«Che dobbiamo fare?» domandò.
«Non lo so. Ma c’è una cosa che non dobbiamo fare, ed è il ricorso alla violenza. Sarebbe fatale. Dobbiamo calmare la popolazione prima che arrivi il corpo di evacuazione e la situazione precipiti.»
Kenniston fece del suo meglio, nel corso della giornata. Ripeté e spiegò le parole di Varn Allan fino alla nausea, ma nessuno lo volle ascoltare. La città funzionava, avevano la luce e l’acqua, non erano soli nell’universo, e la vita ora poteva procedere normalmente. Con l’irreprimibile ottimismo della razza umana, erano convinti che avrebbero potuto rendere il domani anche migliore. E non volevano assolutamente lasciare la Terra. Questo era come chiedere loro di lasciare il loro stesso corpo.
Lo choc che avevano ricevuto quand’erano stati sbalzati via dalla loro epoca e dal loro modo normale di vita era già stato abbastanza duro. Era uno choc che avrebbe potuto sopraffarli completamente. Kenniston lo sapeva, e sapeva anche che, in un certo modo, quel colpo era stato attutito. Per un po’ erano persino rimasti nella loro vecchia città, e la loro vecchia città era ancora là, oltre le colline, come un’ancora per i loro ricordi. Si poteva dire che avessero portato con sé parte della loro stessa epoca, poiché la vita nella nuova città era stata adattata, per quanto possibile, alla vita della vecchia Middletown. Si erano nuovamente adattati, si erano ricostruiti la loro esistenza familiare. Era stato uno sforzo, ma vi erano riusciti. Non potevano ora, d’improvviso, gettare tutto e ricominciare di nuovo, in qualche mondo completamente estraneo alla loro esperienza.
Kenniston comprendeva perfettamente che non era solo un attaccamento atavico alla Terra che li aveva nutriti, a far loro respingere così fieramente l’idea di lasciarla. Era anche l’orrore fisico e istintivo di entrare in una nave spaziale del tutto sconosciuta e di lanciarsi al di là dei cieli, dove...? Nell’ignoto! Nella notte e nel nulla, tra gli abissi imperscrutabili che non avevano fine, lasciandosi definitivamente alle spalle la loro Terra, la Terra comprensibile, solida, protettiva, e perduta per sempre! Era questo lo stato d’animo della popolazione. E anche la sua mente rifuggiva dal prospettarsi un’avventura simile. Perché quella donna non poteva capire? Perché non poteva capire che un popolo per il quale l’automobile era un’invenzione ancora recente, non era psicologicamente capace di avventurarsi nello spazio?
L’astronave era sempre ferma laggiù, nella pianura, e per tutto il pomeriggio e per tutta la sera la popolazione si aggirò inquieta intorno alla parete vitrea della cupola per guardarla, discutendo irosamente in piccoli gruppi. Le strade erano piene di mormorii, di voci, di movimento. Una grossa folla si addensava nella piazza e un distaccamento della Guardia Nazionale, in pieno assetto di guerra, si mise di guardia davanti alla porta della città. Stanco, oppresso, tormentato dall’ansia, Kenniston andò a trovare Carol.
Ella sapeva tutto, naturalmente. Tutti lo sapevano, a Nuova Middletown. La fanciulla lo accolse con l’espressione cupa e amara che le affiorava sempre più di frequente sul viso, da quel giorno di giugno in cui il loro mondo era finito, e disse: «Ma non possono fare una cosa del genere, ti pare? Non possono costringerci ad andar via!»
«Credono che sia la cosa migliore» rispose Kenniston. «Occorre far loro capire che non è così.»
Ella cominciò a ridere, con un riso per niente allegro.
«È una cosa senza fine» disse. «Prima abbiamo dovuto lasciare Middletown. Ora dobbiamo lasciare la Terra. Perché non siamo rimasti nelle nostre case e non siamo morti là, se dovevamo morire, come esseri umani? È stata una follia, sin dal principio... questa città, e ora...»