Nè sotto l'arme già sentir gli parve
Caldo o fervor come di foco intenso;
Ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
Mal potè giudicar sì tosto il senso:
Perchè repente, appena tocco, sparve
Quel simulacro, e giunse un nuvol denso,
Che portò notte e verno; e 'l verno ancora
E l'ombra dileguossi in picciol'ora.

Stupido sì, ma intrepido rimane
Tancredi; e poichè vede il tutto cheto,
Mette securo il piè nelle profane
Soglie, e spia della selva ogni secreto.
Nè più apparenze inusitate e strane,
Nè trova alcun per via scontro o divieto,
Se non quanto per sè ritarda il bosco
La vista e i passi, inviluppato e fosco.

Alfine un largo spazio in forma scorge
D'anfiteatro, e non è pianta in esso,
Salvo che nel suo mezzo altero sorge,
Quasi eccelsa piramide, un cipresso.
Colà si drizza, e nel mirar s' accorge
Ch' era di varj segni il tronco impresso,
Simil a quei, chè in vece usò di scritto
L'antico già misterioso Egitto.

Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
Del sermon di Soria, ch'ei ben possiede:
O tu, che dentro ai chiostri della morte
Osasti por, guerriero audace, il piede,
Deh! se non sei crudel, quanto sei forte,
Deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona all'alme omai di luce prive:
Non dee guerra co' morti aver chi vive.

Così dicea quel motto. Egli era intento
Delle brevi parole ai segni occulti.
Fremere intanto udia continuo il vento
Tra le frondi del bosco e tra i virgulti;
E trarne un suon che flebile concento
Par d'umani sospiri e di singulti;
E un non so che confuso instilla al core
Di pietà, di spavento e di dolore.

Pur tragge alfin la spada, e con gran forza
Percote l'alta pianta. Oh maraviglia!
Manda fuor sangue la recisa scorza,
E fa la terra intorno a sè vermiglia.
Tutto si raccapriccia; e pur rinforza
Il colpo, e 'l fin vederne ei si consiglia.
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
Un indistinto gemito dolente;

Che poi distinto in voci: Ahi troppo, disse,
M' hai tu, Tancredi, offesso: or tanto basti:
Tu dal corpo, che meco e per me visse,
Felice albergo gia, mi discacciasti.
Perchè il misero tronco, a cui m'affisse
Il mio duro destino, ancor mi guasti?
Dopo la morte gli avversarj tuoi,
Crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?

Clorinda fui: nè sol qui spirto umano
Albergo in questa pianta rozza e dura;
Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano,
Che lassi i membri a piè dell'alte mura,
Astretto è qui da novo incanto e strano,
Non so s' io dica in corpo o in sepoltura.
Son di sensi animati i rami e i tronchi;
E micidial sei tu, se legno tronchi.

Qual infermo talor, ch'in sogno scorge
Drago, o cinta di fiamme alta Chimera,
Sebben sospetta, o in parte anco s'accorge
Che simulacro sia non forma vera,
Pur desia di fuggir, tanto gli porge
Spavento la sembianza orrida e fera:
Tale il timido amante appien non crede
Ai falsi inganni: e pur ne teme, e cede:

E dentro il cor gli è in modo tal conquiso
Da varj affetti, che s' agghiaccia e trema;
E nel moto potente ed improvviso
Gli cade il ferro: e 'l manco e in lui la tema.
Va fuor di sè. Presente aver gli è avviso
L' offesa donna sua, che plori e gema:
Nè può soffrir di rimirar quel sangue,
Nè quei gemiti udir d'egro che langue.