«Credo che ti abbia cambiato» disse Carol. «Un poco, sì. Ma credo che cambierebbe chiunque.»

E rabbrividì come se, anche solo a toccarlo, sentisse il re­spiro gelido delle profondità sconosciute, degli abissi infiniti che egli aveva attraversato.

«No, Carol» disse Kenniston «non sono cambiato. Ma non posso rimanere, ora. Debbo ritornare... ogni minuto è prezioso...»

Mentre si affrettava per raggiungere gli altri, Kenniston si accorse che Nuova Middletown era invasa da una eccitazio­ne frenetica. Voci lo chiamavano, mani cercavano di tratte­nerlo, uomini e donne volevano fargli domande. Fu lieto quando poté raggiungere gli altri attorno al grande pozzo.

Gorr Holl gli sorrise.

«Ora, mettiamoci al lavoro!» disse.

Per un tempo che gli parve un’eternità, Kenniston lavorò con gli altri. Fabbri e meccanici furono reclutati nella popo­lazione, fu fatta incetta di metalli e attrezzi. Materiali furono trasportati dall’incrociatore spaziale fino al pozzo. I martelli battevano con assordante clamore, lavorando il metallo su forge improvvisate.

Venne così costruita, gradualmente, penosamente, a prez­zo di sforzi e sudore, una grande incastellatura al disopra del pozzo.

Magro lavorava coi tecnici per mettere a punto gli inne­schi, nonché i comandi elettrici che, da lontano, avrebbero fatto scendere ed esplodere l’ordigno.

Kenniston aveva poco tempo per pensare. Eppure la sua mente ritornava stranamente a Varn Allan, chiusa nella cabi­na a bordo dell’incrociatore spaziale, e si domandava a che cosa stesse pensando.