L’incredibile

Quando tornarono nei laboratori, il resto del personale li sta­va attendendo. Erano in tutto una dozzina di uomini, di età varia, da quella di Crisci a quella del vecchio Beitz, e se ne stavano, rabbrividendo, di fronte all’edificio, nella fredda e rossastra luce del sole. Anche Johnson era con loro, in attesa della sua risposta. Hubble guardò Johnson, poi tutti gli altri.

«È meglio che rientriamo» disse.

Nessuno rivolse quelle domande che pur premevano den­tro ciascuno di loro. Silenziosamente, seguirono Hubble at­traverso il portone dell’edificio. Si muovevano a scatti, con impaccio, come se la tensione nervosa fosse divenuta tale da inibire i loro riflessi. Anche Kenniston li seguì, ma non per tutto il percorso.

Si fermò davanti alla porta del suo ufficio, e disse: «Vo­glio accertarmi che non sia successo niente a Carol.»

«Non dirle nulla di quanto è accaduto, Ken» gli consi­gliò Hubble.

«No» ribatté Kenniston. «Non le dirò nulla.»

Entrò nel suo piccolo ufficio e chiuse la porta. Allungò una mano sulla scrivania per afferrare il ricevitore, ma poi la ri­trasse. Il terrore che prima lo aveva sconvolto ora si era tra­sformato in una specie di torpore, di insensibilità, come se fosse stato troppo grande per essere contenuto in un corpo umano e fosse traboccato fuori, portando con sé tutta la for­za e la volontà. Guardò quel familiare strumento e pensò alla sua inutilità, alla inutilità di quei grossi elenchi della guida telefonica, con una quantità di nomi e di numeri appartenen­ti a persone che erano una volta vissute nei villaggi e nelle città vicine e che ora non esistevano più, da... da quanto tem­po? Un’ora e poco più, se si pensava in un dato modo. Ma, se si pensava in un altro modo...

Sedette sulla poltroncina della scrivania. Aveva lavorato a lungo seduto su quella poltroncina e ora tutto quel lavoro non aveva più alcun significato. Troppe cose avevano cessato di avere significato. Progetti e idee, dove trascorrere la luna di miele, il modo in cui desiderava vivere, in quale casa, tut­to. La Florida e la California e New York erano parole senza senso, come ieri e domani. Tutto, era scomparso, i tempi e i luoghi, e non restava più nulla, eccetto Carol. E forse nemmeno lei, Forse se n’era andata con sua zia per una piccola gita in campagna e, se non si trovava in Middletown quando quella cosa terribile era accaduta, anch’essa, allora, se n’era andata, per sempre... sempre...

Afferrò il ricevitore con ambo le mani e ripeté il numero più volte. La centralinista fu molto paziente, con lui. Tutti telefonavano a Middletown, tutti si chiamavano, e al di so­pra di quei frammenti di conversazioni confuse, Kenniston udiva rimbombare nelle sue orecchie le pulsazioni del suo cuore, e pensava che non aveva alcun diritto di desiderare che Carol fosse ancora là, in casa sua. Avrebbe dovuto anzi pregare il Cielo che fosse andata in qualche altro posto, per­ché non poteva desiderare che una persona amata fosse co­stretta a fronteggiare quella vita terribile, che li attendeva. E che vita li attendeva? Chi poteva immaginarselo, in mezzo a tutti quegli orrori indistinti che avrebbero potuto prendere forma?