«Ebbene, cosa è accaduto al vostro campo di grano?» domandò Hubble.

«Una parte del mio campo è scomparsa» disse Johnson «e anche la siepe, e anche la fattoria! Signor Hubble, è tutto scomparso, tutto...»

«Effetto dello spostamento d’aria» spiegò Hubble, gentilmente. «Una bomba ha colpito la città pochi minuti or sono, lo sapete.»

«No» insistette Johnson. «Mi trovavo a Londra, du­rante l’ultima guerra. So che danni può fare un’esplosione. Questa non è una distruzione. È...» Si interruppe. Pareva cercasse le parole adatte, ma non le trovava. «Ho pensato che voi poteste sapere cos’è.»

Kenniston sentì in quel momento che quel gelido senso premonitore che gli era sorto nell’animo assumeva ora la for­ma di un indistinto terrore, troppo forte e angoscioso da sop­portare.

«Voglio uscire a dare un’occhiata» disse.

Hubble lo guardò e fece un cenno di assenso col capo. Poi si alzò, lentamente, come se non volesse andare ma costrin­gesse se stesso a farlo.

«Possiamo vedere ogni cosa dalla torre dell’acquedotto, credo...» disse. «Quello è il punto più alto della città. Tu in­sisti nel tentativo di comunicare con l’esterno, Crisci.»

Kenniston uscì con lui dai laboratori e, attraverso Mill Street e le rotaie del deposito ferroviario, si diresse verso la torre dell’acquedotto di Middletown.

L’aria si era fatta più fredda. I raggi rossi del sole non ave­vano alcun calore, e Kenniston, quando afferrò la ringhiera della scala per cominciare a salire sulla torre, sentì che le sbarre di ferro erano fredde come ghiaccio. Seguì Hubble su per la scala, tenendo gli occhi fissi sulle scarpe del suo supe­riore. Fu una lunga salita. Dovettero fermarsi una volta, per riposare. Il vento soffiava sempre più forte, a mano a mano che salivano. Pareva a Kenniston che quel vento umido aves­se un odore di muffa; come se quell’aria soffiasse da profon­de tombe scavate nella roccia.