«È vero ciò che dicono, che una bomba atomica è caduta su Middletown?»

Da quando le aveva telefonato, aveva avuto tutto il tempo per allarmarsi. Aveva capelli e occhi scuri; era slanciata ma forte, con caviglie snelle, una bocca ferma e un’espressione dolce. Le piacevano Tennyson, i bambini e i cagnolini, amava accudire la casa e aveva una conversazione tranquilla che da­va l’impressione di una lieta serenità. Era una cosa terribile, pensava Kenniston, che dovesse starsene in un giardino mo­rente, parlando di bombe atomiche.

«Sì» rispose, tuttavia. «È vero.» La vide impallidire e proseguì rapidamente. «Nessuno è rimasto ucciso. Non vi sono effetti radioattivi sulla città, non vi è nulla da temere.»

«Ma qualcosa c’è: lo posso vedere nel tuo viso.»

«Ebbene, vi sono ancora fatti da accertare. Io e Hubble partiamo ora per fare ricerche.» Le prese le mani. «Non ho tempo di parlare, ora, ma...»

«Ken» disse la ragazza. «Perché proprio tu? Che ne sai tu, di queste cose?»

Kenniston capì che si avvicinava il momento temuto, che aveva sempre paventato e che aveva sempre sperato di poter rimandare indefinitamente, quello in cui avrebbe dovuto di­re a Carol qual era il suo vero lavoro. Con quali reazioni lei avrebbe appreso la verità? Non lo sapeva, non lo sapeva affat­to. Era lieto in ogni modo, di poter rimandare ancora una volta, foss’anche per poco. Fece uno sforzo, per sorridere.

«Ti dirò tutto più tardi, al mio ritorno. Rimani in casa, Carol, promettimelo. Solo così non starò in pena.»

«Va bene» disse Carol, lentamente. Poi lo richiamò, d’improvviso: «Ken...»

«Che cosa?»