Si senti gelare il sangue nelle vene. Non era facile dimenticare il tenente Johnson, anche avendolo visto una sola volta nell’atrio di un albergo, e non occorreva spremersi le meningi per capire che cosa stesse facendo al bar di Big John, tanto lontano dal quartiere dei Brunner. Casey provò l’impulso di fuggire, di abbandonare ogni prudenza e scappare come un bambino che abbia spaccato un vetro col pallone. Ma ormai la rumba aveva elettrizzato gli astanti, e gli riuscì soltanto di farsi faticosamente strada fra la calca di ballerini.

Vide mamma uscire dalla cucina reggendo una tazza di caffè fumante e avviarsi verso il bancone su cui depose la tazza proprio davanti all’agente, mentre il fragoroso benvenuto di Big John scioglieva un poco il ghiaccio che gelava le vene di Casey. Forse non era sulle sue piste, dopotutto; forse era un cliente abituale, e comunque fuggire era fuori questione, a questo punto. Era invece indispensabile appurare la situazione.

— Caffè! — bofonchiava Big John. — Perché bere caffè una sera come questa? Via, ordina quello che vuoi. Offre la casa.

Il viso di Johnson, prima nascosto dalla tazza, riapparve rischiarato da un sorriso. — Si direbbe che si tratti di una festa speciale — disse. — Che succede, John? Un anniversario?

— Macché anniversario! Il figlio di mia moglie è tornato ieri sera con la sua sposa. Ehi, Casimir! Che c’è? Ti ha già piantato per uno di quei bei giovanotti?

Una festa è pur sempre una festa, e in tali circostanze John non era mai alieno dal gustare le proprie merci. Di conseguenza era in uno dei suoi rari stati d’animo paterni. Casey si senti trascinare verso il bancone da Big John, che gli aveva circondato le spalle con il suo braccio robusto e lo spingeva verso l’ultima persona al mondo ch’egli avrebbe desiderato avvicinare.

— Lo credevamo morto. Non si è fatto vivo per nove o dieci anni e poi, tutto d’un tratto, eccolo con la moglie. Straordinario, no?

— Per qualcuno il matrimonio equivale alla morte — osservò il tenente — ma io, essendo felicemente sposato… rallegramenti, Casimir.

Gli occhi azzurri non svelavano nulla, forse perché non avevano nulla da svelare. Del resto Casey non era neppure certo che il poliziotto lo avesse notato quella mattina nell’atrio dell’albergo. Si era semplicemente lasciato prendere dal panico, la peggior cosa che potesse fare. Cercò di tirar fuori qualche frase spiritosa per colmare lo spaventoso vuoto nella conversazione, ma Casimir Morokowski non aveva mai avuto la battuta pronta, e ora anche mamma lo stava fissando… o anche questo era frutto dei suoi nervi tesi?

— Butterei giù anch’io un sorso di caffè — borbottò. — Non sono abituato alle feste…