Kenniston lo guardò.
«Credi che vi siano realmente altri uomini viventi sulla Terra? Io comincio a dubitarne, Hubble. Se non hanno potuto vivere in una città come questa, non hanno certamente potuto vivere in nessun altro luogo.»
«Può darsi» ammise Hubble, piuttosto perplesso. «Ma non possiamo essere sicuri di nulla. Dobbiamo tentare, e continuare a tentare.»
Kenniston mise in attività la trasmittente quella sera stessa, usandola solo per dieci minuti ogni ora, per risparmiare al massimo la benzina.
«Qui, Middletown!» urlava nel microfono. «Qui, Middletown!»
Era superfluo aggiungere altre parole. Non potevano infatti far funzionare un ricevitore per udire la risposta. Potevano solamente chiamare, per rendere nota la loro presenza e attendere, nella speranza che qualsiasi altro essere vivente che ancora fosse rimasto sulla Terra morente ascoltasse l’appello e venisse da loro.
Una fitta folla lo guardava, al di là della porta, mentre egli trasmetteva il suo appello. Quella folla rimase là tutta notte, e il giorno seguente, e il giorno seguente, e il giorno successivo ancora. Stavano tutti in silenzio, ma la speranza che si leggeva sui loro visi turbava fortemente Kenniston. Mentre altri due giorni passavano, sentiva in sé tutta l’ironia di quelle futili parole che andava ripetendo all’etere.
«Qui, Middletown!»
Ma a chi si rivolgeva, quel suo appello? A una Terra morente, ormai vuota di ogni presenza umana. A una sfera fredda e arida che aveva spacciato l’umanità chissà quanti milioni di anni prima. Eppure, nonostante ciò, doveva continuare nel suo compito, doveva continuare a trasmettere quell’appello, quel grido di un uomo perduto attraverso le epoche che cercava gli altri esseri della sua specie, quel grido che egli ben sapeva nessun orecchio umano poteva più ascoltare, sulla Terra.
«Qui, Middletown!... Qui, Middletown!...»