Smise di ridere, lo guardò, e aggiunse, calma: «Non voglio andarmene, Ken!»
«Non sei la sola, a pensarla così» le disse Kenniston. «Dobbiamo convincerli di questo.» L’irrequietudine lo riprese. Si alzò e suggerì: «Facciamo una passeggiata. Ci sentiremo meglio tutti e due.»
Uscirono insieme. Le luci erano accese, tutte quelle luci che avevano salutato con tanta gioia. Camminarono, parlando poco, oppressi dai loro pensieri. Kenniston era conscio nuovamente della barriera che sembrava alzarsi fra di loro, anche quando non c’erano motivi apparenti. Il loro silenzio non era il silenzio della comprensione, ma il silenzio di due esseri che potevano ormai comunicare solo con le parole.
Si avvicinarono a quella parte della cupola dalla quale era visibile, di lontano, la nave spaziale. L’inquietudine, nella città, era aumentata fino al parossismo. Una grossa folla stazionava nelle vicinanze della porta. Nessuno si avvicinava a essa. Attraverso la parete curva e trasparente della cupola, la forma illuminata del Thanis non era che una macchia scintillante e deformata. Carol rabbrividì e volse il capo.
«Non voglio guardarla» affermò. «Torniamo indietro.»
«Aspetta!» la trattenne Kenniston. «C’è Hubble.»
Hubble gli si avvicinò, soffocando una imprecazione.
«Ti ho cercato per tutta la città» disse. «Ken, quel pazzo esaltato di Garris ha perso completamente la testa, e sta spingendo tutta la popolazione a combattere. Devi venire con me! Bisogna cercare di calmarlo!»
«Non c’è da meravigliarsi che Varn Allan pensi che siamo un branco di primitivi» commentò amaramente Kenniston. «Benissimo, Hubble, vengo con te. Prima accompagneremo a casa Carol.»
Rifecero il cammino percorso, attraverso le strade illuminate da quel morbido, brillante, bellissimo chiarore che penetrava dovunque; ma la gente affollata in quelle strade, i gruppi di persone in discussione eccitata, i visi preoccupati, le domande che si incrociavano dovunque, formavano un contrasto stridente con la vivida bellezza di quella luce.