Hubble aveva contribuito a progettare uno schema di la­voro. Occorreva ormai preparare i serbatoi idroponici. L’in­tera città doveva essere ripulita dalla polvere. I viveri portati da Middletown dovevano essere inventariati.

Una squadra di funzionari scelti aveva assegnato gli uomi­ni ai vari lavori. Ogni uomo aveva il suo compito, le sue ore di lavoro, la sua paga in tessere di razionamento. Le scuole era­no state rimesse in attività. I tribunali e la legge funzionava­no nuovamente, benché a tutti fosse concessa la libertà, sal­vo che nei casi più gravi.

Bambini nascevano ogni giorno a Nuova Middletown. La mortalità fu dapprincipio molto alta, specialmente fra i vec­chi che non potevano sopportare di star lontani dalle case nelle quali erano vissuti. Un tratto di terra, al di fuori della cupola, era stato accuratamente cintato e serviva da cimite­ro. Ma, sotto quella bene organizzata attività, c’era pur sem­pre una città in attesa. Una città che attendeva, con terribile ansia, una risposta a quell’appello che veniva continuamente lanciato, ogni ora, nello spazio, in quell’infinito silenzio sen­za risposta.

Kenniston capiva l’inutilità di quell’appello. Non riusciva nemmeno a capire bene i trasmettitori che usava. In quelle settimane ne aveva persino smontato completamente uno senza poter riuscire a comprendere l’enorme complessità dei suoi circuiti. Era sicuro che venissero usate radiofrequenze assai lontane dallo spettro elettromagnetico del ventesimo secolo. Ma la maggior parte dei circuiti rimanevano per lui un mistero. Le parole impresse sugli apparecchi non erano affatto comprensibili, erano scritte in quella medesima lin­gua, completamente ignota, che era stata usata per tutte le scritte della città. Non poteva far altro che continuare a lan­ciare quell’eterno appello, quel messaggio pieno di speranza, nell’ignoto.

«Qui, Middletown! Qui, Middletown!»

Infine, ritornò anche la spedizione di McLain. Carol corse da Kenniston con la notizia. Kenniston si recò con lei alla porta della città, dove migliaia di abitanti si erano già ansio­samente radunati.

«Hanno dovuto sostenere una dura fatica» disse Kenniston, mentre le macchine si fermavano davanti alla porta. McLain, Crisci e gli altri avevano la barba lunga e incolta, erano coperti di polvere e apparivano esausti. Alcuni erano accasciati sui sedili.

La voce di McLain tuonò, in risposta alle domande che gli venivano rivolte da tutte le parti.

«Vi diremo tutto più tardi! Per il momento siamo stanchi morti, non ne possiamo più.»

Ma la voce affaticata di Crisci lo interruppe.