Quello dagli occhi azzurri stava dicendo: — So che è una descrizione un po’ vaga, ma Ernie dice che se ci fosse un confronto potrebbe identificarlo in modo positivo.

— Non dimentico mai un viso — intervenne Ernie. — Riconoscerei quel tizio dovunque.

Lentezza e prudenza. Un passo, poi un altro. Quelle simpaticissime porte girevoli non erano poi tanto lontane. Procedere piano, con cautela.

— Ehi! Signore!

Casey s’irrigidì. Sapeva che le parole erano rivolte a lui e sapeva anche chi fosse stato a pronunciarle. Avrebbe potuto mettersi le gambe in spalla, e il vantaggio l’aveva, ma già mentre il pensiero attraversava la sua mente, un grosso agente in divisa era entrato e stava parlando con uno degli inservienti. Rimase dov’era e quando si volse con mossa lenta si trovò a faccia a faccia con il barista.

— Stavate dimenticando la valigia — disse Ernie.

— Ah… grazie. Grazie infinite.

Fuori faceva un tempo freddo e uggioso, e cadeva un fitto nevischio, ma Casey avrebbe accettato con piacere anche una vera e propria tempesta. L’importante era di essere fuori e libero. Quando un tassì rasentò il marciapiede, fu pronto a fermarlo, ma dove andare? Non a Los Angeles, quello era indubbio.

— Alla Stazione Centrale — disse, appoggiandosi poi allo schienale e respirando per la prima volta con un minimo di tranquillità da quando aveva avuto inizio l’incubo.

Quello stato d’animo non durò molto. Bastarono pochi minuti per arrivare alla Stazione, ma furono sufficienti a fargli capire che mai più avrebbe respirato liberamente se avesse tagliato la corda. Una strana riflessione per Casey Morrow, che amava prendere sempre la strada più comoda.