Anzi, uscite oggi? Vorrei rifarvi il letto e, se andate fuori, posso salire subito.