Casey Morrow? Perché gabbare se stesso? Casey Morrow non esisteva. C’era, o meglio c’era stato, Casimir Morokowski, un ragazzetto dal viso sparuto, dagli occhi sgomenti, in stretti calzoni a sbuffo e lunghe calze nere che si attorcigliavano di continuo attorno alle magre gambe. In famiglia lo chiamavano “Cas”, e gli avventori puzzolenti del bar di Big John gli gridavano: “Ehi, tu!”. Per un certo tempo era esistito il sergente Morrow, ma poi era morto. In fondo, nessuno tornava da quel genere di guerra. Quanto a Casey Morrow non era che un abito vistoso e un paio di scarpe fatte su misura, un sogno infranto su una lontana costa di cui non era rimasto neppure di che fare un funerale decente.
Il tassi si fermò davanti alla stazione, ma quando fu entrato, Casey non comprò nessun biglietto. Andò invece a sedersi su una panca nella sala d’aspetto e cercò di riflettere. Non valse gran che. Si accorse di essere all’erta per avvistare la presenza di un uomo con un cappello azzurro e un impermeabile grigio, perché tutto era stato troppo facile. Fumò due o tre sigarette, poi andò a depositare la valigia in uno degli armadietti metallici disposti a file. Forse era una buona idea tenersi leggero, in vista del piano che aveva in mente.
Quando gli riuscì finalmente di ritrovare la casa nella Erie Street, Maggie non c’era. La maggior parte degli edifici nel quartiere erano uguali l’uno all’altro, e non aveva che il nome Maggie come punto di riferimento. Supponeva che fosse il diminutivo di Margaret, ma si sbagliava. Si chiamava proprio Maggie, Maggie Doone, e quando premette il pulsante sotto quel nome, nella fila di cassette per le lettere, non accadde nulla. Forse era stata un’idea balorda. Tornò sul marciapiede davanti alla casa e rimase un attimo incerto, cercando di prendere una decisione.
Tutto il piano consisteva nel trovare Maggie prima che avesse letto il resoconto del delitto e soprattutto prima che le successive edizioni pubblicassero la deposizione del barista. Poteva darsi che la stampa fosse meno esplicita del fattorino, ma un tipo dalla lingua lunga come Ernie non avrebbe certamente nascosto nulla ai giornali. Prima o poi Maggie avrebbe appreso dell’esistenza del compagno di Phyllis Brunner al bar Nuvola, ed era possibile che cominciasse a ricordare alcune cose, da donna intelligente qual era. Per esempio un ubriaco con la manica imbrattata di sangue. Un ubriaco i cui abiti portavano etichette di Beverly Hills.
Più che altro era stata la macchia di sangue a ricondurre Casey nella Erie Street. Una donna disposta a lavare la giacca di un estraneo poteva essere altrettanto disposta a prestare orecchio a un racconto inverosimile quanto il suo. Rischioso, ma a volte trovare un orecchio pronto ad ascoltare può essere la cosa più importante del mondo.
La vide arrivare quando distava ancora mezzo isolato. Senza cappello, indossava un voluminoso cappotto di tweed, che probabilmente odorava di trementina e di tabacco, e reggeva una borsa di provviste, particolare questo di maggiore interesse. Non era plausibile che una donna, uscita precipitosamente per dare ragguagli su un presunto assassino, stesse rincasando con passo noncurante, carica di viveri. Casey sperava.
Davanti alla gradinata, lo scorse e lo apostrofò, con la fronte aggrottata: — Non dite nulla, lasciate che indovini. Avete dimenticato il fazzoletto?
— Devo parlarvi. È importante.
Parve sul punto di protestare, ma l’espressione preoccupata di lui la dissuase.
— Parlate pure.