«Ken?» disse una voce, nel suo orecchio. «Ken, sei tu? Pronto! »
«Carol!» disse Kenniston. Tutta la stanza scomparve, come in una nebbia, ai suoi occhi, e non vi fu più che quella voce.
«Ken! È tanto tempo che cerco di chiamarti. Che cosa è accaduto? La città è tutta sottosopra. Ho visto un lampo terribile nel cielo, ma non vi è stato alcun temporale, e poi, quella scossa... E tu, come stai?»
«Sì, sì, sto benissimo...» Non era affatto spaventata, Carol, almeno non ancora. Era ansiosa, preoccupata, ma non spaventata. Un lampo e una scossa. Allarmante sì, ma non terrificante, non certo la fine del mondo... Kenniston si irrigidì, facendo forza su se stesso, e disse: «Non lo so ancora, che cosa sia stato.»
«Ma puoi saperlo? Qualcuno dovrebbe saperlo.» Non era al corrente, naturalmente, che Kenniston lavorava in un centro atomico. A lui non era stato consentito di dirlo a nessuno, nemmeno alla sua fidanzata e, per lei, Ken non era altro che un semplice tecnico di un laboratorio industriale, vagamente occupato in prove di materiali e cose del genere. La ragazza non aveva mai dimostrato molta curiosità per il suo lavoro, e lui gliene era stato grato, perché ciò gli aveva risparmiato la necessità di mentirle. Ora le era anche più riconoscente, perché Carol non poteva crederlo capace di darle informazioni sull’accaduto. In quel modo, avrebbe potuto risparmiarle la verità ancora per un poco, e rimettersi, lui per primo, dal colpo ricevuto.
«Farò del mio meglio» la rassicurò. «Ma finché non saremo sicuri di che si tratta, desidero che tu e tua zia rimaniate in casa, lontano dalla strada. Non si può sapere come si comporterà la gente, se è presa dal panico. Me lo prometti? Sì... sì. Verrò da te non appena mi sarà possibile.»
Kenniston riappese il ricevitore e, non appena interrotto il contatto con Carol, perse nuovamente il contatto con la realtà. Si guardò attorno, e l’ufficio gli parve d’improvviso come un ambiente irreale, perché non aveva più significato per lui. Avrebbe voluto andarsene al più presto, eppure, quando si fu alzato, rimase per un poco con le mani appoggiate alla scrivania, mentre le parole di Hubble gli martellavano in testa. Ricordava l’immagine del sole e delle stelle, il triste e inconsueto aspetto della Terra. Si sforzava di convincersi che era tutto impossibile, eppure i fatti non si potevano negare. La lunga sequenza del tempo e poi, d’un tratto, una forza dirompente... Desiderava disperatamente di fuggire. Riscuotendosi, uscì nel corridoio e si diresse all’ufficio di Hubble.
Erano tutti lì, i dodici uomini del personale e Johnson. Johnson si era rifugiato in un angolo. Lui aveva visto ciò che era accaduto laggiù, ai limiti della città, mentre gli altri non si rendevano ancora conto. Cercava di capire l’accaduto e la spiegazione che di esso aveva appena udita. Non era una cosa piacevole vederlo ripiegato in quello sforzo mentale. Kenniston guardò gli altri. Aveva lavorato a stretto contatto con tutti loro. Credeva di conoscerli molto bene, avendo vissuto con loro i successi e gli insuccessi del lavoro comune. Capiva ora, invece, che erano tutti estranei, sia verso di lui, sia tra di loro. Erano soli, ognuno in balia della propria paura.
«Anche se questo fosse vero» stava dicendo, in tono quasi truce, il vecchio Beitz «non potete però affermare esattamente quanto tempo sia trascorso. E soprattutto, basandovi unicamente sulle stelle.»
«Non sono un astronomo» ribatté Hubble «ma chiunque può calcolarlo dai diagrammi, in base al moto delle stelle e ai mutamenti delle costellazioni. Non esattamente, certo, ma con quell’approssimazione che può, almeno per ora, interessarci.»