Pareva quasi timida, e Casey provò una sensazione di tenerezza non del tutto fraterna per quella strana donna dal camice imbrattato e dal naso solcato da piccole rughe. Come se gli avesse letto nel pensiero, Maggie gli tese bruscamente l’impermeabile e aprì la porta.

— Se rimarrete da queste parti farete bene a comprarvi un cappello — gli consigliò, — Non siete più in California.

Quando uscì dall’edificio, gli occorsero alcuni momenti per orientarsi. Era ancora presto, e il cielo pareva una distesa di flanella grigiastra, mentre il vento che proveniva dal lago si era fatto più tagliente. Non se la sentiva di affrontarlo, perciò svoltò a sinistra e andò fino al primo angolo, dove il cartello lo informò che si trovava nella Erie Street, molto lontano da casa.

Il vento serviva perlomeno a chiarirgli le idee. Valutò la distanza che doveva percorrere, poi pensò agli effluvii e alla folla ondeggiante di un filobus, e fini per concludere che era preferibile andare a piedi. Dopo tutto aveva tempo fino a mezzogiorno per ritirare la valigia nell’albergo, e tutta la vita per decidere dove andare in seguito. Il suo pensiero corse al quartiere di nord-ovest e al misero appartamento di cinque stanze della madre, sopra il bar di Big John, e poi al patrigno, appunto Big John, e all’odore di birra stantia e di salsicce unte. Cominciò a chiedersi perché mai fosse tornato, e fin da prima aveva saputo che avrebbe finito per chiederselo.

Nella Vallata di San Fernando il sole brillava caldo e filtrava attraverso i lucernari del tetto a merletti. In un mondo tanto gaio e promettente, era stato facile sperdersi nel roseo sogno di produrre un nuovo sensazionale televisore, che sulla carta pareva una cannonata, ma che in effetti costava troppo costruire. Ora la piccola fabbrica era sprangata, ma Casey non si lamentava: che importanza poteva avere una vittima in più o in meno del dopoguerra, in questo nuovo mondo coraggioso?

Aveva fatto sogni assai diversi, quando la luna brillava rotonda sul Pacifico e al suo fianco, nell’elegante decappottabile, sedeva una rossa coi fiocchi. Ma anche quello era stato un fiasco e sempre per la medesima ragione: fondi insufficienti. Comunque, non era stato costretto a tornare a casa. Fin dal giorno in cui si era arruolato, otto anni prima, aveva evitato quell’estremo gesto, eppure adesso eccolo qua. La bolla era scoppiata in frantumi e ora via, corri a casa come un moccioso dal naso sanguinante.

(Ricordava benissimo quei ritorni da scuola con il naso sanguinante. Nessuna possibilità di spiegare, nessuna scusa accettata quando voleva giustificare la camicia strappata o i calzoni a brandelli. Quella terribile espressione sul viso della mamma che allungava la mano per afferrare la frusta.)

Ormai stava camminando verso sud, in direzione del fiume, dove cominciavano a levarsi i rumori mattutini, e le luci parevano sfidare la giornata grigia da dietro le file di finestre umide di pioggia. Giunto al fiume, gli toccò aspettare che il ponte si abbassasse dopo il passaggio di una nave da trasporto. Gli piaceva quel quartiere. Il quartiere e le stazioni. Tutto ciò che si muoveva, tutto ciò che viaggiava. Nell’attesa cominciò a notare i passanti, uomini d’affari con le cartelle sotto il braccio e impiegate che lanciavano occhiate nervose all’orologio, che spiccava su un tabellone gigante sull’altra sponda del fiume. Un giornalaio ammucchiava le prime edizioni nel suo chiosco…

Il ponte si abbassò di nuovo, e il traffico riprese a snodarsi, ma Casey non si mosse. Fissava la fotografia in prima pagina di uno dei giornali e restava paralizzato. Un volto di ragazza. Ricordava perfettamente il profumo dei suoi capelli color miele quando gli avevano sfiorato il viso, ricordava quegli occhi leggermente obliqui dallo strano color fumo. Rivedeva il sogno, ma non era più un sogno; un viso in prima pagina, sovrastato da grossi titoli:

FINANZIERE UCCISO: EREDITIERA SCOMPARSA