Kenniston condusse Carol nel vano di una porta, dove avrebbero potuto stare un momento tranquilli, anche se non era possibile rimaner soli.

«So che per te è una cosa molto dura, ma è solo per po­co... voglio dire... questa specie di promiscuità. C’è posto in abbondanza per tutti, qua dentro, e potrete scegliervi i locali che più vi piacciono, tutti per voi. Posso portarti qualsiasi co­sa ti occorra, da casa tua, i tuoi libri, gli oggetti che preferisci, anche i mobili, se vuoi...»

Ma Carol lo interruppe.

«No! Non voglio che si tocchi nulla, là. Voglio che tutto rimanga come l’ho lasciato. Potrò almeno ricordare la mia casa così com’è sempre stata, e chissà che...» Scosse il ca­po, poi proseguì: «Ken, il vecchio signor Peters, che abita­va nella nostra via, ha avuto un altro colpo, quando siamo giunti qui. Lo hanno portato via in una barella. Stava mo­rendo, e ho visto il suo viso. Guardava quegli enormi e spa­ventosi edifici, con un viso così smarrito e pieno di spaven­to. Cercava di capire, di capire, e non poteva.» La fanciulla rabbrividì.

«La morte non è una cosa bella, in qualsiasi luogo avven­ga» disse Kenniston. «Ma siamo giovani e forti e non stia­mo per morire.» Prima di lasciarla, aggiunse: «Un bambi­no è nato durante il percorso. Pensa a questo, Carol, invece di pensare a quel povero vecchio moribondo.»

Se ne andò, depresso e turbato. Carol gli era apparsa di­versa, e non credeva che fosse unicamente a causa della stanchezza. Forse Carol aveva legami tanto profondi con Middletown, con la mentalità di quella cittadina, col suo modo di vi­ta, da non riuscire a dimenticare. Ebbene, quel modo di vive­re era andato in frantumi, ora, e lei e tutti gli altri avrebbero dovuto adattarsi.

Immerso in questi angosciosi pensieri, Kenniston aveva oltrepassato due piazze, prima di accorgersi che un muta­mento era avvenuto nelle strade. Cercò di capire che diavolo fosse. La gente si era quasi tutta riparata negli edifici, ora, e pochissimi erano rimasti nelle automobili, ma non era que­sto. Vi era qualche cosa, qualche cosa...

Le strade erano diventate improvvisamente vive e non ca­piva perché.

Poi, d’un tratto, capì. Erano stati i bambini. Intimoriti dap­prima dalla stranezza del posto e dal comportamento dei grandi, avevano infine compreso che c’era tutta una città a lo­ro completa disposizione... enormi edifici vuoti, pieni di mi­steri e di tesori, nuove strade, nuovi stretti passaggi, novità do­vunque, un territorio assolutamente vergine, da esplorare... A due, a tre per volta, quegli spiriti avventurosi si erano accinti alla grande avventura. Grida e piccoli piedi in corsa risonava­no ora dovunque, piccole figure apparivano qua e là sui mar­ciapiedi, le loro ombre guizzavano in movimento, si udivano le loro voci e il loro riso dovunque, insieme ai rimproveri adi­rati dei parenti. Un monello dal viso intelligente e furbo aveva scoperto che poteva provocare l’eco. Un altro, affascinato dal­le immacolate distese di muri bianchi e lisci, vi stava traccian­do con un pennarello dei caratteri calligrafici che gli parvero diventare sempre più grandi. Quel piccolo accidente!, pensa­va Kenniston, divertito. Affrettò il passo, subitamente rinfran­cato. Capiva che tutto sarebbe andato bene, ormai. La razza umana era una razza dura a morire, dopo tutto!

Altre prove ne ebbe nei due giorni che seguirono. Le gran­di ondate di evacuazione riversarono altre migliaia e mi­gliaia di persone, attraverso le colline polverose, entro la grande porta che si apriva per lasciarle passare. E per quelli che vennero il secondo e il terzo giorno, la prima impressio­ne non fu tanto brutta come per la prima carovana di evacua­zione. I primi diciassettemila pionieri avevano spezzato l’in­canto e la maledizione di quel vuoto silenzio. Cucine comu­ni, funzionanti a petrolio e a benzina, riempivano l’aria col casalingo e ravvivante odore del caffè. Vi erano cibi caldi, l’eccitazione di ricercare gli amici, il desiderio di scambiarsi impressioni. Massaie infaticabili si affaccendavano con le scope, inducevano i mariti a pulire le finestre, sculacciavano i bambini irrequieti. E le automobili si allineavano, in file in­terminabili, lungo le strade e i viali di quella specie di città di sogno, in una Terra più vecchia, una Terra del futuro.