La sua mèta distava circa cinque isolati dal locale di Big John, oltre il mercato generale, il negozio di oggetti usati, il mercato del pesce, e due porte oltre il negozio di barbiere di Nick. Una piccola gioielleria che era sempre esistita ed esisteva tuttora. Si fermò davanti alla vetrina, fissando un vassoio colmo di anelli d’oro e d’argento, e finì per entrare, confuso come uno sposo novellino. Quando uscì con la scatoletta in tasca si sentiva decisamente meglio.

— Casey! Casey Morokowski! Vecchio mascalzone…

Si fermò irrigidito. Era stato un duro colpo sentirsi apostrofare con il nome che usava da alcuni anni, ma poi ricordò che i compagni di scuola lo avevano sempre chiamato così. Appunto per quello aveva adottato il nome.

— Non è possibile! Credevo che fossi morto e seppellito.

Il volto era familiare, e Casey si trovò a fissare un uomo circa della sua età, alto più o meno un metro e ottanta che pareva scoppiare dentro il suo cappotto portato e riportato. Reggeva su un braccio un bimbetto dal viso sporco di dolciumi, mentre stendeva l’altro in gesto di saluto.

— Dove diavolo sei stato? — tuonò.

Casey finalmente lo riconobbe. — Ciao, Stan — disse. — Come va la vita?

— Benone, ma tu che cosa diavolo hai fatto tutto questo tempo?

Stan, di cui non ricordava assolutamente il cognome, un tempo abitava sull’altro lato del vicolo. Avevano frequentato la scuola insieme, giocato a baseball e si erano visti spesso anche a scuola finita. Ed ora eccolo con qualche ruga e un’ombra di doppio mento e gli stringeva la mano, accogliendolo come un fratello ritrovato dopo anni di separazione.

— Sono arrivato ieri sera dalla California — spiegò.