Venne il mattino. La città doveva essere abbandonata a mezzogiorno. Uomini e donne tenevano riuniti i bambini, pronti ad allontanarsi. Non avrebbero preso nulla con loro. In un modo o nell’altro, non avrebbero più avuto bisogno di nulla.
La massa nera ovoidale della bomba fu posta in posizione accanto al pozzo. Con essa vennero approntati altri quattro oggetti rotondi, assai più piccoli, di aspetto del tutto diverso.
«Sono bombe di sicurezza» spiegò Arnol. «Le abbiamo preparate nel laboratorio dell’incrociatore spaziale durante il viaggio. Verranno lasciate cadere dopo la bomba nucleare ed esploderanno nel pozzo prima di essa, per sigillarlo e impedire qualsiasi ripercussione quassù dello scoppio.»
Kenniston guardò i tecnici mentre disponevano le bombe sulla incastellatura, l’una al disopra dell’altra. La caduta di quelle bombe sarebbe avvenuta per mezzo di un telecomando.
Kenniston sentiva aumentare i suoi timori, mentre il momento fatale si avvicinava. Pensava agli abitanti di Middletown che avevano accettato con fiducia l’autorità degli scienziati: con la medesima fiducia noncurante con la quale gli uomini avevano un tempo accettato l’autorità degli stregoni e dei maghi.
Sperava almeno, se l’esperimento si fosse risolto in un disastroso insuccesso, di poter avere la fortuna di non sopravvivere.
Gli esperti elettronici stavano lavorando disperatamente per terminare gli intricati contatti dei meccanismi che avrebbero dovuto rispondere ai comandi con infinita precisione.
Una delle travi della incastellatura aveva leggermente ceduto, e gli operai sudavano per sostituirla.
Ancora poche ore, ormai, e tutto sarebbe stato pronto. Per mezzogiorno, o poco più tardi, avrebbero saputo se la Terra doveva vivere o morire.
In quel momento, uno degli uomini di Arnol li raggiunse. Aveva fatto di corsa tutta la strada, dall’incrociatore spaziale. Era trafelato, senza respiro e aveva gli occhi sbarrati.