«Nulla. Sii prudente.»
Kenniston la baciò e tornò di corsa verso la jeep. Grazie al cielo, Carol non era una ragazza isterica e, particolarmente in questa situazione, le era molto grato di ciò.
Salì in macchina e si diresse ai Laboratori, pensando a quale sarebbe stata la sorte sua e di Carol. Sarebbero stati ancora vivi, domani, e il giorno successivo? E se fossero sopravvissuti, che genere di vita sarebbe stata la loro? Pensieri tristissimi, pieni di amarezza e di rimpianto, gli affollavano la mente.
Hubble lo attendeva all’ingresso dei Laboratori, con un contatore Geiger e altri strumenti per il controllo della radioattività. Caricò gli strumenti con cura, indossò la giacca di pelle e salì sulla jeep a fianco di Kenniston.
«Benissimo, Ken... usciamo dalla città, verso sud. Salendo sulle colline che abbiamo scorto in quella direzione, potremo osservare i dintorni.»
All’estremità sud della città, dovettero arrestarsi di fronte a una barriera, all’intimazione della polizia di guardia. Dovettero attendere finché il sindaco telefonò un’affrettata autorizzazione che consentiva a Hubble e a Kenniston di uscire dalla città per un’ispezione delle regioni contaminate.
La macchina percorse ancora una strada di cemento, fra piccole fattorie suburbane, per un tratto di circa mezzo miglio. Poi la strada e i prati, d’improvviso, s’interruppero.
Da quella netta demarcazione in avanti, si stendeva solo una desolata pianura color ocra, a est e a ovest, dovunque, a perdita d’occhio. Non un albero, non un filo d’erba, rompeva quella monotonia. Solamente terra giallastra, e polvere, e vento.
Hubble fissò Kenniston. «Nessuna traccia di radioattività. Puoi andare avanti.»
Davanti a loro sorgevano delle basse colline, desolate e nude. Al disopra di loro stava un cielo livido e freddo. Il sole, pallido, le stelle, pallide, e sotto di esse nessun suono, all’infuori del triste fruscio del vento.