Hubble si arrestò nuovamente, come se non avesse abba­stanza coraggio per esprimere la certezza che si era ormai formata in lui. Fece un gesto vago verso il cielo annebbiato.

«Quello è il nostro sole» disse «proprio il nostro sole... ma è vecchio ora, molto vecchio. E quella Terra che vedi lag­giù è vecchia anch’essa, nuda, sterile, corrosa e morente. E le stelle... Hai guardato le stelle, Ken, ma non le hai vedute. So­no diverse. Le costellazioni sono scompaginate dal moto del­le stelle, e questo è unicamente dovuto all’opera di milioni di anni.»

«Milioni di anni?» bisbigliò Kenniston. «Ma, allora, tu credi che la bomba...» Tacque di colpo, e capì in quel mo­mento che cosa aveva dovuto provare Hubble quando aveva compreso la realtà. Come si poteva dire una cosa che nessu­no aveva detto mai, prima?

«Sì, la bomba...» disse Hubble. «Una forza, una vio­lenza più grande di qualsiasi altra mai conosciuta. Una vio­lenza troppo grande per essere contenuta nei confini ordina­ri della materia. Troppo grande per sprecare la sua energia in una insignificante distruzione fisica. Invece di distruggere gli edifici, quella violenza ha distrutto lo spazio e il tempo. »

Il rifiuto di Kenniston a tutto ciò si espresse in un grido rauco.

«Hubble! No! Questa è pazzia! Il tempo è assoluto...»

«Tu lo sai che non è così» obiettò Hubble. «Tu lo sai, dai lavori di Einstein, che il tempo per se stesso non esiste, che esiste invece una continuità spazio-tempo. E questa con­tinuità è ricurva, e una forza sufficientemente grande potreb­be sbalestrare la materia da un punto all’altro della curva.»

Sollevò una mano tremante verso quello spettrale paesag­gio, oltre i limiti della città.

«E quella forza immensa, sprigionatasi dalla prima bomba superatomica, ha compiuto tutto ciò. Ha spedito que­sta città in un’altra parte della curva spazio-tempo, in un’al­tra epoca, a milioni di anni nell’avvenire, in questa Terra mo­rente del futuro!»

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