Il terzo giorno furono trasportati i malati, che vennero ospitati in un grande edificio convertito in ospedale. Arriva­rono anche i carcerati, che furono rinchiusi in un altro edifi­cio. Un enorme palazzo della piazza centrale diventò il nuo­vo Municipio. E al cadere della terza notte non restò più, a Middletown, anima viva. Tutti i suoi abitanti erano stati ac­colti sotto la grande cupola della città sconosciuta.

«Chiameremo questo posto Nuova Middletown» aveva proclamato il sindaco Garris. «Ci sarà più simpatico.»

Kenniston passeggiava con Carol, quella sera, lungo i viali scuri della città. Candele e lampade brillavano alle porte e al­le finestre. Un bambino piangeva, in qualche posto, e la voce di una mamma lo acquietò cantando una ninnananna. Dei cani abbaiavano in lontananza. La voce metallica di un fono­grafo cantava: Non posso darti che l’amor, bambina.

Kenniston pensò che gli altissimi edifici dovevano ora guardare giù con occhi stupefatti... Quella città, sotto la sua cupola incastonata di stelle, era stata in silenzio tanto a lun­go; su quel silenzio immenso, il sole smorto e gelido si era av­vicendato innumerevoli volte; e ora...

Poteva una città ricordarsi del passato? pensava Kenni­ston. Ricordava, quella città, i giorni lontanissimi dei suoi co­struttori, degli amanti che avevano passeggiato per le sue stra­de, dei bambini che avevano conosciuto i suoi angoli e i suoi nascondigli più segreti? Era lieta, quella città, che gli uomini fossero ritornati ancora, o le spiaceva di aver perduto quel si­lenzio e quella pace, che si perdevano negli abissi del tempo?

Carol rabbrividì e si abbottonò il pesante cappotto.

«Sta facendo più freddo.»

Kenniston fece un cenno affermativo col capo.

«Ma non tanto freddo come a Middletown... Solo come in una notte di ottobre, nel mondo di una volta. Questo è un freddo che possiamo sopportare.»

La fanciulla lo guardò, con gli occhi scuri nel pallore del viso.