Già eram desti, e l'ora s'appressava
Che 'l cibo ne soleva essere addotto,
E per suo sogno ciascun dubitava,
Ed io senti' chiavar l'uscio di sotto
A l'orribile torre: ond' io guardai
Nel viso a miei figliuoi senza far motto:
I' non piangeva, sì dentro impietrai:
Piangevan' elli; ed Anselmuccio mio
Disse, Tu guardi sì, padre: che hai?
Però non lagrimai nè rispos' io
Tutto quel giorno nè la notte appresso,
Infin che l'altro sol nel mondo uscío.
Com' un poco di raggio si fu messo
Nel doloroso carcere, ed io scorsi
Per quattro visi il mio aspetto stesso,
Ambo le mani per dolor mi morsi:
E quei pensando ch' i 'l fessi per voglia
Di manicar, di subito levorsi
E disser: Padre, assai ci sia men doglia,
Se tu mangi di noi: tu ne vestisti
Queste misere carni, e tu le spoglia.
Quetàmi allor per non fargli più tristi:
Quel dì e l'altro stemmo tutti muti:
Ahi dura terra, perchè non t'apristi?
Posciachè fummo al quarto di venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
Dicendo: Padre mio, che non m' ajuti?
Quivi morì: e come tu mi vedi,
Vid' io cascar li tre ad uno ad uno
Tra 'l quinto di, e 'l sesto: ond' i' mi diedi