«È la sirena del Tubificio!» urlò Lauber. «È il segnale!»

Kenniston lanciò la sua jeep in testa alla colonna.

«Benissimo! Lasciate passare quelle macchine! Ma sfate tutti in colonna. Indietro! Tutti in colonna! Non fate ressa!»

I grossi Diesel che barricavano la strada incominciarono a muoversi ruggendo, pesanti come pachidermi. Kenniston si pose alla testa della colonna. Ma quasi subito le altre macchi­ne cercarono di spingersi ai lati.

«Affiancate gli autocarri a tre a tre!» gridò allora Ken­niston a Lauber. «Questo impedirà i sorpassi!»

Attraversarono la Jefferson Street, il letto del fiume, le vecchie case, chiuse accuratamente, il campo di gioco do­ve i bambini non avrebbero giocato mai più. Oltrepassaro­no la Home Street, gli stabilimenti silenziosi, le birrerie della South Street. Da una finestra, un ubriaco gridava pa­role incoerenti, brandendo una bottiglia. Superarono le ul­time case, coi loro piccoli giardini e i loro fiori anneriti dal gelo.

Kenniston scorse dinanzi a sé la linea di demarcazione, il confine fra il passato e ciò che rimaneva della Terra. Rag­giunsero la linea, l’oltrepassarono...

Poi la pianura sterminata, di quel giallo ocra, deserta e de­solata, sotto l’occhio rosso del sole, si spalancò davanti a lo­ro. Il vento freddo li investì, mentre attaccavano la salita del­le colline. Dietro la sua jeep, i grossi Diesel, le vetturette, gli autobus, le auto da turismo, arrancavano rombando in un nuvolone di polvere.

Kenniston guardò giù, lungo la china. Anche l’altro sca­glione si era mosso, ora, ed egli ormai avanzava alla testa di una gigantesca carovana di veicoli che iniziava alla periferia di Middletown... una carovana che usciva dalla Terra di una volta, per sempre scomparsa, verso il suo ignoto, impenetra­bile domani.

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